|
Torre
di Perseo
"Nubi di tempesta su Tilea". Questo fu il primo pensiero di Alfonso quando
uscì all'aperto in cima alla sua torre, sulla punta estrema di Tilea,
protesa verso le terre saracene.
Di solito dal sud venivano i venti secchi e sabbiosi del deserto, ma questa
volta un fronte nuvoloso immenso, nuvole nere illuminate dai lampi si
avventavano sui borghi tileani precedute da un vento pesante, carico
d'acqua. Alfonso doveva fare forza per rimanere immobile sotto l'assalto di
quel vento, gli fischiava nelle orecchie, gli depositava sul viso le prime
gocce del diluvio che in pochi minuti li avrebbe raggiunti, le sue vesti
azzurro chiaro si agitavano e facevano flapflapflap come bandiere.
Era bellissimo e lui era il solo a goderne, la gente del contado aveva visto
i segni della tempesta fin dal mattino e si era messa al riparo.
Di fronte a lui, a sud, il mare in tempesta era vuoto, guardando ai propri
lati poteva vedere la lunga spiaggia tagliata in due dal promontorio di
roccia viva su cui era stata innalzata la torre, le barche dei pescatori
tirate in secco e fissate a terra con catene, i pini marittimi agitavano le
teste come ballerini rapiti da un nuovo ritmo.
Girò le spalle al vento e capì cosa provano le vele, ora vedeva la rocca di
Castelvetrano come un'isola immobile in un mare di campi di grano e file di
ulivi che danzavano allo stesso ritmo dei pini, c'erano grappoli sparsi di
case, i vigneti erano coperti da pesanti teloni.
Tornò ad ammirare la tempesta in arrivo, lui era un mago celestiale, come
tutte le persone che hanno scelto il raggio azzurro della magia era
ossessionato dalla conoscenza dei fenomeni celesti e atmosferici, e quella
torre sul mare, lontana dalle luci cittadine, era perfetta per le sue
osservazioni. Non gli era parso vero quando il barone di Castelvetrano
gliela aveva offerta gratuitamente, solo in cambio del suo aiuto alle
sentinelle di guardia contro le incursioni saracene, che erano l'unico
pericolo visto che don Ciccio con i pirati di Sartosa ci stava in affari.
Ora le torri di legno delle vedette erano vuote, nessun pirata avrebbe
sfidato quel mare, erano tutti tornati alle loro case, anche le serve che
lavoravano alla sua torre, era solo.
Oltre al movimento delle nubi i suoi sensi allenati potevano scorgere i
flussi dell'etere, il mana azzurro scorreva potente in quella tempesta,
quella forza distruttiva ribolliva di vita che la pioggia avrebbe donato ai
campi e ai boschi.
Pur concentrandosi sul cielo una piccola parte della sua mente vagava più in
basso, nei giorni limpidi sulla destra si poteva intravedere la linea delle
coste sartosiane, ma ora c'era solo un muro buio, e un punto più nero, come
un grumo d'ombra ancora più densa. Decise di non lasciarsi distrarre e tornò
a seguire le correnti d'aria, quando una fitta acuta, perentoria, gli
attraversò il tallone sinistro facendolo sobbalzare.
Ora il cuore batteva più forte, respirò per calmarsi, persone meno istruite
avrebbero pensato a uno scherzo dell'umidità, ma lui sapeva.. gli uomini
possono mutare il corso del mana perchè il loro corpo è collegato ad esso
attraverso una serie di canali, che hanno nei talloni la propria radice.
Quella fitta significava magia oscura all'opera.
La pioggia lo raggiunse come una secchiata d'acqua fredda, nessuna goccia di
preavviso, ma lui rimaneva immobile sulla torre, le braccia incrociate e le
palme delle mani appoggiate sul petto, si lasciò avvolgere dal mana azzurro
fino a diventare una sola cosa col vento. Ora le correnti d'aria portavano
il suo sguardo, le diresse verso l'ombra volando tra le nubi, avvicinandosi
fino ad incontrare un vasto cumulo di nebbia che avanzava con la tempesta,
tenuto insieme da correnti di pesante mana nero.
