L'OMBRA DEL PASSATO
di Alessia De Santis

 

 

 

 

 

Era esausta. Ogni gradino della grande scalinata dell’Accademia le costava uno sforzo disumano, i muscoli delle sue gambe si rifiutavano di obbedire e i piedi erano così pesanti…
Arrivata alla fine della prima rampa si fermò un attimo a riposare, alzò lo sguardo verso la grande finestra istoriata e l’ultimo raggio di sole le illuminò il viso. Dian sorrise, le piaceva sentire il calore del sole sulla pelle, la faceva sentire viva.
Come rinvigorita da quel lieve contatto ricominciò la lunga salita che l’avrebbe portata nella sua stanza, al meritato riposo. Percorse il lungo corridoio del secondo piano con un senso di timore, le pareti di pietra lavica cariche di bassorilievi raffiguravano scene dell’epoca degli Eroi, i pavimenti, coperti da folti tappeti dai colori cupi, attutivano ogni suono, cosicché gli studenti parevano spettri, ombre; l’effetto finale risultava quello di un antro cupo e tenebroso, l’anticamera dell’inferno di Hela.
Le prime volte Dian lo percorreva di corsa, tenendo il fiato, per lei era una vera e propria tortura, del resto non era progettato per far sentire a proprio agio i giovani Magdum, tutta l’Accademia sembrava costruita alla stregua di una prigione, opprimente, cupa, quasi si volesse far impazzire le menti degli allievi troppo deboli, e non pochi scappavano, indegni di diventare veri Magdum.
Ma non Dian, lei forse pareva fragile all’apparenza, ma la sua volontà era ferrea, aveva sempre lottato contro tutto e tutti per arrivare dov’era ora.
Dopo quattro anni trascorsi all’interno di quelle mura, l’angoscia era passata, lasciando solo un vago senso di inquietudine, sapeva che chiunque sarebbe potuto arrivarle alle spalle, nascosto nelle ombre, e tagliarle la gola prima ancora che il cervello avesse il tempo di ordinare alla bocca di urlare. Ma sapeva anche che pochi spericolati avrebbero tentato un’azione di quel tipo, o almeno lo credeva fino a due giorni prima, quando Silan l’Oniromante e la sua cara amica Elian vennero attaccate, proprio all’interno dell’Accademia.
Aeteromanti.
Solo il pronunciare quella parola le faceva correre un brivido lungo la schiena, non poteva dimenticare il volto di Elian, tirato, rigido, sofferente, fra le sue braccia, torturato da quell’immonda creatura.
Proprio per affrontarli aveva deciso di aderire al rigido programma di insegnamento di Kylysh Irasho Io Eyan Raseiden Yantalesh, Primo Brando Mistico dell’Accademia della Vera Magdum; 15 giorni di esercizi massacranti, 16 ore al giorno, tutti i giorni, per fortificare il corpo e la mente. Si era offerta volontaria insieme ad Elian, ma ora non era poi così sicura di aver fatto la scelta giusta: era solo l’inizio e credeva di morire.
Finalmente raggiunse la sua cella, era piccola e spoglia, ma per lei era un paradiso, aveva fatto tinteggiare le pareti di bianco e aggiunto graziose tendine di pizzo alle finestre, inoltre faceva in modo che non mancassero mai fiori freschi sulla scrivania.
Si gettò sul letto, era duro come il marmo, eppure le sembrò il luogo più accogliente del Cronoverso, dopo quella terribile giornata. Libera dal giogo del suo corpo stanco, la mente di Dian iniziò a vagare, a ritroso nel tempo, ai giorni della sua infanzia.
Pensò al grande castello di famiglia, Magione Resvo, in un certo senso somigliava un po’ all’Accademia, la stessa aria cupa e triste, lo stesso senso di solitudine, anzi a pensarci bene a casa sua si sentiva ancora più sola, almeno adesso aveva un’amica: Elian, la giovane cronomante, compagna di tante avventure.
Casa sua non era sempre stata così, prima della morte di sua madre, anche l’antica magione era viva, non mancavano mai fiori freschi che lei stessa coltivava nel grande giardino, e poi le sue risate, sembravano rincorrersi, lievi spiriti festosi, per le grandi stanze, riempiendo di vita ogni angolo della casa.
