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L'OSSESSIONE DEL SIGNOR WHATLEY
di Mattia Sirocchi
La sera è ormai giunta, tra poco spegneranno le luci e allora saprò; saprò se ciò che ho vissuto è reale oppure se si è trattato di una lenta deriva dei sensi che inesorabilmente ha condotto il mio corpo e la mia mente alla follia.
Se così dovesse essere il pallido riflesso lunare che cola argenteo sul muro e sul pavimento della cella non sarà sufficiente a salvarmi.
Lo so!
Ormai sono tante le cose di cui solo fino a pochi giorni fa ero all'oscuro e che ora sconvolgono la mia anima e la mia vita. Bevo avidamente la luce della luna che, fredda, m’illumina il volto, quasi sperassi di poterla ritrovare dentro di me quando ne avrò più bisogno. So già che è inutile, la fine arriverà implacabile e la fuga è resa impossibile da queste soffici mura imbottite. Le lunghe maniche bianche legate dietro la schiena m’infastidiscono, i legacci urtano contro la mia pelle, graffiando la carne ancora viva che si ribella al dolore. Sorrido, e la luce entra più abbondante nella mia bocca, fin giù nella gola per poi perdersi nel buio del mio corpo.
Finché sentirò dolore sarò vivo.
Finché ci sarà luce lui non potrà entrare.
Il mio nome è Howard Phillips Delapore e sono nato a Providence nel New England da una famiglia piccolo borghese. Primo di tre fratelli, dopo il College ho lasciato la mia città, la mia casa ed i miei amici per recarmi a Boston dove mi sono iscritto all’università di medicina. Il mio spirito indipendente e il disagio che provavo nel farmi mantenere agli studi dai miei genitori, mi hanno portato ben presto a cercare un lavoro che mi permettesse, almeno in parte, di rendermi autonomo. Fu per questo che risposi con grande speranza ad un annuncio che trovai appeso ad una delle tante bacheche dell’università. L’annuncio diceva: “Cercasi ragazzo per accudire e tenere compagnia ad anziano signore. Vitto e alloggio gratis. Avery St. 421.” Seguiva un numero di telefono della città.
Presi appuntamento per quel pomeriggio stesso e dopo aver passato l’intera mattinata a studiare la fisiologia umana, mi recai carico d’entusiasmo al colloquio.
Avery St. si trova in una delle zone più eleganti della città: viali alberati, giardini in cui i bambini possono giocare tranquilli e nessun sferragliante tram dopo le otto di sera, fanno di quella via il posto ideale per chi non vuole essere disturbato dallo scorrere del mondo.
Il 421 è una bella casa a due piani, in stile coloniale, con un ampio giardino sul retro ed un prato perfettamente curato. A vederla così, da fuori, illuminata dalla luce del giorno, non verrebbe mai in mente quale terribile abominio nasconda, o meglio, nascondeva fino a poche ore fa.
Arrivai all’appuntamento alle sedici meno un quarto, dieci minuti prima del dovuto, fumai impaziente una sigaretta e poi salì ad ampie falcate il viottolo che conduce all’ingresso. Venne ad aprirmi una signora di mezza età che scoprì poi essere l’unica figlia dell’anziano padrone di casa, nonché sua unica parente rimasta in città. Mi fece accomodare nell’ampio salotto e mi offrì un the profumato al gelsomino insieme ad alcuni biscotti, per la verità un po’ troppo inglesi per i miei gusti.
La signora Lavinia – questo è il nome della donna – volle sapere quasi tutto su di me e la mia famiglia. Il motivo della mia presenza a Boston, i miei corsi di studi, le mie abitudini e via dicendo. Immaginai fosse legittima tutta quella curiosità verso un uomo che sarebbe dovuto venire a vivere nella sua casa e avrebbe dovuto accudire un suo caro. Per cui non fui in imbarazzo né tanto meno sorpreso dalle domande della donna che fu, anzi, molto cordiale e affabile. Fin da subito fui abbastanza brillante e sentì in cuor mio la quasi certezza di aver trovato una sistemazione e un lavoro, ma la convinzione la ottenni quando scoprimmo, non senza un pizzico di complicità, che entrambe le nostre famiglie erano originarie dell’Inghilterra. La mia, per la verità, nel corso dei decenni se lo era quasi dimenticato, avevamo da tempo perso sia l’accento che la memoria delle nostre terre, io poi, non ero neppure mai stato nel nostro paese d’origine. Anzi quasi mi dava fastidio pensare di non essere americano da sempre, ed un po’, in un certo senso, ammiravo ed invidiavo le immagini a colori di quei selvaggi che si studiano nelle scuole e che, forse non senza ragione, possono essere i soli a definirsi veramente ed unicamente americani. La famiglia di Lavinia invece, i Whatley, sembravano inglesi in America. La loro stessa casa, gli arredamenti, i pasticcini, sembravano provenire direttamente da quell’angolo della vecchia Europa e, solo a sentirla parlare, si poteva notare nella sua voce un orgoglio ed un rispetto per le proprie radici che mi fecero ben presto ritenere la mia invidia per i pellerossa solo una puerile sciocchezza infantile. Parlammo a lungo, quasi fino a sera e ci lasciammo con la promessa che mi avrebbe fatto avere una risposta entro la settimana. Uscì da quella casa fiducioso e impaziente di ritornarci il più presto possibile, sperando che quei pochi giorni passassero in fretta. Riuscì a prendere l’ultimo tram, quello delle otto, e tornai alla mia piccola e squallida residenza universitaria che condividevo con altri tre sfortunati ragazzi.
I due giorni seguenti trascorsero pigri e monotoni, tra lezioni, studio e la smania di avere quanto prima una risposta. Ricordo come fosse ora la mattina del terzo giorno, ero nella mia piccola stanza intento a leggere svogliatamente gli appunti del giorno prima, quando sentì bussare alla porta. Aprì e mi trovai di fronte un ragazzo di poco più giovane di me. Indossava la divisa blu della Federal Express e mi consegnò, dopo essersi accertato delle mie generalità ed avermi fatto firmare un foglio giallo, un telegramma. Quando lessi il mittente le mani mi tremarono leggermente.
Il testo diceva più o meno così:
“ Gentile Signor Delapore è con vivo piacere che le comunichiamo l’intenzione di intraprendere, come da colloquio, un produttivo rapporto di lavoro con Lei.
Pertanto la invitiamo a prendere possesso del suo nuovo alloggio oggi stesso al fine di acquisire quanto prima, confidenza con i suoi nuovi incarichi. ”
Distinti saluti.
Lavinia Whatley in Sawyer
Non mi preoccupai neppure di avvertire personalmente i miei compagni di stanza. Lascia soltanto uno scarno biglietto a loro indirizzato, afferrai qualche vestito di ricambio che infilai disordinatamente dentro una valigia, con la certezza che nei giorni seguenti sarei passato a recuperare il resto, e mi diressi verso la mia nuova abitazione ed il mio primo, vero, remunerato lavoro. Non pensai neppure, in quel momento, che ancora non avevo incontrato il padre di Lavinia, l’uomo con cui avrei dovuto trascorrere buona parte della mia vita da quel giorno in poi.
