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IL RICHIAMO DEL SANGUE
di Claudio Bargelli
Pieve di s. Lorenzo, Appennino parmense
Anno Domini 1666…"Princeps tenebrarum, te invocamus...Princeps tenebrarum, te invocamus!". Nel buio della notte, fiammeggianti torce risplendono tra le anguste pareti della pieve romanica. L’affilata lama dello spadone cala sulla donna inginocchiata sul ceppo e, in un sol colpo, le recide di netto il capo. Il sangue di Lisetta sgorga copioso nell’argenteo calice. Sacrificale libagione dell’empio rituale. Gocce vermiglie cadono al suolo. Il terreno ne è imbevuto. Le nere candele dinanzi alla croce capovolta affievoliscono a poco a poco. La Bestia è sazia. Un opalescente sipario di nubi cala silenzioso sul gelido disco della luna. Tutto sfuma nel silenzio...
Gennaio 1945..."Feuer!". La secca, crepitante scarica della mitragliatrice falcia le inermi vittime addossate al muro. Si accasciano al suolo senza un lamento. Giacomino stringe la mano di Lisetta, la giovane madre. Uniti oltre la morte. Purpuree macchie imbrattano, qua e là, il muro esterno della chiesa. Ancora una volta lorda di sangue. Scendono le prime ombre della sera. Nel freddo pungente, il cielo livido piange lacrime nevose...
6 giugno 1966...Il sole del meriggio picchia implacabile sui campi biondeggianti di messi. L'estate è giovane, piena di vita. Anche Santino, il figlio del fattore, un robusto e aitante giovane di vent'anni, freme di voluttà. Di gioia di vivere. Sotto l'infuocata carezza del sole, il sangue ribolle come il mosto nei tini. Lo aspetta Lisetta, la figlia sedicenne di Amabile, una graziosa fanciulla dai capelli corvini e dalla vellutata pelle di pesca. Santino arde di desiderio. Da qualche tempo i due giovani si incontrano di nascosto. Sospiri d'amore, baci sempre più audaci, furtive carezze. Quel giorno, Lisetta sarebbe stata sua. La sua donna. Per sempre. Nella complice ombra della fronzuta quercia, Santino le sussurra:
"Dolce Lisetta, oggi diverrai donna. Oggi ti farò mia!". La stringe forte a sé, la bacia avidamente sulla bocca. Il contatto con il calore del suo corpo, l'afrore selvaggio della pelle sudata eccitano i sensi, inebriati dalle lusinghe della carne. Una forza inarrestabile, primordiale cresce in lui, dentro di lui. La prende dolcemente per mano e la trascina laggiù, al limitare del paese, nella fresca e riparata penombra dietro la pieve. Turbata e impaurita, la ragazza abbassa pudicamente lo sguardo.
"Non voglio! Ho paura! Se mi rompi il velo, dovremo sposarci subito. Altrimenti, il Signore ci castigherà!". Ma il giovane, ebbro di passione, non può attendere oltre:
"Sì, ci sposeremo. Ma tu devi darmi questa prova d'amore! Ti desidero...". Lisetta è sul punto di scoppiare in lacrime.
"Ho paura, Santino! Mi farai male e poi, magari, mi crescerà il pancione...". Il giovane la rassicura:
"Stai tranquilla! Sarà tutto molto bello e molto dolce!". Si appartano tra le fitte siepi. Il desiderio e il calore intenso gli martellano le tempie. Le bramose mani di Santino iniziano ad esplorare il giovane corpo, quando la fanciulla si irrigidisce improvvisamente:
"No, non voglio! Non voglio!". A fatica riesce a divincolarsi. Dall’interno della chiesa, strano rumore. Forse una voce…Una voce che le intima di non farlo. Nei campi lì intorno friniscono le cicale. Come in risposta ad un misterioso richiamo, Lisetta si affaccia alla marmorea bifora e rimane per un attimo in ascolto. Il medaglione benedetto che porta sempre al collo le cade di sotto. Senza indugio, si cala velocemente all'interno. Il giovane la segue. I vecchi del paese sussurrano che quella chiesa in rovina - da molti anni sconsacrata, assediata dai rovi e dalle erbacce - sia maledetta. Su di essa grava una tenebrosa leggenda. Si dice che, secoli addietro, "al tempo dei signori", lì dentro si fossero compiuti orrendi rituali: ne rimane labile memoria in alcuni antichi registri in pergamena gelosamente custoditi da don Serafino, il parroco del paese. Non solo. Molti ricordano ancora il sanguinoso eccidio di venti civili, trucidati davanti al muro della chiesa. Crudele rappresaglia nazista per l'uccisione di due camerati da parte dei partigiani. Da allora, una sinistra fama aleggia su quelle diroccate mura. Mura avide di sangue. Santino, sconcertato, avverte un’oscura minaccia.
"Andiamo via, ti prego! Ho un brutto presentimento...". Ma Lisetta non lo ascolta. Cerca il suo medaglione. Deve essere caduto lì sotto, ma non ve ne è traccia. Come dissolto nel nulla. Ormai raffreddati i bollori, Santino la segue, esitante e timoroso, a qualche passo di distanza. Si guardano attorno. Dall'abbacinante luce del meriggio estivo alla cupa penombra dell'interno. Fuori l'allegro canto delle cicale, dentro un sepolcrale silenzio. E l'odore della decomposizione dei secoli. L'ambiente è piuttosto angusto. Dalle crepe, dagli squarci delle pareti e del tetto filtrano sottili spade di luce. Lassù in alto svolazzano, inquieti, i rondoni. Tutto dà l'idea della desolazione, di un lugubre abbandono. Una smeraldina lucertola scompare, fulminea, in una fessura della parete. L'acquasantiera in pietra è attraversata da una nera teoria di formiche. Alle pareti, umide e scrostate, riaffiorano sbiadite tracce di antichi affreschi rappresentanti la passione del Cristo, parzialmente ricoperti da un maldestro strato di calce. Altri frammenti pittorici sembrano rappresentare l’atroce supplizio di s.Lorenzo, arso vivo sulla graticola. Attrezzi e materiali edili sono disordinatamente accatastati in un angolo. In attesa di un restauro mai iniziato.