Tutto ebbe inizio quando Dian si ammalò, quell’anno un’epidemia, forse portata dai Lurgas, forse originata da qualche seguace di Siva, nessuno lo scoprì mai, colpì i quartieri nobiliari di Babilonia. Sua madre restò accanto al suo letto giorno e notte, e non passava giorno senza che suo padre la venisse a trovare, portandole fiori freschi, leggendole una fiaba. Dian non si era ancora rimessa completamente che anche sua madre si ammalò. La portarono in una stanza isolata e non permettevano a Dian di vederla. La bambina, disperata, ogni notte sgusciava fuori dal suo letto per intrufolarsi nella camera materna, le portava gli Iris, i suoi fiori preferiti che lei le aveva insegnato a curare e crescere, -Con l’amore- diceva sempre sua madre -si può tutto-
Però non fu così.
Ogni notte la vedeva consumarsi, sempre più pallida ed emaciata, soffriva, eppure continuava a sorridere alla figlia, quel suo sorriso luminoso, così pieno di vita anche in punto di morte.
Una notte però non le sorrise, Dian le si sdraiò accanto e si addormentò, abbracciando quello che ormai era solo un cadavere, ma la bimba non poteva saperlo. La trovarono al mattino abbracciata al corpo inerte della madre. Chiamarono suo padre. L’uomo era distrutto, disperato, con un movimento brusco spostò la bambina dal corpo della moglie; Dian si svegliò senza capire, poi vide il volto adirato di suo padre e udì le parole di Lui: -Sei stata tu! L’hai uccisa tu!- quelle parole si scolpirono nella sua mente come un triste epitaffio su una lapide e nessuno avrebbe mai più potuto cancellarle; il tono con cui suo padre le aveva pronunciate, carico di odio, e il loro significato, terribile e inequivocabile, avrebbero influenzato il resto della vita della giovane.
Da quel giorno suo padre non fu più lo sesso, passava tantissimo tempo da solo, lavorava incessantemente e la piccola Dian lo vedeva solo per la cena.
La bambina crebbe così, sola nella grande casa vuota, circondata dai migliori precettori e insegnanti, ma senza l’amore del padre. Appena maggiorenne decise di andarsene e di entrare nell’Accademia della Vera Magdum di Babilonia, ove avrebbe perfezionato la Taumaturgia, l’arte di curare, mai più avrebbe lasciato morire un suo caro, decise.
Il padre si oppose, perentoriamente le ordinò di obbedire e di non partire, ma Dian era decisa e non c’era nulla che suo padre potesse fare o dire per farle cambiare idea. Eppure quell’uomo riuscì a farle ancora male; fu quando Dian gli disse che sarebbe partita, il viso dell’uomo si scurì e la sua voce tuonò:- Dian se mi disobbedirai ora non ti considererò mai più mia figlia.-
-Ho deciso Padre, non c’è nulla che tu possa fare per fermarmi-
-Allora vattene e non tornare mai più, meglio non avere eredi che avere una figlia come te-
Detto questo le strappò dal collo il simbolo di famiglia, lo gettò ai suoi piedi e lo calpestò, piegando in una posa innaturale il piccolo Iris che vi era raffigurato; poi se ne andò sbattendo la porta.
Dian, rimasta sola, raccolse il ciondolo e se lo strinse al petto, due lacrime sfuggirono ai suoi tentativi di essere coraggiosa e le rigarono le guance, una parte della sua vita era finita, per sempre.
Fu così, fra le lacrime, che iniziò il suo viaggio, un viaggio senza ritorno verso la vita adulta.
Se solo si fosse fermata a guardare fuori dalla finestra, avrebbe visto un uomo, non più giovane, non più forte, ma vecchio, distrutto, che si teneva la testa fra le mani, seduto su un grande tronco tagliato; e forse se avesse guardato a fondo avrebbe scorto il luccichio di una lacrima, però Dian non si fermò a guardare.
Ed eccola lì, dopo quattro anni, stanca morta, in una piccolissima cella, a ripensare al passato, a fare il bilancio della propria vita.
Senza neanche rendersene conto si addormentò.
