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Primarosa
di Cauchemar
"Miss Miranda, io vado"
Miranda alzò il volto dal libro in cui era sprofondata e sorrise dolcemente alla donna che la salutava dal vano della porta.
"Grazie, Delia…Buona notte"
La vecchia governante lanciò un'occhiata carica di disapprovazione alla lunga figura dinoccolata distesa sul tappeto liso, alla vecchia vestaglia bordeaux troppo larga che la infagottava e ai piedi nudi che ne uscivano, bianchi, marmorei.
"Buonanotte a lei, miss… le ho preparato il vestito grigio perla in guardaroba, nel caso volesse uscire più tardi"
Mirando si passò una lunga mano nervosa tra i capelli sciolti, tirandoli indietro a scoprire il viso.
Arricciò il naso.
"Ah, grazie…ma non penso di uscire, e se dovessi farlo, credo che l'uniforme nera vada benissimo"
E tornò a sprofondarsi nella lettura, senza far caso allo sguardo esasperato che l'anziana domestica rivolse al soffitto mentre chiudeva la porta. Avevano un bel chiamarla Prima Rosa: quella fanciulla si ostinava a condursi come un ragazzaccio, ma di certo non stava a lei fare o dire nulla. Se il suo Sire non riteneva opportuno intervenire, e anzi sembrava oltremodo compiaciuto dal suo spirito, chi era lei per criticarlo?...
Rimasta sola, Miranda lasciò che il silenzio della casa l'avvolgesse come una coperta calda. Socchiuse gli occhi godendone fino in fondo, un sorriso beato sulle labbra piene. Per un attimo tutto parve così lontano, la nottata trascorsa presso l'Elysium, l'interminabile riunione dei Primogeni, così carica di astio e rancore malcelato, il vile ricatto delle Sorelle della Cacofonia, che le avevano strappato la gestione del teatro, ancora una volta senza darle scelta, con una prevaricazione che nessuna corte Camarilla avrebbe mai potuto tollerare, ma che nel Ducato ormai era la legge.
E, naturalmente, quel Principe venuto da fuori…
Scattò in piedi con un unico movimento fluido, scuotendo i capelli come una criniera, come per cancellare in quel gesto ricordi e pensieri inopportuni. Si stiracchiò allungando tutta l'alta figura verso il soffitto e poi rilasciando le braccia lungo il corpo, come era solita fare negli anni della sua giovinezza mortale. Quei gesti così famigliari, così abituali, tardavano ad abbandonarla, come a volte si tarda a lasciare i giochi dell'infanzia, i suoi sapori irripetibili.
Senza fretta salì in camera sua, i piedi nudi che producevano uno scalpiccio lieve sul pavimento di legno. Ancora, il silenzio della casa le parve una benedizione preziosa, inestimabile, e per un attimo si chiese se fosse proprio necessario lasciarlo per immergersi nella notte, là fuori…
Ma subito la colse il famigliare senso di irrequietezza, e con pochi salti superò gli ultimi gradini della scala e arrivò, quasi correndo, nella sua stanza. Non accese la luce, amando la penombra azzurrina che si diffondeva nell'ambiente, le lame di luce che provenivano degli scuri socchiusi e tagliavano l'oscurità accendendola di riflessi argentei. Lasciò scivolare la vestaglia a terra e la scostò con un piede. L'aria fredda sulla pelle nuda le provocò un brivido di gioia.
Muovendosi con naturalezza nel buio si vestì in fretta: calzoni neri di taglio maschile, una camicia di seta bianca accollata e la giacca da cadetto, i cui bottoni dorati scintillavano appena nell'oscurità. Valutò brevemente la propria immagine riflessa nel grande specchio e arricciò il naso, altro gesto che le era caratteristico da sempre. Raccolse i lunghi capelli ramati con la mano, stringendoli dietro la nuca e lasciando che solo qualche filo sottile ricadesse ai lati del viso, e rivide nello specchio l'immagine nota che per anni era stata per se stessa e per gli altri: Arcangelo.
Sorrise tra sé, un sorriso segreto, pieno di rimpianto e nostalgia per quel ragazzo che era stata, per quella vita breve e intensa che le era stato dato di vivere, e ancora scrollò il capo, liberando i capelli e senza indugiare oltre aprì la grande finestra e si arrampicò sul tetto. La temperatura era scesa improvvisamente. Delia aveva detto che quel mattino aveva nevicato. Sentendo il gelo sul viso Mirando sospirò deliziata e restò accovacciata solo per un istante sul tetto, respirando la notte, il volto levato alla mezza luna che baluginava nel cielo di cobalto e scolpiva i suoi lineamenti con ombre azzurre.