Con uno sforzo di volontà penetrò nella nebbia, una catena di fulmini
delineava il punto in cui la magia celestiale e quella oscura si scontravano
come fronti avversi.
Alfonso riuscì a portare il suo sguardo oltre la nebbia pensando di trovarvi
qualche diavoleria dei Saraceni, ma quel che vide era ancora più spaventoso.
Non c'erano vele e scafi di legno, ma mura di vetro e porcellana nera
sovrastate da torri sottili, come un palazzo costruito su di un'isola
galleggiante che navigava ignorando la tempesta, poteva solo essere una
delle arche nere dei pirati elfi, e dirigeva proprio su Castelvetrano.
Con la tempesta nessuno avrebbe sentito la campana d'allarme, ma quel giorno
il mana azzurro era più potente che mai, iniziò a raccogliere le proprie
forze mutando le correnti dell'aria e dell'acqua con l'intenzione di inviare
una ondata di marea contro gli assalitori, per mandarli fuori rotta o
addirittura rovesciare il pozzo di malvagità con cui navigavano. Ma proprio
nel mezzo della sua opera una immagine orribile e perfettamente nitida
comparve sullo schermo buio dei suoi occhi chiusi, costringendolo ad aprirli
e perdere la presa su quel che stava facendo. Le forze già raccolte e
abbandonate a sè stesse presero la forma di un fulmine che lo mancò di poco,
ma fece esplodere in pezzi una sezione di muro alla base della torre.
Tremava per la paura, ma anche per il freddo, quel che aveva visto poteva
essere una vecchia, con la testa a bitorzolo coperta di capelli cascanti, ma
aveva un occhio solo, e un becco dentato al posto della bocca, non aveva mai
letto di tali cose nei suoi studi, ma era così reale..
"Ma chi si credono, gli faccio vedere io adesso! " Ora stava scendendo la
scala verso le sue stanze togliendosi intanto i vestiti fradici di pioggia
gelida e maledicendo il fatto di non avere nessuno da mandare ad avvertire
il Barone. Avvolse in fretta il corpo nudo in un mantello di lana, infilò un
paio di pantofole e passò in una stanza vuota, tranne che per un gran trono
di pietra di fronte ad una finestra rivolta verso il mare. Un drappo rosso e
un cuscino coprivano il trono, vi prese posto e si coprì ancora con una
pesante coltre di velluto nero trapuntata di stelle, solo la testa rimaneva
fuori. Quando lo spirito abbandona il corpo per cavalcare i venti della
magia ci si deve premunire contro la perdita di calore, e lui aveva già
preso un mezzo accidente in cima alla torre.
Riportò le mani sul petto respirando nella maniera dovuta e si lasciò
nuovamente avvolgere dal vento celeste, questa volta non si sarebbe lasciato
fermare da un' immagine.
Il vento di Aran - Dunwich
L'arca nera era veloce, la sua distanza dalla costa si era già dimezzata nel
poco tempo che Alfonso aveva impiegato a prepararsi, doveva agire in fretta,
eppure la sua coscienza indugiava di fronte allo stemma scolpito all'entrata
di quel palazzo galleggiante. Qualcosa nella sua mente, come la
consapevolezza dei sogni, gli stava dicendo che quello era lo stemma di
Aenarion, il progenitore comune di tutte le stirpi elfiche. Probabilmente il
proprietario del palazzo era uno dei suoi diretti discendenti, gli elfi di
Ulthuan sarebbero impazziti di rabbia se lo avessero visto...
Ma perchè stava a pensare a queste cose mentre l'arca si avvicinava? Quel
simbolo lo stava ipnotizzando, doveva essere una difesa contro le intrusioni
magiche.
Con impazienza si concentrò sull'intenzione di muoversi e riuscì a superare
quel primo sbarramento... solo per sentirsi nuovamente sospinto fuori da una
donna delle pulizie armata di scopa! Chiaramente non era una persona vera,
ma solo il modo in cui la mente di Alfonso aveva visualizzato un altro
incantesimo protettivo, l'impazienza divenne nervosismo mentre brutalmente
dissolveva l'ostacolo e si faceva strada all'interno.