E non lo incontrai neppure i giorni seguenti.
Lavinia sosteneva che non avrebbe fatto bene a suo padre ricevere troppe emozioni tutte in una volta. Già sapeva che un estraneo era entrato nella sua casa e già aveva dovuto abituarsi alla partenza della sua vecchia infermiera, un’inglese purosangue che dopo aver trascorso con i Whatley gli ultimi dieci anni della sua vita, aveva deciso di far ritorno nella sua amata isola. Per cui ogni cosa andava fatta con garbo e pazienza. Tutta quell’attesa cominciava però a crearmi un po’ di disagio. E se il signor Whatley fosse stato un vecchio arcigno e burbero; se non gli fossi piaciuto e mi avesse buttato fuori da quella casa senza neppure darmi il tempo di fargli cambiare idea? Cercai di non pensare a quelle eventualità e rimandai ogni possibile situazione al giorno del nostro primo incontro. Approfittai dunque di tutto quel tempo libero per familiarizzare con i domestici. Conobbi Martin il giardiniere, un uomo robusto con una folta barba scura che veniva una volta alla settimana per tenere in ordine il giardino e ripulirlo dalle erbacce e Theresa e Antony Shelly marito e moglie, cuoca lei, maggiordomo tuttofare lui. Tutti mi accolsero molto calorosamente, erano contenti di avere finalmente in quella casa un giovane che portasse, speravano loro, un po’ di vita. Scoprì in oltre che Lavinia non viveva con noi, ma che abitava, insieme al marito, un avvocato piuttosto conosciuto in città, dall’altra parte del fiume. Le sue visite al padre erano però pressoché quotidiane. Theresa soprattutto mi prese in gran simpatia, forse perché vedeva in me il figlio che non aveva mai avuto, o forse perché aveva trovato qualcuno con cui parlare durante le lunghe ore trascorse in cucina e ad aiutare il marito nelle faccende domestiche. Mi fece vedere l’intera casa, i suoi molti ambienti e i suoi arredi. Sembrava che ogni cosa avesse una storia lunga ed importante almeno quanto quella dei primi coloni. Soltanto due stanze non mi furono mostrate: la camera del signor Whatley ovviamente, dalla quale sembrava non uscisse mai, ed il suo studio.
Il quarto giorno dal mio arrivo al 421 di Avery St., era il 20 settembre 1912, la stagione, fino ad allora bella e calda, cominciò a guastarsi. Le acque dell’oceano divennero scure e una pioggerellina fitta e insistente cominciò a cadere su tutta Boston. Quel giorno non feci troppo caso alle decine di luci elettriche e lampade ad olio che illuminavano la casa. Fuori le nere nubi gettavano sulla città un’ombra sgradevole e triste e l’interno dell’abitazione era avvolto da un grigiore umido, ma la visibilità era più che buona. Sarebbero servite giusto un paio di lampade nei corridoi più stretti, quelli al piano di sopra e forse nella cucina della signora Shelly, ma il resto della casa era perfettamente illuminata dalla luce esterna. Comunque, come ho detto, non ci feci troppo caso. Il perché di un tale dispendio elettrico e di una tale ossessione per la luce lo capì solo più tardi.
E col tempo divenne anche la mia ossessione
Fu in quel pomeriggio che la signora Lavinia mi fece chiamare. La raggiunsi in salotto, in quella stessa stanza dove parlammo e bevemmo il the la prima volta che c’incontrammo. Mi disse che il gran giorno era arrivato, che avrei finalmente fatto la conoscenza di suo padre; anzi, era stato egli in persona a mostrare il desiderio di volermi conoscere dopo aver chiesto ai domestici e alla figlia cosa ne pensassero di me e dei miei modi.
Mi avvicinai titubante alla porta del signor Whatley. Dalla fessura vicina al pavimento usciva una violenta lama di luce gialla. Bussai. Aspettai di ottenere il permesso ed aprì. Socchiusi gli occhi un attimo, investito dal bagliore delle luci elettriche che illuminavano la stanza ed entrai. Le imposte della finestra erano aperte e la pioggia batteva incessante sui vetri, facendo risuonare l’intera camera di un ticchettio sordo. Il signor Whatley era seduto su di una sedia posta davanti alla finestra dandomi la schiena ma riuscì ad intuire, sotto la rossa vestaglia di panno che indossava, la figura di un uomo magro e asciutto con spalle larghe leggermente incurvate dal peso degli anni. I capelli, per nulla toccati dall’avanzare dell’età, erano bianchi, quasi argentei, ed una spirale di fumo azzurro si alzava sopra di loro. Tutta la stanza era invasa dall’odore speziato del tabacco da pipa.
Si voltò e mi fece accomodare accanto a lui. Il suo viso era affilato e segnato da profonde rughe sulla fronte e agli angoli della bocca ma gli occhi risplendevano di un’intelligenza e di una vitalità che spesso difetta ai più giovani. Volle sapere tutto di me e così mi ritrovai nuovamente a raccontare la mia vita e quella della mia famiglia. Sembrava molto interessato alle mie parole e solo ogni tanto mi interrompeva per farmi qualche domanda più approfondita, tradendo così nella sua voce l’accento inglese che tanto doveva essergli caro.
Il nostro primo colloquio non durò molto. Si scusò dicendo che era molto stanco e mi congedò con l’incarico di andarlo a svegliare con la colazione la mattina seguente alle sei e mezzo.
Questo fu il mio primo incontro col signor Whatley
Il mattino seguente fui puntuale, questa volta il vecchio si fece trovare a letto, intento a leggere il giornale. Mi accolse con un grande sorriso e fece colazione mentre insieme commentavamo le notizie del giorno.
Fuori la pioggia aveva cessato di cadere ed un timido sole illuminava la città, la stanza però era ancora invasa dalla luce delle lampade così, mentre il mio assistito era intento a sorseggiare il suo the, spensi con fare distratto la lampada ad olio che bruciava sul comodino accanto al letto.
La luce della stanza diminuì leggermente mentre il viso del vecchio si accese di un’espressione inquietante. Un misto di terrore e rabbia invase i suoi occhi che per un attimo sembrarono caduti in un oblio profondo, perdendo quella vitalità che tanto mi aveva colpito solo la sera prima. Poi cominciò ad urlare, imprecando contro di me e la mia stupidità. Con un gesto fulmineo si girò sul fianco, facendo cadere sul letto il vassoio e ciò che restava della colazione, imbrattando le lenzuola e la sua stessa veste da camera. Prese ad armeggiare freneticamente con la lampada ma questa non voleva saperne di riaccendersi. Cominciò ad urlare il nome di sua figlia mentre la lampada cadde a terra infrangendosi e macchiando d’olio scuro le assi di legno del pavimento. Io in tutto quel che stava succedendo rimasi pietrificato. La visione di quel vecchio che si dimenava isterico sul proprio letto, in preda ad un’angoscia che mai avevo visto negli occhi di nessun altro uomo, mi aveva tolto ogni contatto con la realtà. Poi, ad un tratto, sentì le mani della signora Theresa prendermi per le spalle e trascinarmi fuori della stanza, mentre suo marito mi passava di fronte, portando con sé un’altra lampada accesa. L’ultima immagine che ebbi fu quella di Antony che cercava di rassicurare il signor Whatley mentre la fiamma della lampada bruciava intensamente specchiandosi nei suoi occhi.