Poi si alzò in piedi e prese a correre, veloce, come sempre amava fare, il rumore del vento che la stordiva, l'aria gelida che le faceva lacrimare gli occhi e un sorriso trionfante sul volto. Saltò dal tetto al grande sambuco, poi più in là, alla quercia che delimitava il giardino della sua dimora, fin sul tetto del capanno dei vicini, poi su quello della loro casa. Correndo percepiva indistinti i segni dell'umanità circostante, le voci nelle case, il brusio dei televisori accesi, gli odori delle cucine, il rombo delle auto nella strada. A volte qualcuno di questi segnali la attirava più di altri, e allora sostava, solo un momento, nell'ombra, per carpirlo, per decifrarlo. Ma subito riprendeva la sua corsa, come se arrestarsi fosse equivalso a morire…
Ma, per quanto corresse, i pensieri correvano più veloci di lei, i ricordi la ghermivano come artigli neri, restando impigliati ai suoi capelli, agli abiti.
Troppe emozioni, quella notte, troppe e tutte insieme.
Il volto severo del Podestà, la sua voce che li richiamava, irosa, ancora una volta, e poi la sua sofferenza, la sua improvvisa debolezza, che, se possibile, l'avevano spaventata ancora di più. Era stata sul punto di alzarsi, di raggiungerlo, quando lo aveva visto vacillare e cadere…cadere, come in quel viaggio delirante dal quale erano appena tornati, quell'avventura rocambolesca e folle nel regno delle fate, nel Ducato di trent'anni prima, dove aveva visto Antonio cadere per mano di color i quali ora si prostravano dinnanzi a lui come i più fedeli sudditi. Era stata sul punto di farsi avanti, ma la mano di Francesco, il Delfino, era calata sul suo braccio, ferma, rassicurante, e la sua voce gentile e sicura la aveva fermata:
"Che cosa avete, Miranda?..."
Allora aveva guardato gli altri Primigeni riuniti, gli Anziani immobili come statue di alabastro, la folla dei Neonati assiepati dietro i seggi a capo chino, e si era chiesta se solo lei vedesse quel pallore innaturale sul volto del Podestà, se solo lei percepisse quel tremito nella sua voce sempre così sicura, quell'esitazione nel passo e nell'atto che non erano sue.
E ancora una volta si era ritrovata a piantarsi le unghie nella carne per trattenersi, per non gridare loro in faccia:
"Ma non vedete!?!?".
Aveva lasciato la sala senza una parola e aveva preso parte alla riunione, coi più cupi pensieri nel cuore, ma aveva sorriso, come le era stato insegnato, e aveva giocato con le parole, come sapeva di dover fare, per la sopravvivenza sua e del clan.
Per non dimostrare loro la paura che aveva….
Aveva raggiunto Piazza del Duomo, un luogo che le era particolarmente caro. Dal palazzo vescovile vedeva la facciata della cattedrale romanica ergersi solida nella notte, come qualcosa destinato a durare in eterno. E inevitabilmente la sua mente volò a un'altra cattedrale, sotto un altro cielo, a Saint Eustache des Alles in una gelida sera d'inverno, di chissà quanti anni prima, la neve che cadeva dietro le vetrate multicolore e il rosone immenso, le candele che inondavano la navata di una tremolante luce d'oro, come una marea oscillante. Aveva pianto, quella sera, nascosta nel mantello di Adonais, sconvolta dalla bellezza della sera, dall'incanto perfetto di quel luogo e di quell'istante, mentre il coro di voci bianche intonava i Vespri e pareva che davvero gli angeli del cielo fossero discesi dalle guglie slanciate per intonare dal profondo le lodi al Signore.
Distolse lo sguardo dal Duomo, rivolgendolo al cielo scuro, in cui le stelle scintillavano acuminate come pugnali.
Sembravano così lontani i tempi della sua iniziazione, a Parigi, l'appartamento in Rue de l'Eau che divideva con Adonais, Camilla, Ludwig, il quieto Teodoro, le notti trascorse con Nadir a discorrere di Arte e Bellezza e Verità, alla luce calda del camino di pietra.
Il freddo l'avvolse, a tradimento, come mille aghi appuntiti, penetrandola fino al cuore.
Si lasciò andare, all'indietro, sui lastroni di piombo che ricoprivano il tetto del palazzo, e spalanco le braccia sotto il cielo.
Se solo fosse stata capace di far tacere tutte quelle voci… La coglievano di sorpresa, assordandola, una folla invisibile che le si accalcava nell'anima, chiedendo, supplicando un aiuto che troppo spesso lei non poteva fare. Era così tanto dolore, così tanta rabbia, e lei era una donna, solo una donna, a stento riusciva a non avere paura, e già doveva pensare al clan, alle sue Rose, che la seguivano forse per fiducia, forse solo perché non avrebbero saputo in che direzione andare altrimenti.
Ripensando alla sera precedente un brivido la colse. Il Principe Voria si era dimostrato amico del Clan. Nel tempo che lei aveva trascorso a discutere con i Primogeni, fino ad uscirne sfinita, egli aveva mosso cauto i suoi passi, tra i suoi Fratelli, li aveva conosciuti, conquistati. E quando lei era uscita, tutto era stato deciso. Per un attimo solo aveva gioito in cuor suo per quell'aiuto insperato, per l'interessamento di un potente alla loro causa disgraziata, ma sapeva fin troppo bene che nulla viene dato per nulla. C'era qualcosa in quell'essere che l'atterriva, e non era il suo aspetto, che la maschera celava e gli abiti eleganti dissimulavano. Nonostante il suo clan fosse particolarmente sensibile alla bellezza, lei era stata educata ad altri valori, a quella bellezza che si cela spesso dietro fattezze insospettabili, dietro forme imprevedibili.
