UN RUMORE NELLO SCARICO
di Federica Soprani

 

 

 


Vi racconterò di come io sia stato costretto a cambiare casa.
Mi sono sempre considerato piuttosto adattabile, un dono di natura, forse, che mi ha consentito di vivere a lungo, senza dovermi preoccupare troppo del giudizio altrui.
Sono un tipo domestico, per così dire, convinto di poter vivere bene solo all’interno di quattro mura, tenacemente attaccato alle mie piccole manie, ai miei personali rituali.
Abitudinario e refrattario alle novità, ecco, trovo siano attributi che mi descrivono adeguatamente, e geloso della mia privacy, senza dubbio.
Abitavo in un vecchio palazzo, pieno di spifferi e ricordi.
Era la casa in cui ero cresciuto, e in un certo senso essa era cresciuta con me, nutrice discreta, madre affettuosa negli anni solitari della mia giovinezza. Di essa conoscevo ogni singolo anfratto, ogni impercettibile crepa, ogni scricchiolio e fruscio, – in quale vecchio edificio non ce ne sono? - a cui sapevo dare una causa e una locazione precise.
Così, il primo insorgere del rumore nello scarico non era passato inosservato.
Accadde un pomeriggio, dopo che ero rientrato da una delle mie brevi sortite all’esterno – giusto il tempo di procurarmi qualcosa da mangiare e lo stretto indispensabile per la mia parca vita – e sulle prime pensai di averlo prodotto io stesso, involontariamente.
Ma sapevo di sbagliare.
Ero rimasto immobile, in ascolto, tutta la mia attenzione rivolta a individuare la fonte di quel suono, a percepirne un eventuale reiterarsi.
Non dovetti attendere troppo.
Eccolo di nuovo, dapprima indistinto, come un gorgoglio lontano, poi più chiaro, un tonfo e uno schiocco, e uno stridore sinistro, come di metallo sfregato su altro metallo, seguito da un altri rumori brevi, ovattati, come provenienti da un luogo molto distante e remoto.
Infine, il silenzio.
Avevo atteso ancora, sperando in un nuovo segnale, e allo stesso tempo augurandomi, supplicando che esso non si ripetesse. Il primo pensiero fu per qualcuno all’esterno della casa, magari nel giardino confinante, ma la fonte del rumore era inequivocabilmente all’interno dell’abitazione, per la precisione in corrispondenza dello scarico del lavandino, e non c’era nessuna pietosa menzogna che io potessi raccontare a me stesso per tranquillizzarmi.
Così mi ero accostato allo scarico, arrivando perfino a sbirciare al suo interno, come aspettandomi assurdamente di veder comparire qualcosa.
Ma non c’era nulla. Là dentro riecheggiavano solo buio e silenzio, e un vago sentore di muffa e putrefazione, al quale tuttavia mi ero assuefatto, nel tempo.
Mi costrinsi ad allontanarmi, a riprendere le mie occupazioni abituali, ma quel rumore aveva incrinato irrimediabilmente la mia tranquillità, instillando il tarlo dell’incertezza in ogni gesto, in ogni pensiero. Trascorsi la giornata senza concludere molto, la mia attenzione irresistibilmente attratta dallo scarico, e dal suo confortante e mendace silenzio.
Quando le ombre della notte calarono sulla casa, ed io ero quasi convinto di poter abbandonare la mia paranoia e tranquillizzarmi, il suono si ripeté, improvviso, a irridere tutte le mie speranze.
E quella volta fui certo, come potevo esserlo nello stato di angoscia crescente in cui mi dibattevo, di non essere più solo nella casa.
Ora dovete capire che per uno nella mia condizione, abituato a fare a meno di tutto in nome di una superiore tranquillità, una simile possibilità risultava inaccettabile, e ancora più intollerabile era la consapevolezza della provenienza di quei rumori, quel dannato scarico, oggetto abituale a famigliare, che all’improvviso mi aveva tradito, nel cuore stesso della mai casa, trasformandosi in un inquietante collegamento tra me e l’ignoto.
Mi costrinsi ad agire razionalmente, a definire un piano.
Per prima cosa dovevo accertarmi che qualunque cosa producesse quei rumori non potesse usare il tubo come passaggio. La sola idea bastava a sconvolgermi.
Dedicai tutto il giorno successivo a sigillare il foro, con materiale di fortuna. Di certo, uscendo avrei potuto trovare di meglio, ma in quel momento non abbandonare la mia posizione mi sembrava un imperativo categorico.
Così mi arrangiai con ciò che avevo, utilizzando per lo più pezzi di stoppa e carta, pressati e schiacciati a creare un tappo compatto, e alla fine fui piuttosto soddisfatto del mio operato.
Mi resi conto di aver fatto appena in tempo, perché qualsiasi cosa si muovesse dall’altra parte del tubo aveva abbandonato ogni diffidenza, prendendo a muoversi più liberamente, senza timore di farsi udire. Immobile, protetto dall’effimera barriera del tappo improvvisato, udivo il susseguirsi di tonfi e gorgoglii, e ancora quel rumore stridulo, lacerante, perfino ora che era smorzato dalla stoppa pressata.
Restai a vegliare presso lo scarico finché i suoni cessarono, ma trascorsi il resto della notte sveglio e immobile, nel buio, incapace di lasciare la mia posizione di sentinella.
Ma non potevo sapere che il peggio doveva ancora venire.