Quando si svegliò non era più nella sua stanza, ma in un giardino, lo riconobbe subito, era il luogo ove sua madre amava andare, il giardino delle fate, così lei amava chiamarlo, vi aveva portato Dian tante volte quando lei era piccola, lì crescevano gli Iris, i fiori preferiti di sua madre, viola, rosa, gialli, un trionfo di colori, di allegria, di vita.
Al centro del giardino cresceva un grande albero, simile alla quercia del chiostro grigio dell’Accademia, il suo rifugio; seduta ai piedi dell’albero c’era una donna bellissima, dai lunghi capelli color dell’oro e i grandi occhi color del cielo, le sorrise e il suo volto s’illumino tutto, Dian non aveva dubbi, era sua madre.
Inizialmente la ragazza rimase paralizzata dallo stupore, poi corse incontro alla donna, l’abbracciò e le pose il capo in grembo, come faceva da bambina. Rimase così in silenzio finché la donna le prese la mano e con una voce calda d’amore disse:
-Dian, bambina mia, fatti guardare –
la donna la scostò da sé, la guardò come se non l’avesse mai vista prima di allora e infine disse:
-Come sei bella, come sei cresciuta, ormai sei una donna-
Dian si asciugò le lacrime e con un filo di voce disse:
-Mamma, ma… tu… sei viva?-
La donna rise, con quella sua risata argentina piena di felicità che Dian ricordava così bene:
-No, bambina mia, no, questo è solo un sogno… sono venuta da te perché ti devo parlare.
Dian rimase a bocca aperta, incapace di dire una parola, fece un cenno d’assenso con il capo.
-Sono qui per parlarti di tuo padre. No non fare quella faccia, ascoltami. Lui è così solo, piccola mia, ha perso me e ora ha perso anche te; sta morendo consumato da un male sconosciuto, nessun cerusico ha potuto fare niente per lui, se solo potesse avere il tu perdono sono sicura che…- non fece in tempo a finire la frase
-No mamma, no! Tu non puoi chiedermi questo, non dopo tutto quello che mi ha fatto, non dopo che mi ha abbandonata quando più avevo bisogno di lui. Non si merita il mio perdono, né posso dargli il mio amore.
-Quando sei diventata così dura bambina mia? Ti sei chiesta perché si è comportato così?
-No e non mi interessa, qualunque siano le ragioni il male che mi ha fatto non è giustificabile.
-Noi eravamo molto legati, Dian, eravamo ognuno la parte mancante del cerchio dell’altro. Se hai mai amato un uomo allora puoi capire. Una volta che hai trovato la metà che ti completa non ti è più possibile vivere senza, e se ne sei costretto allora devi diventare un’altra persona. Inizialmente tuo padre aveva bisogno di buttarsi nel lavoro per non restare da solo con se stesso, per non vedersi incompleto. Però non mancava mai le cene vero? Era il suo modo di volerti bene.
-Non era certo quello che volevo.
-Ma era tutto quello che lui poteva darti. Poi iniziasti a crescere, divenisti una giovane donna, così simile a com’ero io alla tua età che tuo padre ebbe paura. Ogni volta che ridevi o scuotevi il capo lui vedeva me. Così ti affidò ai migliori precettori per la tua educazione, in modo che un giorno saresti stata pronta a governare la casa e la terra. Rifiutò tutti i giovanotti che chiesero la tua mano, non poteva vederti con un uomo, eri la sua bambina.
-Non lo sapevo, ma se me lo avesse detto, forse le cose sarebbero andate in modo diverso.
-Quando te ne andasti, qualcosa in lui si spezzò per sempre. E ciò che ti disse allora fu solo per la paura di non rivederti mai più. Non c’è un solo modo di amare Dian, ricordalo, spesso le persone non sono capaci di dirci quanto ci vogliono bene, ma non per questo ce ne vogliono meno.
Detto questo l’immagine della donna svanì, lentamente come uno sbuffo di fumo che sale verso il cielo.