Poi la signora Theresa chiuse la porta e mi condusse, tenendomi sempre stretto a sé, in cucina.
Mentre ero lì, stringendo tra le mani il bicchiere di brandy che la cuoca mi aveva tanto amorevolmente preparato, riflettevo sconsolato sull’accaduto: ciò che era successo non lasciava spazio ad alcun dubbio, il mio soggiorno a casa Whatley poteva certamente dirsi concluso e con esso il mio primo lavoro. Theresa, che era stata in silenzio fino ad allora, cercando di evitare il mio sguardo, sorda alle mie richieste di spiegazioni, alla fine si decise a parlare. Nei suoi occhi non c’era rabbia ne alcuna traccia di rimprovero ma soltanto una profonda tristezza. Mi disse che io non avevo fatto nulla di male e che anzi, forse la colpa era stata più sua e di suo marito nel non avvisarmi delle turbe del signor Whatley, il quale, mi disse, soffriva di forti disturbi nervosi dovuti in parte all’età ed in parte ad una vita immersa nello studio feroce.
Mi raccontò che il signor Andrew Whatley era stato un importante archeologo ed aveva viaggiato per il mondo per buona parte della propria vita. Sebbene gli studi in terre lontane e a volte selvagge gli fossero valsi onore e fortuna, avevano anche minato il suo fisico e logorato la sua mente. In Africa, per esempio, aveva contratto la malaria e, anche se sempre meno frequentemente, capitava ancora che a volte la febbre lo cogliesse all’improvviso, facendolo delirare e sconvolgendone le membra. Nelle foreste dell’america latina era caduto dalle rovine di un grande tempio di pietra e si era rotto entrambe le gambe. Ora quelle vecchie fratture a distanza di decine d’anni lo costringevano a camminare sorretto ad un bastone e gli dolevano nelle giornate umide. Ma forse l’avvenimento che più di tutti lo aveva segnato era stato un viaggio compiuto più di ventenni prima, nelle isole dei Caraibi. Quella spedizione si era tramutata ben presto in un orrendo disastro. Alcuni dei suoi collaboratori più stretti, nonché amici di lunga data, non avevano mai fatto ritorno a casa. Morti o rapiti, forse dalle selvagge tribù che in quegli anno ancora vivevano su quelle isole. Whatley fu uno dei pochi che riuscì a tornare incolume, almeno nel fisico. In effetti qualcosa dentro di lui era cambiato. Al suo ritorno si era immerso per mesi interi nello studio sfrenato, nella catalogazione e nella ricerca. Aveva intrapreso altri viaggi coinvolgendo nei suoi studi altri esperti che ben presto però lo abbandonarono. Cosa stesse cercando, in pochi lo seppero realmente, ma quello che trovò fu sicuramente il dileggio dell’ambiente accademico. Nel giro di alcuni anni tutta la sua fama e la sua rispettabilità, costruite in una vita di duro lavoro, si persero e di lui non rimase altro che qualche teoria ritenuta, dai più, semplicemente folle. Poi così come era nata, quella ricerca terminò, lasciando nel signor Whatley un profondo senso di sconforto e frustrazione mista al dolore per le gravi perdite subite e ad un’ossessiva ed inspiegabile paura del buio, degna del più timoroso dei bambini.
Quello che mi aveva raccontato Theresa, se in parte giustificava il comportamento del signor Whatley, dall’altra non cambiava la mia posizione. Anzi, forse la aggravava. Io, che sarei dovuto essere il suo accompagnatore, la sua figura di riferimento, ero totalmente all’oscuro di quella che era la sua più grande paura. Mi resi conto che di quell’uomo non sapevo praticamente nulla, se non le poche e frammentarie notizie che mi aveva dato la figlia nei primi giorni del mio arrivo in quella casa.
Ringrazia Theresa per le parole di conforto e me ne andai nella mia stanza con l’intento di preparare le valigie, sicuro che entro sera avrei dovuto lasciare Avery St.
Ero a circa metà della grande scala che conduce al secondo piano quando la voce di Antony mi bloccò sui gradini.
Il signor Whatley voleva parlare con me.
Certo di quello che mi attendeva, scesi le scale e mi diressi a capo chino verso la camera da letto del vecchio. Questa volta la porta era aperta e la luce dalla stanza illuminava quasi per intero il corridoio. Bussai allo stipite della porta ed entrai. Le lenzuola erano state cambiate e dell’olio sul pavimento non c’era più traccia. Whatley mi accolse con un’espressione seria in volto ma non si leggeva rabbia nei suoi occhi. Era ancora coricato a letto, con la schiena leggermente sollevata e la testa dritta appoggiata alla spalliera.
Della maschera d’orrore e paura che avevo visto dipinta sul suo volto poche ore prima non c’era più traccia.
Quando mi parlò la sua voce era calma e il suo accento inglese più pronunciato che mai.
Chiacchierammo per l’intera giornata, tanto che Theresa entrò in camera portandoci la cena. Mangiammo insieme in quella stanza mentre la notte colava sulla città e il fumo acre delle lampade ad olio si spandeva per la camera. Mi raccontò della sua vita, arricchendo le notizie che già mi aveva dato Theresa di aneddoti incredibili ed avventurosi, degni del miglior romanzo di avventura. Venni a sapere dei suoi studi e dei suoi molti viaggi, di usi e costumi di uomini che abitano dall’altra parte del mondo e di popolazioni dimenticati dalla storia e dal tempo. Mi descrisse anche il suo viaggio ai Carabi, rimanendo però molto sul vago al riguardo. Infine si scusò per la sua reazione di alcune ore prima, liquidandola come una delle crisi di nervi a cui ogni tanto era soggetto ed a cui io, in un modo o nell’altro, avrei dovuto abituarmi.
Se solo mi avesse detto tutta la verità.
Se solo, in quella lunga conversazione, io fossi stato più audace e curioso, forse sarei riuscito a scoprire tutto in tempo per evitare di condannare la mia anima. Sarebbe bastato che quell’uomo mi avesse licenziato ed invece, come se ciò che fosse successo quel giorno ci avesse unito maggiormente, si affezionò a me. Ogni giorno che passava mi cercava sempre di più, aveva un’incredibile voglia di raccontare la sua vita e di sapere della mia, di ciò che accadeva nel mondo e ciò che io pensavo. Passavamo ore a disquisire di ogni cosa, tanto che ben presto i miei studi passarono in secondo piano ed anche io, devo ammetterlo, mi affezionai sempre di più al vecchio signor Whatley, ritenendolo quasi un membro della mia famiglia.
La stessa Lavinia rimase favorevolmente colpita dal rapporto che tra me e suo padre si era creato sostenendo addirittura che lo trovava ringiovanito di anni. Non assistetti più ad alcuna crisi ed anzi, con l’andare delle settimane cominciai a considerare l’ossessione del signor Whatley per la luce, la semplice mania di un uomo anziano.
Null’altro in lui poteva rivelare il più pallido segno di ciò che in realtà si agitava in quella mente e in quel corpo.