No, non era il fatto che appartenesse al clan Nosferatu, del quale d'altronde così poco sapeva.
Ma non riusciva a dimenticare il movimento della mani bianche e innaturalmente lisce, a poca distanza dal suo viso, il gioco delle luci sugli artigli neri, acuminati, che si attorcigliavano nell'aria creando lenti arabeschi, in un gioco ipnotico al quale non riusciva a sottrarsi. E la voce che emergeva dalla maschera era suadente, nella durezza degli accenti, nella crudeltà dei concetti.
Le aveva parlato con gentilezza, come si parla ad un amico, come se la conoscesse da tempo. All'inizio non aveva compreso il perché del suo interessamento. Era affabile, cortese nei modi, ma ogni sua parola sembrava sott'intendere mille significati nascosti, contradditori e alla fine lei si era perduta in quella ragnatela di parole e aveva accolto quasi con sollievo la convocazione del Podestà.
Ma più tardi lui le si era presentato nuovamente. Aveva conferito col Podestà Antonio. Lo aveva convinto a porgere loro una mano. Ma, naturalmente, c'era un prezzo da pagare. Lei, Miranda, doveva rinunciare ad alzare la testa, a opporsi al potere del Principe.
Miranda aveva desiderato ribellarsi, gridare che non era giusto, che lei faceva già tutto quanto in suo potere per proteggere il clan, che già si mostrava devota, sottomessa al Podestà, e che sorrideva, sorrideva sempre, tanto che a volte il volto le faceva male per il troppo sorridere.
Invece era riuscita solo ad arretrare, incalzata da quella voce, da quelle mani, da quel corpo sempre più vicino, troppo vicino, finchè non aveva scoperto di non avere una via di scampo. Allora il terrore si era impadronito di lei e aveva lottato per non abbandonarsi ad esso, perché dopotutto non voleva mostrarsi debole, non voleva mostrarsi vinta….
Parole di miele che le bruciavano la pelle e le si conficcavano nella carne, peggiori di qualsiasi tortura.
Dovete essere sottomessa…dovete umiliarvi…prostrarvi…dimostrare che non siete pericolosa…
Ma, in nome del cielo, cosa le era rimasto da offrire in olocausto di se stessa per dimostrare la propria fedeltà al Ducato, la propria devozione al Podestà.
Pronta, sibillina la risposta.
Perché non offrirvi ad un legame di sangue? Perché non sancire così la vostra dedizione imperitura?...
Mai!
La sola eventualità l'atterriva. Fosse il Podestà o chiunque altro, ma non poteva tollerare nemmeno il pensiero che qualcuno, un uomo che non fosse il suo Sire, potesse avere potere su di lei, malgrado la sua stessa volontà.
Aveva serrato gli occhi per non vedere e voltato il capo, per non udire, e ancora quella voce la incalzava, gentile e spietata.
Aveva fissato lo sguardo negli occhi che appena si scorgevano, dietro la maschera, e aveva detto solo:
"Grazie"
Perché, che lei lo volesse o no, il favore era stato fatto, e ora restava il prezzo da pagare. E lo avrebbe pagato, quando fosse giunto il momento, ma allora doveva solo sottrarsi a quella vicinanza indesiderata, che le impediva di pensare, che la rendeva così inerme e terrorizzata.
Si rialzò in piedi, scrutando la notte, una figuretta argentea sbalzata nel buio, come un fregio su una scatola di smalto. Avrebbe affrontato tutto ciò che doveva affrontare. La sua scelta l'aveva compiuta la notte in cui aveva deciso di rimanere in quel Ducato, di prendere su di sé le sorti del Clan della Rosa.
A nessuno importava che lei fosse solo una ragazza, un'attrice, una nuova nata.
Non al suo clan, tanto meno agli altri, non al Podestà e alla sua Corte corrotta. Di certo non al Principe Voria…
Così, ancora una volta, avrebbe dovuto dimenticarlo anche lei.
Come tanti anni prima avrebbe dovuto rinnegare ciò che era per salvarsi e per salvare chi amava.
Non possedeva nella vita l'arte della simulazione che l'aveva resa grande sulle scene. Non sapeva essere come Lorenzaccio, cui tante volte aveva dato corpo e anima. Troppo dolce, Miranda, troppo buona, Miranda…
Ma avrebbe imparato, se era necessario.
Avrebbe imparato a non intenerirsi mai più, se questo le si chiedeva, per sopravvivere.
Chiuse gli occhi al freddo.
Improvvisamente si sentiva così stanca, come se ogni forza l'avesse abbandonata.
S'incamminò lungo il fianco del tetto, lentamente, le mani in tasca, come un adolescente inquieto, e la notte si spalancava sopra di lei come un sipario.
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