Uno strano bisbiglio rompe il silenzio. Un flebile canto salmodiato in una lingua sconosciuta. Forse in quell'astrusa lingua che biascicano i preti durante le liturgie. Da dove proviene quella cantilenante litania? Lì dentro non c'è anima viva! Dal sottosuolo? Dalle profondità della terra? Dall'antica cripta sotto l'altare? All'improvviso, un acre profumo di incenso, fumigato da un invisibile turibolo, si espande attorno a loro. Un ansito maligno, un’aura malefica li avvolge.
"Lisetta, vieni, andiamo via! Qui dentro c'è qualcosa di malvagio…Ho sentito raccontare brutte storie su questo posto!". E, con un forzato sorriso, soggiunge: "Prometto solennemente: non insidierò più la tua purezza! Dammi retta, usciamo di qui, alla svelta!". Cerca di trascinarla per un braccio ma la fanciulla, come ammaliata, non gli dà retta. Assorta in misteriosi pensieri, mormora distrattamente:
"Devo assolutamente ritrovare il mio medaglione benedetto! Lui mi protegge da tutto e da tutti. Nessuno deve sapere che sono stata qui", ripete ossessivamente. E si allontana. Santino, riluttante, la segue. La tavola marmorea davanti all’altare è leggermente spostata. Come smossa da una mano invisibile. Qualcuno li attende. Lisetta ode una voce interiore. Fuori di sé, gli occhi scintillanti di follia, farfuglia:
"Forse il medaglione è caduto proprio là sotto" e inizia a spostare il pesante lastrone.
"Non farlo, Lisetta! Per amor del Cielo, non farlo!", gli urla Santino. Ma la ragazza, sempre più eccitata, lo esorta ad aiutarla. Solo un veloce sguardo e poi se ne sarebbero andati. A fatica riescono a rimuovere la grossa pietra. Ora il canto è più chiaro, nitido. Inquietante. La sinistra litania riempie le viscere della terra.
"Vado avanti io! Ti farò strada e tu mi seguirai". Santino inizia a scendere lentamente i primi scalini che portano alla cripta. Lisetta, trepidante, attende il suo richiamo quando…un urlo agghiacciante, disumano, in cui riecheggia tutta la disperazione del mondo, squarcia il silenzio.
“Santino, Santino! Dove sei? A confondere le urla disperate, quell'inquietante coro di voci sommesse. Voci sepolte. Lisetta, atterrita, inizia a scendere i primi gradini ma – orrore! - le umide pareti attorno a lei trasudano...Trasudano sangue! E laggiù, nel profondo, borboglia un fiume sotterraneo. Sconvolta, invoca disperatamente il nome dell’amato. Nessuno risponde. Solo il cupo salmodiare e quel lontano, sinistro gorgoglio. Man mano che scende, il sanguinoso stillicidio si fa più copioso. Qualcosa l'afferra alle caviglie. Mille braccia protese, pronte ad avvinghiarla. Una forza immane, tremenda la trascina giù, sempre più giù, nell’abisso...Verso l'orrore! Laddove i muri grondano sangue. Sospinta da una forza misteriosa, Lisetta riesce miracolosamente a fuggire, risalendo alla superficie. Con il cuore in gola esce dalla chiesa e si lancia in una corsa a perdifiato per i campi. Sporca, lacera, contusa, varca finalmente la soglia di casa. La madre, sgomenta, non crede ai suoi occhi. I lunghi capelli corvini ora candidi come la neve! La pelle rugosa e avvizzita. Lo sguardo perso nel vuoto.
Da quel giorno, Lisetta non profferì più una sola parola. Un perenne tremolio delle labbra, un tempo vermiglie, ora esangui, senza vita. Privata del lume della ragione. Chi la incontrava volgeva altrove lo sguardo, con superstizioso timore. Soltanto Bortolo, il mentecatto, osava avvicinarla, farfugliando frasi senza senso: "La Lisetta l'è là sotto, la Lisetta l'è ancora là sotto!". Ma nessuno gli dava retta.
Passarono gli anni. Amabile, sempre più vecchia e stanca, usciva raramente di casa. Camminava a fatica. Pochi passi la separavano dal minuscolo camposanto del paese. Seduta sui gradini dell’antica cappella, amava sostare fra quelle mura che un giorno sarebbero divenute la sua eterna dimora. Quei visi incorniciati parevano accoglierla con un ineffabile sorriso. Nel languente meriggio il suo sguardo fu attratto da una vecchia lapide. Sbrecciata, sbiadita, oltraggiata dal tempo. Con passo malfermo si avvicinò. Sull’epitaffio, quasi illeggibile, poche parole: "Lisetta Montagna, crudelmente falciata, nel fiore degli anni, dalla barbarie nazista. Riposi in pace". Quella sera stessa la figlia si spense. Il tempo era compiuto. Qualcuno l'attendeva. Un richiamo oscuro, profondo...il richiamo del sangue.
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