Dovevo essermi assopito, perché quando il rumore ricominciò mi colse di sorpresa, incapace per un momento di realizzare dove mi trovassi, e in quale momento del giorno o della notte. Ma tornai lucido immediatamente, quando mi resi conto di cosa stesse accadendo, e quella nuova consapevolezza annullò ogni mia difesa, gettandomi nel terrore più folle.
Qualcosa stava forzando il tappo, lo stava spingendo cercando di svellerlo dalla sua sede.
Riuscii a reagire, misericordiosamente spinto dal mio stesso terrore, dalla disperazione, e iniziai a ostacolare quell’invasione, a contrastarla con tutta la mia forza, spingendo a mia volta, puntellando con tutto il mio peso la barriera.
Dopo un attimo di esitazione, in cui la spinta parve cessare, eccola riprendere, con rinnovato vigore, colpi feroci, continui, che mi costrinsero fare appello a tutta la mia volontà, per non vacillare, e non fuggire in preda al panico.
Solo quando fui certo che tutto era cessato smisi di spingere, e mi accasciai lì, dove mi trovavo, incapace di contenere il tremito che mi scuoteva, ma fu allora che tutto accadde, inevitabilmente, e solo la tranquillità che mi deriva dal poter essere qui, ora a raccontare quei terribili fatti mi dà la forza e il coraggio di ricostruirne l’orrore.
Mi ero accasciato, dicevo, accanto allo scarico, quando un nuovo suono parve scaturire dal cuore stesso della casa, una sorta di tonfo sordo, poi uno sbuffo, come d’aria compressa, e infine uno schiocco, terribile, fragoroso, e tutto prese a tremare, la struttura stessa dell’edificio parve esserne sconvolta. Io feci in tempo a vedere il tappo volare via, prima di essere a mia volta risucchiato da quella forza invisibile e travolgente. Il buio m’inghiottì, e poi tutto fu luce, una luce accecante, devastante, e il mondo esplose in una cacofonia di lampi bianchi e vorticosi.
Mi sentii precipitare da un’altezza impossibile, e quando il volo terminò tutto il mio corpo si accartocciò per il dolore.
Tentai di sollevarmi, ma la superficie su cui mi muovevo era scivolosa e senza appigli, e così bianca da bruciarmi la vista.
E fu allora che lo vidi, incombere su di me, una creatura così enorme, così terribile, che per un attimo riuscii solo ad invocare la morte, che calasse su di me, pietosa, e mi preservasse da tutto quell’orrore.
Dal suo corpo immane si dipartivano quattro appendici oblunghe, e su due di esse l’essere si reggeva grottescamente eretto. Le altre, attaccate alla parte superiore del corpo, terminavano con oscene articolazioni ritorte, in una delle quali esso brandiva un oggetto minaccioso, levato su di me, pronto a colpire, una sorta di manico di legno, sulla cui sommità era posta una… ventosa?….
Ma a colmarmi di autentico orrore, più ancora dell’enormità delle sue membra deformi, più del pericolo imminente rappresentato da quell’arma, fu la vista di quella che doveva essere la sua testa, piccola, distaccata dal corpo e tuttavia unita ad esso, e dotata – il mio pensiero s’infrange ancora al ricordo di tanto inaudito raccapriccio – di due occhi, due narici, due orecchie, e di una singola bocca che in quel momento era spalancata ed emetteva suoni tanto dissonanti quanto terrificanti.
Mi costrinsi a tentare la fuga, ignorando le sue grida, ignorando perfino il tonfo della ventosa gigantesca che veniva calata con ferocia e violenza sul mio corpo indifeso, mentre arrancavo penosamente su quel deserto bianco e lucente, pazzo di terrore, i tentacoli che brancolavano cercando un appiglio.
E infine lo vidi, come un miraggio confuso in quell'abbacinante biancore, e l’istinto mi indusse in quella direzione, verso quel buco che aveva sancito la fine della mia tranquillità, l’inizio del mio delirio, ma che ora rappresentava anche la mia sola salvezza.
Le grida dell’essere aumentarono di intensità, mentre mi infilavo nello scarico, e ringraziai la consistenza spugnosa del mio corpo che seppe adattarsi all’istante, scivolando agilmente lungo il tubo incrostato senza incontrare ostacoli. Scivolai, nella mia stessa bava, lasciandomi alle spalle la luce, i colpi terribili che ancora si abbattevano sul mio capo, e quando giunsi alla mia casa non mi fermai, continuando a scendere, insinuandomi attraverso le crepe, correndo lungo l’interminabile teoria di tubazioni e condotti ciechi che percorrevano l’intero palazzo come un fitto reticolo. Strisciai, strisciai e continuai a strisciare, finché tutto intorno a me fu solo silenzio, e oscurità.
Ora vivo quaggiù, dove la tenebra si somma alla tenebra e la polvere si ferma perché più in basso non può andare. Il silenzio qui è perfetto, rotto solo dallo stillicidio di vecchi tubi, da anni in disuso, dal sussurrare dei ragni, e a me sta bene così.
Ho provato a risalire, qualche tempo fa, lungo il percorso della mia fuga, fino alla mia vecchia casa. Nessun suono neppure lassù, la pace sembrava tornata, e lo scarico era un occhio cieco che mi fissava, ignaro degli orrori che mi si erano rivelati attraversandolo.
Ho preferito non rischiare, e mi sono trasferito definitivamente nella mia nuova casa.
Mi trovo bene, ma l’avevo detto di essere un tipo adattabile, no?

FEDERICA SOPRANI

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