|
PLENILUNIO
di Claudio Bargelli
Alta Val Parma, gennaio 1634
“Aiuto, aiuto, l’Armida l’è morta! L’Armida l’è morta! L’hanno ammazzata! Anche lei come le altre!”.
“Iddio santissimo, un’altra volta! Maledetto! Maledetto mostro! Che possa bruciare tra le fiamme dell’inferno!”
Nell’ovattato silenzio della neve, le campane suonavano a stormo.
Pianti, lamenti, imprecazioni, voci irose e concitate tagliavano l’aria gelida del primo mattino. Una piccola folla fremente, ribollente di odio accorse all’estremità del paese. Una misera casupola di tronchi al limitare del folto intrico della boscaglia. Il camino ancora fumava, ma la porta era spalancata. Divelta da una furia selvaggia. L’Armida giaceva riversa, a terra, nell’angolo della cucina, in un lago di sangue. Sgozzata. Negli occhi sbarrati, una muta invocazione di aiuto. L’assassino aveva infierito con ferocia. Il povero corpo dilaniato, con selvaggio furore, da graffi e morsi. Uomo o belva? Un rivolo di sangue colava lungo le gambe, fino alla caviglia. Una brutale violenza. Tutt’attorno, il caos: sedie e tavolo rovesciati, pentole, stoviglie, attrezzi da cucina disseminati ovunque. Una furia bestiale, crudele, ferina.
La prima a prendere la parola fu l’Agnese:
“Come la povera Isolina! Anche lei, come tutte le altre, in una notte di luna piena. Quel mostro sanguinario non smetterà più di uccidere! Si nutre del nostro sangue, capite?”.
Agitando minacciosamente nell’aria un nodoso bastone, l’inferocita e scarmigliata Ada esclamò: “E’ una creatura del demonio! Un lupo mannaro…Forse la stessa malvagia creatura che il mio Angiolino scorse nel bosco, quella notte d’estate! Cosa aspettiamo ad ammazzarlo, una volta per tutte”!
Mentre il crocchio furente delle comari gridava e inveiva contro il mostro, passò lì accanto, trascinando i pesanti scarponi nella neve, l’ignaro Lodovico, lo scemo del villaggio. Di età indefinibile, ma certo non vecchio, sciancato, deforme, irsuto come una fiera, sudicio e coperto di logori brandelli di pelliccia, il mentecatto prese improvvisamente ad imitare l’ululato del lupo. Agitando come un forsennato le scarne braccia, digrignando i denti, si pose a quattro zampe come un animale. Idiota dalla nascita, su di lui erano fiorite, nel tempo, le più fantasiose leggende. Partorito in tarda età, la madre era morta tra atroci sofferenze nel darlo alla luce. Si mormorava che quel groviglio di deformità fosse il frutto della fornicazione con il Maligno. Abbandonato a se stesso, solo al mondo non aveva mai imparato a parlare. Solo grugniti e suoni inarticolati. O incomprensibili frammenti di parole. In una lingua sconosciuta, arcaica. Forse la lingua degli uomini delle caverne. Si esprimeva a gesti. Senza fissa dimora, non aveva un tetto sopra la testa. Accettava saltuari lavori di fatica – ammonticchiava cataste di legna, spostava pesanti masserizie e quant’altro gli veniva chiesto – in cambio di un tozzo di pane raffermo o di un cucchiaio di minestra. A dispetto delle miserande sembianze, quel viluppo contorto di membra possedeva una forza spaventosa. I nodosi arti, robusti come radici di quercia. Lo sguardo vacuo e inebetito, la bocca sdentata, perennemente socchiusa, suscitava lo scherno dei paesani:
“Ehi, Lodovico! Stai attento che ti entrano le mosche!”, così lo canzonavano i vecchi del paese. In quegli animaleschi occhi giallastri brillava, a volte, una luce strana. Una luce sinistra, inquietante. Un lucore fioco, innaturale, che affiorava di tanto in tanto da remote profondità. Oscure come la notte. Oscure come la morte. A modo suo, Lodovico capiva. Si rendeva conto di ciò che accadeva. Nelle notti di plenilunio qualcosa si muoveva in lui. Dentro di lui. Prendeva ad agitarsi come un forsennato. Prono, a quattro zampe, ululava disperatamente al gelido astro notturno. Un ululato cupo, lugubre, lacerante. E, così, al consueto dileggio si accompagnava un superstizioso timore.
Ma quel mattino la gente era esasperata, furibonda. Si cercava un capro espiatorio, su cui sfogare la rabbia repressa. Appena echeggiarono i versacci sguaiati, scanditi dalle oscene movenze belluine, i compaesani gli si fecero incontro con aria minacciosa. L’innata repulsione stava cedendo il passo a un odio cieco, irragionevole, feroce. Riaffiorarono alla mente vecchie voci sul conto di quello sventurato. Alcune donne del paese avevano raccontato, con vergogna, come Lodovico le avesse insidiate, acquattandosi nella vegetazione e tentando poi di aggredirle. Di prenderle con la forza. Quell’infame individuo non era certo in grado di dominare i propri abominevoli istinti. Fu l’Agnese la prima ad intimargli, con tono rabbioso:
“Vai via, brutto scimunito! Maledetto schifoso! Orribile mostro! Lurido assassino di donne indifese!” e gli scagliò addosso una grossa pietra, colpendolo alla gamba. L’infelice emise un sordo ululato di dolore, e, con la sua saltellante andatura, ritornò velocemente sui suoi passi, dileguandosi nella boscaglia.
E le donne, sempre più furiose: “E’ lui l’assassino! E’ una belva! Dopo aver soddisfatto le sue turpi voglie, fa a pezzi quelle poverette!”.