Ormai l’autunno tiepido stava lasciando spazio ad un inverno piovoso e freddo. Un vento gelido che proveniva dall’oceano sferzava la città, insinuandosi nei vicoli e fischiando tra i comignoli dei tetti.
Ricordo ancora perfettamente che fu proprio in uno di quei giorni di novembre, poco dopo la festa d’Ognissanti che ebbi l’incubo da cui tutto cominciò.
Presi sonno a fatica quella notte, invano la lettura dei miei noiosi libri universitari era servita a conciliarmi, ma alla fine però dovetti cedere alla stanchezza e mi addormentai, poiché ciò che vissi non poteva essere altro che un sogno.
Camminavo al piano superiore della casa, di notte, poiché dalle finestre non veniva alcuna luce e l’unico rumore che sentivo era l’eco dei mie passi sulle travi di legno. Chiamai più volte qualcuno ma nessuno rispose alle mie parole. La mia voce risuonava per le stanze vuote e buie del 421 di Avery St., andandosi a spegnere poi tra i suoi meandri, inghiottite dall’oscurità. Una sensazione di disagio cominciò ad un tratto a farsi strada dentro di me, tanto più che avevo come l’impressione di essere osservato. Come se, nascosto nelle ombre, qualcosa o qualcuno seguisse ogni mio passo, strisciando sui muri alle mie spalle per scomparire un attimo prima di essere notato.
Decisi di voler uscire da quel luogo e corsi giù dalle scale che sembravano avvitarsi su se stesse come un’interminabile spirale. Più correvo, saltando i gradini tre a tre, più questi sorgevano dal buio, moltiplicandosi e divenendo sempre più ripidi e scivolosi.
Inciampai e caddi.
Rotolai per quello scivolo infernale per centinaia di metri ma alla fine toccai il pianterreno. Solo che al posto dei morbidi e colorati tappeti orientali c’era una sorta di enorme pozzanghera putrescente che allagava l’intero piano. Sembrava di essere caduto in un olio bituminoso che s’invischiava, appiccicandosi, ai vestiti e alla pelle. L’odore pungente mi faceva lacrimare gli occhi e mi riempiva la bocca di un sapore dolciastro al limite della sopportabilità. Tentai di rialzarmi ma scivolai di nuovo poi, a fatica, riuscì a rimettermi in piedi. La sensazione di essere seguito non era diminuita affatto, al contrario, ora avevo l’impressione che migliaia di occhietti fossero emersi da quel lago scuro solo per spiarmi. La superficie cominciò a ribollire emettendo sbuffi di gas pestilenziali. Corsi verso l’uscita della casa che ormai, sotto i miei stessi occhi, stava scomparendo, lasciando posto ad una sorta di deserto lunare, punteggiato da crateri da cui colava quel magma denso e appiccicoso. Riuscì ad afferrare la maniglia della porta un attimo prima che questa scomparisse, l’aprì e mi trovai nel nulla.
Tutto intorno a me, si estendeva a perdita d’occhio un interminabile deserto di pietra, l’unica costruzione che risaltasse in quella monotona piattezza era la sagoma, distante chissà quante miglia, di un’immensa torre dai contorni indefiniti che si alzava verso est. Quel mondo, perché così mi sembrava, un mondo a parte, era sormontato da un cielo rossastro, privo di astri, che si rifletteva sul terreno e sulle rocce conferendo al tutto un vago riflesso sanguigno. Io stesso osservandomi le braccia nude mi trovai cosparso da una polvere rossiccia che aveva preso il posto della nera sostanza dentro cui ero caduto nella casa. Un brivido di disgusto mi percorse lungo la schiena. Mi trovai perduto e solo. Comincia quasi senza accorgermene, come attirato da un richiamo inconscio, a dirigermi verso quella torre. Più mi avvicinavo a lei e più questa diventava alta e imponente. Mi accorsi presto di un fatto strano: non proiettava alcun’ombra. Avevo ormai percorso metà del tragitto che mi separava dalla torre quando un boato assordante risuonò per il mondo. Ad esso seguì un terremoto che ruppe la crosta terrestre in più punti intorno a me, caddi a terra, sicuro che la fine sarebbe arrivata con quella catastrofe, ma ciò che vidi fu peggio. La torre cominciò a muoversi, crescendo sotto i miei occhi, capì allora che non si trattava di una torre, bensì di una specie di gigante di pietra nera che affiorava dal suolo come se stesse riemergendo da una prigione di terra e fango. Quell’essere, una volta libero, cominciò a correre nella mia direzione. In breve fu sopra di me, il mio grido risuonava nell’aria ma neppure io potevo sentirlo. Allungò le sue nere e lunghe membra verso il mio corpo e, con artigli che gocciolavano il nero fango, mi portò alla bocca.
Scomparvi urlando inghiottito dalle sue fauci.
Mi svegliai urlando tutto il mio terrore nel buio della stanza.
Quel sogno – eppure sembrava così reale – mi aveva sconvolto. Anche ora che mi trovavo al sicuro nel mio letto, la paura continuava a strisciare in me. L’immagine di quella torre che si trasformava in un essere da incubo continuava a perseguitarmi. Potevo ancora sentire su di me i suoi artigli affilati ed il gelo che provai quando m’inghiottì. Mi alzai dal letto ancora scosso ma deciso a non lasciare che quel sogno mi rovinasse la giornata.
Fu altro a farlo.
Quello stesso pomeriggio il signor Whatley fece qualcosa che, da quando ero arrivato in quella casa, non aveva mai fatto: volle essere accompagnato nel suo studio. Lo feci quindi accomodare sulla sedia a rotelle, visto il clima umido le vecchie fratture alle gambe gli impedivano di camminare, e ci recammo qualche porta oltre la sua stanza da letto. Arrivati davanti allo studio, Whatley, sebbene fosse giorno pieno, mi fece andare in salotto a recuperare due grandi lampade. Quando tornai vidi che aveva estratto dalla tasca della sua veste una chiave del tutto anonima con la quale stava ora aprendo la porta della stanza. I suoi lineamenti erano contratti, quasi preoccupati ed io oramai sapevo il perché. Prima ancora che me lo chiedesse feci un mezzo passo dentro lo studio e cercai, tastando con la mano contro il muro, l’interruttore della luce. Solo quando la stanza s’illuminò il vecchio parve più rilassato.
Ma ancora, evidentemente, non bastava.