Era in un salone con colonne ed un pavimento di marmo a scacchi bianchi e
neri, gli elfi erano lì, agli occhi dello spirito brillavano come candele,
ma c'erano anche altre creature che sembravano fatte solo di densa e ottusa
umidità, erano come la megera vista all'inizio, con un solo occhio, il becco
dentato e lunghe code dotate di appendici taglienti. Avevano lunghe braccia
tatuate con motivi a spirale che si ripetevano nelle piastre rotonde di
bronzo con cui si proteggevano il ventre, impregnati di quello stesso mana
nero che reggeva il banco di nebbia attorno all'arca, era certo che
all'origine del flusso di magia oscura avrebbe trovato la megera in persona.
Un altro salone, del genere di solito destinato ai balli, nel fondo c'era un
trono su di una predella rialzata, e sul trono...
Sul trono stava seduta una figura di bellezza sovrumana, doveva essere il
signore di quell'arca, irradiava autorità, cinismo e passione nella stessa
misura.
Alfonso era di nuovo ipnotizzato come davanti allo stemma di Aenarion,
poteva immaginarsi adorante ai piedi di quell'essere perfetto, ricevere il
colpo mortale dalla sua spada, con gratitudine perchè veniva da lui. E in
orribile contrasto ai piedi del trono la megera stava appoggiata ad un
bastone nodoso, la pelle verde grinzosa e coperta di stracci da cui spuntava
una coda, l'occhio bianco lattiginoso puntato proprio verso di lui, doveva
aver percepito la sua presenza spirituale.
Per quella creatura poco prima aveva provato ostilità in quanto costituiva
un pericolo per la sua gente, desiderio di rivalsa per come aveva fermato il
suo primo incantesimo, ma ora c'era anche la gelosia, che a una tale
deformità fosse concesso di insultare con la propria presenza tanta bellezza
era insopportabile.
Voleva annientarla con la sua magia, ma quella aveva già iniziato a tessere
la propria mentre lui era ancora rapito dalla vista di quel signore elfico.
"Caedh Fireann...
Roi Caleann.."
Due getti di fuoco si dipartirono in direzioni opposte da dietro le spalle
della strega, allontanandosi in volo per poi convergere da due lati verso
Alfonso, erano come lucertole seguite da una scia arancione.. salamandre..
la situazione si stava scaldando.
Per non rimanere accerchiato si mosse incontro a una delle assalitrici,
visualizzando un quadrato blu di fronte a sè e invocando l'aiuto delle acque
superiori.
"Ch'esed..."
Il Quadrato si illuminò di blu elettrico e sulla sua superficie si formarono
cerchi concentrici come acqua colpita da un sasso quando la salamandra
arrivò in contatto, svanirono entrambi in una nuvola di vapore sfrigolante.
Alfonso rimase a gioire un attimo di troppo per la sua vittoria, la seconda
salamandra lo aveva raggiunto e aveva iniziato a danzare attorno a lui in
una larga spirale.
Tutto si mise a girare, aveva perso l'orientamento, ritirarsi sarebbe stata
una buona idea, ma era diventata una cosa personale tra lui e la vecchia,
questa volta non avrebbe ceduto. Si rilassò senza resistere per ritrovare le
proprie percezioni, arrivò al punto di sentirsi dissociato in tre persone :
una nella torre, una che stava lottando con la salamandra, e una terza che
vedeva entrambe le scene dall'alto, quasi con indifferenza. Dal suo nuovo
punto di vista doveva decidere cosa fare, aveva ancora la forza di chiamare
il fulmine, ma su chi? La salamandra? La strega? Il capo dei pirati?
Broadsword - Jethro Tull
Il Sire Ra-Heru seduto sul suo trono pregustava la delizia del massacro
imminente, mancava molto poco all'arrivo a destinazione.
Aveva pianificato tutto nei particolari, procurarsi degli alleati tra i
fomori di Albion era stato il suo colpo di genio, la loro nebbia magica gli
avrebbe permesso non solo di sbarcare, ma anche di arrivare inosservato alla
porta di quel castello, poi i Fimm avrebbero fatto il resto risparmiando
perdite tra i Druchii.