In quell’istante videro uscire dalla chiesetta il parroco, l’austero don Venanzio. Un omone alto, calvo e dall’aria assorta, che da qualche tempo aveva sostituito don Benvenuto. Gli si fecero incontro, supplicandolo con fare accorato:
“Padre, aiutateci! Un demonio si è insinuato tra di noi e non è mai sazio del nostro sangue! Dobbiamo ricacciarlo nell’inferno da dove è venuto!”.
Il prevosto si aggiustò la mantellina sulle spalle e, volgendo altrove lo sguardo, ad un punto lontano dell’orizzonte, si fece il segno della croce. Con labbra tremanti, mormorò poche parole in latino che evaporarono in una nuvoletta di fiato condensato. E, rivolgendosi alle comari, soggiunse:
“A volte sotto le orride spoglie di un mostro si cela una povera creatura tormentata. Priva del lume dell’intelletto. Il Signore misericordioso avrà pietà di quell’anima dannata! Pregate e il male scomparirà per sempre dalle nostre contrade”.
Alzò la mano destra in un gesto di benedizione e scomparve silenziosamente come era venuto. Un uomo strano. Enigmatico. Indecifrabile. C’era una zona d’ombra in quell’individuo, un alone di mistero dove non penetravano neppure i luminosi raggi della fede. Pareva celare in sé un terribile segreto. Del resto, si sapeva ben poco di lui. Si diceva che la sua famiglia, poverissima, vivesse sull’Appennino reggiano. Quinto di sette fratelli, aveva precocemente scoperto il fiore germogliante della fede in seguito ad un evento sconvolgente che aveva segnato la sua adolescenza. Una giovane donna trucidata lungo la riva di un ruscello di montagna. Fu proprio lui a scoprirne il cadavere, quel caldo meriggio d’estate. E continuava a chiedersi cosa mai l’avesse mai condotto in quel luogo sperduto. Aveva percezioni vaghe, ricordi confusi, di quel giorno lontano. Ricordava soltanto quel povero corpo martoriato e lui che, inginocchiato, non riusciva a distogliere lo sguardo. Imprigionato da quegli occhi atterriti. L’assassino rimase senza nome. E quel delitto rimase irrisolto…
Nei giorni seguenti Lodovico si tenne lontano dal paese. Come una belva braccata, si affidava ad un primordiale istinto. Trovò rifugio in una grotta scavata nel fianco della montagna. Una notte di plenilunio, attanagliato dai morsi del freddo e della fame, scese a valle attraverso i boschi, fino a scorgere il vecchio mulino e, in lontananza, le prime case del paese. Era notte fonda. Tutti dormivano. Il gelido astro e il candore della neve rischiaravano il suo cammino. Un placido muggito proveniva dalla vicina stalla di mastro Antonio. Si avvicinò. La porta socchiusa cigolava, spinta dal vento. Ormai stremato, Lodovico varcò tremebondo la soglia. Voleva riscaldarsi al tiepido fiato delle bestie e, magari, procurarsi qualche avanzo di cibo. Andò ad accovacciarsi nell’angolo più riparato, tra il tanfo greve del letame. Un raggio di luna spiovve, maligno, da una feritoia del tetto. Si levò, improvvisa, una folata di vento. Un alto muggito. Un muggito lamentoso, disperato, di terrore. Il monito di un oscuro pericolo incombente.
Di lì a poco, udì il rumore di passi precipitosi sulla neve ghiacciata attorno alla stalla. L’ondeggiare di un lume andava approssimandosi. D’improvviso, la porta si spalancò e apparve sulla soglia mastro Antonio. L’espressione stravolta, gettò un’occhiata tutt’attorno, alla tremula luce della candela. Non tardò a scorgere Lodovico tremante, acquattato tra lo sterco, sotto il corpo di una delle bestie. Fu un attimo. Folle di rabbia, impugnò il forcone e lo trafisse più volte nel petto. Lo ammazzò come un animale. La vita ripudiò quel corpo deforme e martoriato. Un rivoletto di sangue colò lentamente dall’angolo sinistro della bocca. Negli occhi ferini risplendeva finalmente la pace. L’astro notturno illuminava il Creato. E le stelle ardevano di bagliori segreti…
Pochi giorni dopo venne assassinata un’altra donna. Viveva sola, in un casolare attiguo alla pieve. In paese divampò nuovamente il terrore. L’assassino non era, dunque, quel povero infelice. Il mostro era ancora tra loro. Ma la grande paura era destinata a dissolversi. Il mistero sarebbe stato presto svelato. Nel modo più atroce.
Un paio di giorni più tardi il corpo senza vita del parroco penzolava da una robusta trave della canonica. Impiccato. Il viso violaceo, gli occhi strabuzzati e fuori dalle orbite, la lingua irrigidita e protesa in una grottesca smorfia. In una mano stringeva un crocifisso di legno. Quando lo calarono a terra notarono che, sotto la nera tonaca, indossava un ruvido cilicio. Il corpo ricoperto di piaghe, di vecchie cicatrici. Un macabro particolare suscitò sgomento nei superstiziosi paesani: le dita culminavano in unghie incredibilmente lunghe, robuste, affilate. Adunche come artigli. Dalla bocca spalancata spuntavano incisivi aguzzi e forti. Nessuno disse nulla. Qualcuno gli abbassò le palpebre perché orrende immagini non uscissero a sporcare la notte. Le sue spoglie non furono sepolte in terra consacrata, ma arse e disperse al vento in una remota boscaglia. Da quel giorno si placò la sete di sangue innocente. E, nelle terre alte, tutto sfumò nel silenzio.
|