Sistemai, seguendo le sue precise indicazioni, le due lampade negli angoli più bui della stanza, che in realtà bui non erano affatto: sotto una grande scrivania di noce scuro e in un angolo dove la luce delle lampade elettriche, a causa di una rientranza del muro, non riusciva ad arrivare. Quando tutto fu sistemato secondo il suo volere, Whatley entrò facendo cigolare le ruote della carrozzina ed io potei osservare quel luogo che per settimane mi era stato precluso. L’ambiente era piuttosto grande, con un’ampia finestra dalla quale si poteva vedere il giardino sul retro della casa, con i cipressi e le piante di rose completamente spogli. L’arredamento era vecchio di decenni. Sui numerosi tavoli e scrivanie si accatastavano libri e quaderni pieni di polvere, alle pareti quadri e targhe rimandavano il mio riflesso con le loro cornici di vetro. Alcune vetrine allineate alla parete ovest contenevano sassi delle più svariate dimensioni e forme, vasi, utensili appartenuti a uomini di ere passate, armi antiche di secoli. Sembrava di stare in un piccolo museo. Ma tra tutte le cose che si trovavano in quella stanza fu una, in particolare, ad attirare la mia attenzione e scoprì poi, essere il motivo stesso della visita del signor Whatley nel suo studio. Mentre in tutte le vetrinette si trovavano innumerevoli oggetti catalogati ed identificati da cartellini scritti di proprio pugno da Whatley, nell’ultima vetrina della serie faceva bella mostra un unico anonimo oggetto. Si trattava di un manufatto raffigurante una statua antropomorfa lunga circa due palmi.
Era nera come la notte e levigata come il vetro.
Era l’essere del mio sogno.
Quel nero gigante che, uscito dalla sua prigione di rocce, mi aveva inghiottito. Ora potevo notarlo in ogni suo dettaglio, benché la paura mi rendesse difficile persino respirare.
Il busto era molto allungato e le braccia erano poco più che sottili protuberanze che ricadevano lungo i fianchi. Le gambe quasi non c’erano, si riducevano ad un ammasso oblungo che si assottigliava all’estremità tanto che la statua era sorretta in posizione verticale da un apposito sostegno. Il volto non c’era, sostituito da quello che sembrava essere un cappuccio scolpito con grande maestria nella pietra. Sebbene il tutto fosse piuttosto insignificante, se non addirittura brutto, non potei fare a meno di osservarla rapito, incapace di distogliere da essa lo sguardo. I miei occhi correvano lungo le linee arrotondate di quella figura, carpendone ogni più piccola incisione, soffermandosi su quel viso vuoto e mancante che aveva un che d’ipnotico. Non seppi riconoscere la pietra di cui era fatta, sembrava quarzo a prima vista, ma non poteva esserlo, primo perché non esiste un quarzo di un nero così assoluto e secondo perché il quarzo riflette la luce mentre il materiale di cui era fatta quella statua sembrava inghiottirla. Non un solo riflesso, un minimo bagliore deturpava quell’immagine. La luce la colpiva e ne veniva quasi assorbita. L’effetto era incredibile e, per me, del tutto inspiegabile. Fui richiamato alla realtà dalle parole d’ammirazione del signor Whatley. Anche lui come me, sebbene possedesse quel reperto da anni, ne veniva ancora rapito. Dalle sue labbra si lasciò sfuggire parole a cui io, in quell’istante, non feci molto caso ma che racchiudevano in sé la dannazione che di li a poco mi avrebbe colpito. Disse che ancora, nonostante gli anni, non si era abituato a considerare quella statua un semplice simulacro, e non più il ricettacolo. Pronunciò quelle parole con una voce del tutto priva di tono, anche la sua inflessione inglese era irriconoscibile. Rimanemmo li, in silenzio, in contemplazione per un periodo che non saprei definire, poi trovai il coraggio di chiedere al signor Whatley cosa quella statua rappresentasse, tenendo però per me le mie paure e i miei incubi notturni. Egli, apparentemente incurante alla mia richiesta, mi chiese soltanto di recuperargli un volume su una delle molte librerie che riempivano la stanza. Distolsi a fatica il mio sguardo dalla teca e dal suo contenuto e mi recai alla libreria. Osservai con ammirazione i tanti volumi accatastati su di essa, li scorsi con l’indice della mano mentre leggevo sulle loro coste nomi di luoghi e date. Tra una serie di grossi quaderni rilegati in pelle che occupavano quasi un intero ripiano, trovai quello che il vecchio mi aveva chiesto di recuperare. L’intestazione diceva: Port Au Prince, Haiti 1892.
Lo afferrai e, sotto la richiesta di Whatley, cominciai a sfogliarlo. Per buona parte non si trattava altro che di noiosi appunti di viaggio, con dati e catalogazioni di ritrovamenti poi, la scrittura che riconobbi essere quella del vecchio, cambiò leggermente, quasi si fosse fatta più frenetica, l’ordine con cui il tutto fino ad allora era stato annotato scomparve lasciando posto ad una calligrafia più fitta e irrequieta. Il noioso rapporto degli scavi si era trasformato in un diario della spedizione.
La mia attenzione venne catturata maggiormente e cominciai a leggere ad alta voce, mentre Whatley, chiudendo gli occhi, sembrava essersi immerso nei ricordi
1 novembre 1892
Gli scavi hanno finalmente portato alla luce ciò che cercavamo. Dopo molte ricerche infatti i miei calcoli si sono rivelati giusti, la caverna ha finalmente mostrato il suo ingresso ed io e Kirck, insieme a tre portatori del luogo, ci siamo calati al suo interno. Il ritrovamento è stato più facile del previsto. In quell’ambiente umido e nascosto da secoli le tracce sono risultate fin troppo chiare; come se chi avesse abitato quei luoghi millenni fa avesse lasciato a noi una pista affinché venissero ritrovati. Alla luce delle torce a petrolio è risultato subito visibile un grande focolare risalente, secondo le mie prime stime, all’età del ferro, cosa incredibile se si pensa che in questa zona del mondo, persino la presenza di civiltà precolombiane è messa in dubbio.
Ma io lo sapevo, le mie teorie alla fine si sono rivelate corrette. Kirck, se possibile, è più euforico di me. Purtroppo siamo dovuti risalire in fretta poiché uno dei portatori si è sentito mele, e la sera stava ormai scendendo rischiando di renderci il ritorno al campo troppo difficile da intraprendere. Domani mattina di buon ora torneremo la sotto e con un’ intera giornata a nostra disposizione sono sicuro che le scoperte saranno ancora più affascinanti.
2 novembre 1892
Incredibile, quel sito si è rivelato essere ben più del ricovero di una famiglia preistorica. Abbiamo infatti ritrovato anche diverse zone, nel fondo della caverna, adibite a luogo di inumazione. Abbiamo contato ben sette loculi perfettamente conservati e non è detto che non ce ne siano altri nascosti nel buio della galleria. Per la precisione si tratta di quattro adulti, forse tre donne e un uomo, e tre scheletri più piccoli, probabilmente bambini. Al nostro ritorno però l’euforia ha lasciato spazio alla preoccupazione. Halak, il portatore che ieri si è sentito male, è peggiorato notevolmente, ha la febbre molto alta e a tratti delira. Faremo passare la notte e se è il caso darò ordine affinché una squadra lo porti al centro medico più vicino.
4 novembre 1892 (mattino)
Ieri ha piovuto tutto il giorno per cui non siamo potuti tornare nella grotta. Oggi il tempo sembra essersi rimesso per il meglio. Halak non sta affatto bene. Purtroppo, sempre per via del tempo, ieri ho preferito non farlo muovere dall’accampamento, ma ora il suo spostamento è indispensabile. Respira a fatica e continua a delirare nella sua lingua da selvaggio; solo i suoi compagni riescono a capire qualcosa e mi hanno riferito di strane visioni e maschere nere.