Ai fomori piacevano tanto i castelli e le schiave umane, si sarebbero
stabiliti lì, avrebbero custodito per lui quella roccaforte, e lui la
avrebbe concessa agli altri signori dei Druchii come base per le loro
spedizioni di saccheggio nella ricca Tilea, in cambio di una tassa
ovviamente.
Ma intanto fino al momento dello sbarco doveva permettere a quelle creature
ripugnanti di insozzare il "Gioioso abisso di dannazione", la sua arca
personale, il suo palazzo. Sotto di lui la Meargh, la strega regina della
tribù di fomori con cui aveva stretto il patto, si stava agitando,
biascicava, rideva come se vedesse qualcosa che nessun altro poteva vedere,
Ra-Heru invece non vedeva l'ora di buttarli fuori.
Poi un lampo di luce gli tolse la vista e ci fu un gran fracasso.
Per un attimo pensò a un tradimento, di essere già morto, poi gli occhi
abbagliati ripresero lentamente a funzionare, sentiva un vento freddo, si
rese conto infine che una delle vetrate superiori era stata sfondata dalla
tempesta, odore di temporale, elfi e fomori correvano senza meta nel panico,
si alzò di scatto.
"Un fulmine... calmatevi idioti! Non capite che è stato solo un fulmine??"
Mentre diceva queste parole abbassò lo sguardo e le parole si strozzarono in
gola, della Meargh rimaneva solo un mucchio di cenere, stracci bruciati e un
bastone spezzato. Fuori il banco di nebbia che circondava l'arca si stava
già dissolvendo.
Alfonso aveva chiuso gli occhi del suo corpo spirituale per lasciarsi
ricadere nel corpo materiale nella torre.
In questo modo sarebbe sfuggito alla salamandra, che comunque non sembrava
poi così pericolosa, la megera non esisteva più, ormai l'arca nera doveva
aver raggiunto la costa, ma riprese le forze avrebbe concluso il lavoro
rivolgendo nuovamente l'acqua e il vento contro di essa.
Un pò gli dispiaceva per il bellissimo Sire.
Ma qualcosa non tornava, avrebbe già dovuto avvertire il senso di caduta e
la stretta allo stomaco che accompagnano il rientro, e invece nulla.
Riaprì gli occhi del corpo spirituale.
Era nella torre, tutto a posto, ma il suo corpo...con la calma propria di
chi sa di non avere vie d'uscita vide che al suo posto c'era un rogo di
fiamme ruggenti alte fino al soffitto. Un ricordo passò per la sua mente, la
voce di uno dei maestri del collegio celestiale, una lezione che aveva
ascoltato anni prima.
"Le sostanze oleose, come il sego delle candele o il grasso del nostro
stesso corpo, sono i migliori conduttori di mana, al punto che questo può
sovraccaricarle causandone l'autocombustione..."
Autocombustione... ora aveva capito cosa stava facendo la
salamandra...troppo tardi..
Si era buttato nel duello magico come se fosse un gioco, per compiacersi
dell'uso del potere.. ecco il risultato.. ora viveva solo nel vento, per
qualche minuto ancora, poi Morr sarebbe venuto a prenderlo.
Ma aveva un'ultima cosa da fare.
Ad ogni temporale che arriva i vecchi si siedono vicino al fuoco e
immancabilmente iniziano a raccontare di quel giorno della grande tempesta.
Dicono che insieme alla tempesta vennero degli invasori: Saraceni, forse
Sartosiani, altri parlano di elfi o di creature mostruose con becchi aguzzi
e code squamose.
Si sa che ai vecchi piace lavorare di immaginazione.
Però tutti i racconti coincidono su una cosa: che a quel tempo un mago
abitava la torre diroccata e quel mago li avvertì del pericolo, tutti.
Fu visto in ogni casa nello stesso tempo, dalla capanna del pastore al
castello del barone, ad ognuno disse di prendere le armi o di mettersi in
salvo.
Dopo la tempesta andarono a cercarlo, ma nessuno lo vide più, di lui fu
trovato solo un paio di pantofole ai piedi di un sedile di pietra annerito
dal fuoco.
E' ancora là nella torre, per chi vuole andarlo a vedere.
|