Dian avrebbe voluto trattenerla, vederla ancora una volta, parlarle ancora un pochino, invece si trovò sola nel giardino. L’ambiente aveva assunto un’aria cupa, trasandata, come se da anni nessuno più venisse a curarlo. Si girò verso la grande Magione, quasi non la riconosceva: grandi crepe solcavano gli spessi muri, tralci di coraggiose piante rampicanti salivano a ricoprire gran parte della facciata, arroganti avanguardie della rovina incombente, alle finestre vetri rotti e persiane sconnesse, come se la grande casa non fosse più abitata, eppure un sottile filo di fumo usciva dal camino.
Spinse il pesante portone, stupendosi di trovarlo aperto, ed entrò nel grande atrio con titubanza, i suoi stessi passi riecheggiavano nella grande casa vuota, come se lei fosse un gigante; guidata dall’istinto si diresse verso il piano nobile. Nella sua vecchia stanza nulla era stato spostato, uno spesso strato di polvere ricopriva il mobilio e gli oggetti, congelando tutto nella posizione in cui lei lo aveva lasciato; solo in prossimità della porta la polvere era smossa, come se qualcuno, di tanto in tanto, l’aprisse per sbirciare dentro, quasi a voler ricordare un passato perduto.
Si diresse in quella che un tempo era la stanza di suo padre.
La stanza era avvolta dalla penombra, Dian faticava a distinguere le sagome dei mobili, intravide il grande letto a baldacchino e vi si avvicinò; c’era una sagoma, un uomo, sdraiato sotto le coperte, magro, il respiro affannoso interrotto da improvvisi e violenti colpi di tosse che scuotevano tutto il corpo.
L’uomo aprì gli occhi, grandi occhi scuri pieni di sofferenza, troppo grandi in quel volto così emaciato. Guardò Dian e un lampo d’ira apparve negli occhi neri, quelli erano gli occhi che lei ricordava, fu sul punto di parlare, ma poi un nuovo attacco di tosse lo colpì lasciandolo stremato. Eppure gli occhi dell’uomo non smettevano di guardare la figlia con odio, l’uomo allungò una mano come per toccarla, ma Dian fece un passo di lato, per schivare quel contatto; provava pietà per quell’uomo morente, ma non poteva perdonare.
L’uomo chiuse gli occhi, troppo stanco persino per tenere sollevate le palpebre, s’irrigidì in preda ad un attacco improvviso, un rivolo di sangue sfuggì dalle labbra serrate nello spasmo di dolore dell’uomo; Dian si spaventò e per un attimo non pensò più a tutti i torti subiti e all’odio nei confronti del padre, si concentrò, come già aveva fatto tante volte, e richiamò alla memoria le antiche formule studiate per tanti anni. Pose le piccole mani bianche a pochi centimetri dal capo sudato dell’uomo e le spostò lentamente su tutto il corpo contratto mentre salmodiava le antiche sillabe arcane, una luce bianca si sprigionò dalle dita e il caldo tepore della Taumaturgia avvolse il corpo.
L’uomo si rilassò e aprì gli occhi, per la prima volta da tanti anni privi d’ira, allungò una mano per toccare la figlia.
Dian si svegliò urlando.
Udì bussare alla porta. S’irrigidì, ancora turbata dal sogno.
-Dian tutto bene?-
Era Elian, sua più cara amica.
Le aprì con sollievo, ancora incapace di parlare, e le fece cenno di sedersi sul letto.
Elian era molto preoccupata, Dian aveva il volto pallido e non parlava.
-Dimmi qualcosa, ti prego, sto impazzendo.
La taumaturga si sedette accanto all’amica e le raccontò il sogno.
Rimasero sveglie per il resto della notte.
Finalmente il sole sorse.
Un’altra tremenda giornata all’Accademia le attendeva.
A Dian venne la nausea al solo pensiero del Primo Brando Mistico e degli allenamenti massacranti che l’aspettavano.
Le immagini dell’incontro con la madre e del volto emaciato del padre non l’abbandonavano, prese il ciondolo con il piccolo iris accartocciato, unico legame con la sua famiglia, lo strinse fra le dita e sussurrò:
–Ishtar, grande madre fertile, proteggili-
Quando aprì la mano il ciondolo era di nuovo integro.
Dian si allontanò, turbata, ci avrebbe pensato dopo, ora il dovere l’attendeva; eppure il pensiero del dolce sorriso della madre e dello sguardo morente del padre non l’abbandonarono più.

© Etemenanki - Etemenanki - Il Concilio dei Cronocotecari