4 novembre 1892 (primo pomeriggio)
Halak è morto. Il suo corpo, debilitato dalla febbre, non ha resistito a lungo. Forse se avessi rischiato il suo trasporto nonostante il temporale, a quest’ora sarebbe ancora vivo. Non lo saprò mai e questo peso mi perseguiterà in eterno. Visto ciò che è successo nessuno di noi oggi si sente di abbandonare il campo per cui rimanderemo a domani la terza visita alla grotta. Ho già avvisato via radio le autorità competenti. Entro domani manderanno qualcuno a prendere il corpo e a compiere le operazioni burocratiche necessarie.
Alzai lo sguardo in direzione di Whatley il quale aveva preso a piangere, sommessamente. Dignitose lacrime di brucianti ricordi gli scendevano sulle guance, perdendosi tra le rughe agli angoli della bocca e bagnandogli le labbra sottili. Smisi di leggere ma egli, con un semplice gesto della testa, mi fece segno di proseguire. Fu però la voce di Lavinia, proveniente dal salotto, a interromperci. Sentendo il richiamo della figlia, il signor Whatley parve ridestarsi e, asciugandosi le guance bagnate con l’angolo della manica, corse con la sua carrozzina fuori dalla stanza, incitandomi a gran voce a spegnere le luci e seguirlo, richiudendo infine la porta alle nostre spalle un attimo prima che la figlia, giunta nel frattempo nel corridoio, ci vedesse.
Quella sera il vecchio aveva chiesto di andare a letto presto, vinto dalla stanchezza che il rivivere certi episodi della sua vita gli aveva procurato. Mi aveva quindi lasciato libero da ogni incombenza e si era ritirato a mangiare da solo nelle sue stanze. Non avemmo dunque modo di parlare di ciò che era accaduto nel suo studio e di ciò che vedemmo. La mia feroce curiosità riguardo alla statua nera avrebbe pertanto dovuto aspettare per essere placata. D’altra parte la sofferenza che i ricordi che quel diario aveva fatto affiorare in Whatley erano stati talmente dolorosi che non mi sembrò il caso di insistere sull’argomento; quindi anche io, dopo la ricca cena che Theresa mi preparò, mi recai nella mia camera di buon ora
Il vento aveva iniziato a soffiare forte ed il suo lugubre latrato riecheggiava sotto la mia pelle, facendomi vibrare il corpo di una smania che non avevo mai provato prima. In realtà – e lo sapevo bene, benché non lo volessi ammettere - il mio stato d’animo era suggestionato da ciò che avevo visto quel pomeriggio. Continuavo a rigirarmi nel letto con in mente quella strana e affascinante statua la cui immagine mi colmava di un infantile terrore. Eppure, nonostante tutto, bruciavo dalla voglia di rivederla. Mi sembrava di sentirla, oltre le assi del pavimento della mia stanza, chiamarmi a sé. Quella statua, quella cosa, mi voleva; ed io non seppi resistere.
Scesi in silenzio le scale e, senza fare il minimo rumore, mi trovai nel corridoio del pianterreno dove si trovavano la stanza del signor Whatley ed il suo studio. Tenevo alta sopra la testa la mia lampada da tavolo che, muovendosi ad ogni mio passo, proiettava sui muri della casa ombre che danzavano e si rincorrevano, andavano a nascondersi per poi sbucare fuori all’improvviso da dietro qualche angolo. Passai davanti alla stanza del vecchio in punta di piedi, la luce era come al solito ben visibile dalla fessura sotto la sua porta. Percorsi ancora qualche metro e mi trovai davanti allo studio. Per fortuna la porta non era stata chiusa a chiave. Il signor Whatley doveva essersene dimenticato quando uscimmo da quel luogo quasi correndo quel pomeriggio. La porta cigolò sui suoi cardini ed in un attimo fui dentro. Accesi immediatamente l’interruttore e tutto s’illuminò di un giallo elettrico che mi rassicurò enormemente. Dentro di me cominciavo a ritenere la fobia del signor Whatley qualcosa di più di una semplice ossessione. Mi diressi senza indugio verso la bacheca ed il suo affascinante contenuto. La statua, nel suo nero opalescente, pareva fissarmi da dietro lo spesso vetro della teca. Rimasi a lungo a guardarla, trattenendomi a stento dal rompere il vetro e poterla finalmente stringere tra le mie mani; poi la curiosità vinse nuovamente la sua partita contro di me e la voglia di terminare di leggere il diario della spedizione mi portò ad andarlo a recuperare dalla libreria. Cercai, sfogliandolo animatamente, la pagina a cui ero arrivato a leggere quel pomeriggio, prima di essere interrotto, e quando vi giunsi vidi che tra le facce del diario era racchiusa una fotografia che ritraeva il signor Whatley ed altri tre uomini. Sul retro c’era scritto:
“ Kirk, Alan, Greg ed io il giorno del ritrovamento. Por Au Prince 5 novembre 1982 “
Il davanti invece ritraeva i quattro uomini che, sorridenti, mostravano all’obiettivo un oggetto nero e oblungo.
La statua, la mia statua. Quella fotografia aveva fermato nel tempo e nello spazio il giorno del suo ritrovamento. L’ambiente in cui si trovavano sembrava una spiaggia, dietro i quattro uomini erano visibili tra le tende dell’accampamento, uno spicchio di mare e fitti palmizi. Si trattava senza dubbio della stessa spedizione di descritta in quello stesso diario. Il signor Whatley appariva esattamente come lo vedevo ogni giorno, solo un po’ meno curvo sulle spalle, mentre gli altri tre uomini non li conoscevo affatto, ma sembravano essere molto più giovani di lui. Ripresi a leggere dal punto in cui la voce di Lavinia mi aveva interrotto:
5 novembre 1892
Fantastico. Lo so che rischio di ripetermi ma quel sito è veramente una miniera d’oro. Sta rivoluzionando tutto ciò che fino ad ora è stato scritto della preistoria. Oggi, accanto alle tombe che avevamo trovato i giorni passati, io e Kirck abbiamo rinvenuto, sepolto nella terra in posizione verticale, una statua antropomorfa, forse una divinità, scolpita con una tecnica pregevolissima in uno strano materiale nero che non ho mai visto. E’ straordinaria, non solo per la fattura ma anche perché ha un che di magnetico e d’ancestrale. Appena tornerò in America il mio primo pensiero sarà quello di farla esaminare dai migliori geologi e antropologi. Abbiamo trovato anche altri resti nel fondo delle gallerie, mi fa un po’ senso pensarlo ma forse si tratta di resti umani. Si è trattato di un sacrificio probabilmente, visto la posizione in cui abbiamo trovato le ossa e i graffiti rupestri che decorano le pareti circostanti sono più di un indizio. Kirck non lo ritiene troppo plausibile, ma io credo proprio che sia così.
Ecco dunque da dove proveniva quella scultura, e a quale periodo della vita della storia dell’uomo presumibilmente risaliva. Un’era che si perdeva nei millenni, un tempo talmente distante che a fatica, gli abitanti di quella caverna, avrei mai potuto ritenere uomini. Eppure qualcuno doveva pur aver avuto la straordinaria abilità di creare dalla materia inanimata un oggetto che, nonostante i secoli trascorsi, manteneva in sé un fascino morboso.
Con questi pensieri nella mente tornai a leggere il diario:
6 novembre 1892
Questa notte ho avuto un incubo tremendo. Lo so che non c’è nulla di scientifico in questo e che perdo solo tempo a volerlo annotare sul mio diario degli scavi, ma è stata un’esperienza così reale che anche il solo scriverne mi rassicura. Stavo camminando per il campo, da solo, quando improvvisamente tutto intorno a me è diventato deserto. L’angoscia mi ha assalito ed io ho preso a correre nel nulla fino a quando sono caduto in un immenso ed interminabile pozzo. Quando finalmente ho toccato terra, incolume, il mio corpo era completamente ricoperto da una strana e maleodorante sostanza scura. Ho cercato disperatamente di risalire le pareti del pozzo, ma sono riuscito soltanto a spezzarmi le unghie contro le rocce e a graffiarmi le carni fino a farle sanguinare. Vinto dallo sconforto, mi sono lasciato cadere a terra, mentre la fanghiglia disgustosa saliva di livello arrivando a sommergermi. Dentro quel liquido che mi ricopriva non avevo bisogno di respirare, esso entrava ed usciva dai miei polmoni senza che io neppure me ne accorgessi. Fu altro a farmi tremare: la sensazione, anzi la certezza, che qualcosa dentro quel pozzo mi stesse osservando nascosto nell’ombra o mimetizzato sul fondo. Sentivo la mia mente danzare sull’orlo della follia poi il pozzo si è dissolto, così com’era comparso, e mi sono nuovamente ritrovato nel nulla di un deserto. In lontananza solo il profilo di una grande torre nera si stagliava contro l’orizzonte purpureo del cielo. Sono corso verso quella costruzione con la speranza che lì vi fosse qualcuno, ma un enorme terremoto mi ha scaraventato a terra facendomi nuovamente urlare dal terrore. Quando mi sono rialzato non potevo credere a ciò che vedevo. La torre si stava movendo, era uscita dal terreno e a grandi falcate veniva verso di me. Ma ciò che mi fece tremare fu che non si trattava di una torre bensì della statua ritrovata in quella grotta. Quando è stata su di me mi ha afferrato con le sue mani ingoiandomi. Mi sono sentito urlare mentre precipitavo nel freddo.
Fortunatamente mi sono risvegliato nella mia branda al sicuro della mia tenda. Ora è quasi l’alba e non ho alcuna voglia di richiudere gli occhi. Credo proprio che aspetterò che anche i miei colleghi si sveglino e poi torneremo nel fondo della terra a continuare le nostre ricerche.
Dopo che ebbi letto quelle righe, il terrore mi assalì. Anche Whatley aveva avuto il mio stesso incubo. Certo alcune cose erano differenti dal mio sogno, ma gli elementi chiave erano gli stessi. Voltai il mio sguardo verso la statua che da dentro la sua teca di cristallo sembrava osservarmi. Fui tentato di scappare lontano da essa ma la curiosità, o forse la mia anima già dannata, m’impedirono di farlo ed io proseguì con la lettura:
13 novembre 1892
Finalmente ho capito. Lei mi vuole, mi chiama ed io non posso fare altro che andare. I miei compagni dicono che per un’intera settimana sono stato preso dalle febbri. Colto all’improvviso dalla malattia dentro la grotta, proprio come il povero Halak. Ora lo ritengono un posto pericoloso, un’incubatrice di malsanità, ma io conosco la verità. I miei deliri durante la febbre erano la realtà che si mostrava a me, in tutto il suo inquietante disegno. Io sono sopravvissuto, al contrario del selvaggio, perché io portassi in me il seme di quell’essere. Si! Sacrifici umani! Avevo ragione su tutto, ma nessuno vuole capire e credermi. Alan se n’è andato appena ha capito che mi stavo rimettendo, Kirk ed io abbiamo avuto una violenta discussione. Ho finito con l’insultarlo e cacciarlo dalla mia tenda. Tutti mi stanno abbandonando. Non capiscono la grandezza di questa scoperta? Non vedono in me la prova vivente di ciò che dico? La statua, la statua è nulla senza un corpo.
14 novembre 1892
Mio Dio cosa è successo? La colpa non è mia, è il buio l’unico responsabile. Nel buio vive aspettando solo il momento adatto per emergerne. Ha atteso migliaia d’anni ed ora vuole uscire. Ora ha fame. Quella statua mi perseguita, ma non posso abbandonarla, ora siamo legati indissolubilmente. Mio Dio i loro occhi. E’ il buio, il buio, il buio il buio, il buio, il buio il buio, il buio, il buio il buio, il buio, il buio il buio, il buio il buio, il buio, il buio il buio, il buio il buio, il buio, il buio il buio, il buio il buio, il buio, il buio…
Quella scritta ossessiva continuava per tutte le rimanenti pagine del quaderno.
Ero sconvolto.
Quelle parole così ingarbugliate eppure con un lontano, folle e terrificante significato, mi fecero rabbrividire. Rimisi il diario al suo posto con mani tremanti. Un angolo lontano della mia mente stava riannodando i racconti di un signor Whatley che ora non esisteva più, con ciò che io stesso avevo visto e provato recentemente. Sentivo la testa scoppiarmi e vedevo distintamente le pareti della stanza chiudersi su di me, quasi volessero stritolarmi nel loro abbraccio. Un alito d’aria che non seppi mai da dove fosse arrivato, fece spegnere la fiamma della mia lampada da camera. La luce dell’ambiente si affievolì ed allora la follia mi colse. Vidi il buio incresparsi, quasi ribollisse intorno a me, pronto ad espandersi per la stanza come un gas venefico, tenuto a bada soltanto dalle falci di luce elettrica. Mi chiamava, pulsante, attirandomi a sé, cercando di convincermi a liberarlo dalla sua prigionia. I brividi lasciarono posto ad un caldo infernale, sentivo la mia carne bruciare e il corpo imperlarsi di gocce di sudore.
Caddi a terra in preda al delirio e alle febbri.
Mi risvegliai il pomeriggio del settimo giorno, nel mio letto, con la signora Theresa che vegliava su di me. Mentre lentamente riprendevo coscienza e consapevolezza, mi disse di avermi trovato la mattina di sette giorni prima riverso a terra nello studio del signor Whatley, svenuto. Lei e suo marito mi avevano riportato nella mia stanza e avevano fatto arrivare il dottore. Passai i primi tre giorni sconvolto dalla malattia, senza mai riprendere conoscenza, poi, lentamente, il mio corpo sembrò reagire alle cure mediche e la temperatura cominciò a scendere. Solo allora sperarono di potermi nuovamente riavere tra loro. Quando il vecchio Whatley venne a sapere della mia intrusione nel suo studio non fu arrabbiato, mi disse sempre Theresa, bensì le parve estremamente preoccupato. Mi chiese gentilmente, appena mi fossi rimesso in forze, di andare a trovarlo per discutere dell’accaduto. Io ovviamente non dissi nulla alla cuoca di ciò che lessi e di ciò che provai quella notte. Il mio pensiero, comunque, volava ad altro. Sebbene infatti mai del tutto cosciente, durante quei giorni di malattia la mia mente aveva macinato ricordi e sensazioni. Nuovi sogni mi erano venuti a trovare e, improvvisamente, la chiara luce invernale che proveniva dalla mia finestra mi parve insufficiente.
Quella notte il dubbio di ciò che avevo visto e vissuto nei sogni mi attanagliò nuovamente. Seduto sul mio letto, nella luce accecante della mia stanza, un solo pensiero risuonava nella mia testa: dovevo assolutamente sapere. Sapere se ciò che credevo fosse vero oppure se lentamente la mia anima stesse scivolando nell’oblio. Con indosso ancora la veste da camera e brandendo la mia fedele lampada da letto, discesi silenziosamente le scale della casa. Il mio primo istinto fu quello di tornare nello studio di Whatley ma il mio cuore non avrebbe retto ad una simile possibilità per cui entrai cautamente, come il più misero dei ladri, nella stanza del vecchio. Appena vi misi piede, la forte luce mi tranquillizzò. Rimasi per un istante ad osservare l’uomo che dormiva profondamente, avvolto nelle lenzuola. Se si escludevano le rughe ai lati della bocca, era identico alla foto che lo ritraeva vent’anni prima su quella spiaggia tropicale. Mi chiesi con un brivido di inquietudine dove fossero ora i suoi compagni di esplorazione, portatori compresi. L’immagine della grotta e dei suoi graffiti rupestri che raccontavano di orrori e sacrifici umani mi annebbiò per un attimo la vista. Sentì nel silenzio della stanza il graffiare di piccole e frenetiche mani contro la roccia. Vidi l’immagine di quei piccoli bambini sepolti vivi nelle profondità delle caverne, cercare disperatamente di liberarsi dai loro loculi di pietra. Provai il terribile dolore che provò Halak nell’agonia che lo condusse alla morte. Solo ora capivo ciò che il vecchio Whatley provava, quello che vedeva ogni volta che il buio scendeva sui suoi occhi.
Dovevo liberarmi da quelle angosce, da quegli incubi, o ne sarei rimasto schiavo per tutta la vita. Spensi una dopo l’altra tutte le luci della stanza. Lentamente il buio aumentava la sua portata, avanzando e vincendo la sua battaglia contro la luce. Ogni volta che una lampada si spegneva, il sonno di Whatley si faceva più agitato e, ma questa è sicuramente stata un’illusione, il suo volto diveniva infinitamente più vecchio. Per ultima tenni accesa la lampada elettrica posta sul comodino al suo fianco. Solo la luce della luna piena entrava dalla grande finestra. Quando feci scattare l’interruttore il suo suono metallico echeggiò per l’intera stanza. Il corpo di Whatley ebbe un sussulto e parve assumere un colorito grigiastro nella penombra della camera. Poi le sue palpebre si aprirono di scatto e in un istante la sua mente capì ciò che era successo. Mi guardò con occhi terrorizzati che, per l’ira ed il terrore, sembravano uscirgli dalle orbite. Un rivolo di saliva colava dalla sua bocca mentre mi urlava contro insulti ed improperi. Io restai lì, impassibile a vedere ciò che stava accadendo a pochi centimetri da me. La grottesca figura del vecchio tentò di alzarsi dal letto per accendere la lampada al suo fianco ma io, quasi in trance, con un unico gesto la scaraventai a terra, lontano, dove mai la sua mano avrebbe potuto arrivare.
Poi accadde.
Whatley ricadde sul letto, contorcendosi tra le lenzuola mentre un trambusto di porte che si aprivano e passi sulle assi di legno riecheggiavano in lontananza, ma non ci feci caso. Ad un tratto, dalla bocca spalancata del vecchio, si formò un grumo scuro. Una sostanza viscida e nera cominciò a colargli dalla bocca e dal naso riversandosi sul suo pigiama e sulle coperte. Fui invaso dal terrore incapace di scappare. Mentre guardavo con occhi terrorizzati ciò che stava accadendo, quella massa informe cominciò a coagulare, raggrumandosi intorno all’uomo che ormai aveva smesso di dimenarsi e giaceva immobile e scomposto con gli occhi sbarrati. Il liquido scuro colò dal letto e scivolò, strisciando, fino ai miei piedi. Io mi schiacciai contro il muro incapace di gridare, poi, quando fu a pochi centimetri, quella cosa sorse ritta davanti a me. Mi parve per un attimo che quel viscido e liquido incubo assumesse la forma di quella diabolica statua.
Poi mi si scagliò contro.
Mi sentì soffocare, cercai di liberare il mio naso e la mia bocca da quella cosa, ma essa s’insinuava sempre più in profondità dentro di me, togliendomi il respiro e la vista. Tossì e sputai, mentre mi agitavo in preda al terrore puro sicuro di stare per morire.
Ma fu peggio.
Di ciò che successe dopo, ricordo ben poco. Solo alcuni lampi saettano nella mia mente. L’immagine dei coniugi Shelly che si affacciano alla porta della stanza ed io che balzo felino su Antony, mordendolo alla gola come un cane idrofobo, strappandogli dal corpo brandelli di carne mentre il suo sangue mi bagna le vesti. Posso ancora sentire l’urlo di Theresa, addossata all’angolo della parete mentre, strisciando come una serpe, mi avvicino a lei per poi assalirla, conficcandole i miei pollici nelle orbite, premendo contro i suoi grandi occhi castani che come acini d’uva scoppiano con un suono liquido sotto le mie dita. Ed in tutto questo spettacolo di morte e orrore, ciò che resta indelebile nella mia mente è lo sguardo del signor Whatley che, dal profondo del suo oblio, parve giudicare quasi comprensibilmente il mio operato, prima di perdersi per sempre nel buio della morte. L’ultima immagine che ho è quella cosa nera e disgustosa che esce dal mio corpo sconvolto dalle convulsioni e dai rantoli, striscia lungo il pavimento e, evitando accuratamente le macchie di luce lunare, si trascina fuori dalla finestra per perdersi nel mondo.
Quando mi sono svegliato, questa mattina, mi sono trovato in questa cella, legato mani e piedi affinché non possa più nuocere a nessuno, neppure a me stesso. Nessuno è venuto a farmi visita, nessun rumore è penetrato attraverso le pesanti imbottiture delle pareti.
Per quello che ne so, la fuori, nel mondo, potrebbero essere già tutti morti.
Ora capisco l’irrazionale paura dei bambini. C’è veramente qualcosa che gratta contro le ante del loro armadio, aspettando impaziente di uscire. Esiste veramente un mostro sotto il loro letto che, appena la loro fievole luce verrà spenta, li agguanterà per i piedi e ne farà un solo boccone.
L’uomo nero c’è, è stato nascosto per millenni in una grotta e per decenni tenuto a bada eroicamente nel corpo martoriato di un vecchio, ma ora è libero.
Ora vuole me, e quando le luci di questa stanza si spegneranno, si arrampicherà su queste pareti bianche e striscerà fino a me per venirmi a prendere, facendomi di nuovo suo perché con me non ha ancora finito.
Perché il buio ha sempre fame.
MATTIA SIROCCHI |