LA MORTE DI HK
di Nicolò Lucchetti

 

 

 


Posso raccontare diversi avvenimenti che portarono alla morte di Hans Konstrub, molto di più di quanto i giornali non dissero all’epoca dei fatti ma non pretendo di essere creduto, in quanto mi rendo conto che questi fatto sfiorino la pazzia e siano poco credibili. Dai tabulati della polizia, e a quanto disse il medico legale, Hans era morto in seguito a un forte deperimento fisico dovuto a un prolungato digiuno, dovuto alle sue pessime condizioni economiche. Nulla di più vero, forse, ma io so bene la terribile e triste realtà che si cela dietro alla morte del mio povero amico. Io e Hans eravamo amici ai tempi dell’università e ci laureammo insieme: lui in ingegneria dei materiali io in meccanica; terminati gli studi ci perdemmo di vista per rivederci solo molti anni dopo. Dopo la laurea lavorai nella fabbrica di famiglia per anni, succedendo a mio padre dopo qualche anno; Hans invece iniziò a fare molti lavori a termine presso vari studi ricercando nuove leghe e composti, dopo la laurea aveva infatti iniziato a coltivare un forte interesse anche per la chimica. Tre anni dopo la laurea, su una rivista specializzata, lessi che il mio amico aveva brevettato un’innovativa lega utilizzata in ottica per la produzione di occhiali e che aveva trovato applicazione in vari settori. Per festeggiare il brevetto mi chiamò dicendomi che finalmente con i soldi del brevetto avrebbe praticamente potuto vivere di rendita e che finalmente poteva sposarsi con Nohemi. Nohemi e Hans si erano conosciuti durante l’ultimo anno di università, io conoscevo lei solo di vista, ma sapevo che avevano iniziato a frequentarsi subito dopo la laurea. Mi disse che avevano deciso di trasferirsi a Gheidebler, la città in cui vivo tutt’ora, dove aveva trovato una fatiscente villa. Il mio amico voleva rimetterla a posto e trasferirsi lì assieme a Nohemi subito dopo il matrimonio.
Terminati i lavori mi invitò a vedere la casa: era una graziosa villetta a due piani con una torretta al centro. Tutta la casa era stata completamente ristrutturata: Hans si era occupato di sistemare i conti e il giardino mentre tutta la ristrutturazione della casa era stata affidata alla futura moglie. La villa era circondata da un giardino coperto da un’erba fresca e giovane, solo qualche pioppo offriva stretti angoli d’ombra con una discreta siepe che divideva il prato dalla strada. La casa all’interno era stata arredata con un gusto sobrio ed elegante, assieme alla casa Hans aveva comprato anche tutto il mobilio, che cercò di ristrutturare. Nohemi aveva voluto ristrutturare la biblioteca della casa con particolare cura: era una stanza di un quindicina di metri, con due ampie finestre sulla parete sud, mentre le altre erano interamente occupate da pesanti scaffalature. Assieme alla biblioteca avevano acquistato anche 1500 volumi scelti dalla futura moglie tra la migliore letteratura europea e mondiale. Fu in quella occasione che la giovane coppia annunciò il prossimo matrimonio che fu celebrato solo un mese dopo.
Da quel giorno lo persi di vista : gli impegni ed il lavoro mi tennero molto impegnato, infatti in quegli anni mi sposai anch’io e morì mio padre. Oltre che in occasione delle mie nozze, durante le quali vidi Nohemi molto emaciata, ci vedemmo molto raramente. Seppi poi che la moglie si era ammalata gravemente: da qual momento Hans divenne un fantasma e nessuno lo vide più; una volta provai ad andare a casa sua: il giardino era trascurato, il cancello sbarrato e dalla casa, anche se il sole era già tramontato da un paio d’ore, non vidi giungere una sola luce; pensai che Hans si fosse trasferito per far curare la moglie. Qualche mese dopo venni a sapere che Nohemi era morta. Mandai un telegramma di condoglianze ma per pudore, e per codardia, decisi di non disturbarlo. Non ebbi alcuna notizia del funerale, come nessun altro amico d’altronde, ma conoscendo il mio amico pensai a una cerimonia privata.
Risentì il mio amico solo tre anni dopo la morte della moglie. Mi scrisse invitandomi alla villa per mostrarmi una cosa meravigliosa. Più sorpreso di risentirlo che altro, accettai di buon grado l’invito e andai a casa sua il giorno dopo. Giunsi alla casa verso le otto di un’afosa sera di agosto trovando la casa in uno stato avanzato di decadenza. Il giardino non era curato da anni: gli sterpi avevano soffocato l’erba e tutti i fiori, che avevano tentato di decorare quel rettangolo di prato che un tempo incorniciava meravigliosamente la casa, erano appassiti. Gli alberi si erano fatti duri e nodosi e le chiome, intrecciandosi le une con le altre, avevano creato una sorta di spettrale pergolato che assieme alle siepi deformi circondavano la casa impedivano alla luce solare di filtrare e di illuminare il prato. Tra le ortiche, i rovi e gli sterpi nemmeno più l’erba era in grado di attecchire nel giardino di casa Konstrub.
Non appena mi avvicinai alla porta Hans si presentò sulla soglia spalancando la porta: oltre l’uscio si profilava una figura sgradevole e cadente, la voce, che somigliava più a un fischio, mi fece riconoscere in quella figura il mio vecchio amico dell’università. I capelli, grigi e stopposi, portati alla rinfusa e spettinati, erano lunghi ben oltre spalle e incorniciavano un viso macilento e giallognolo, gli occhi erano due buchi neri con una lontana scintilla di vita, mentre la bocca, formata da labbra secche si contorceva in una smorfia abominevole. La pelle di Hans si era fatta giallognola, di un colore malsano, a tal punto che tra le pieghe del viso sembrava si fosse addirittura insinuata della polvere. Anche l’abito per quanto desse una parvenza di ricercatezza, cadeva in maniera grottesca su quello omino magro ed emaciato, lasciando trasparire una palese trascuratezza. Davanti a quel grottesco insieme di stranezze ebbi un leggero tentennamento che il mio amico sembrò non notare. Dopo aver varcato la soglia Hans chiuse la porta escludendo l’unica fonte di luce: mi trovai imprigionato sotto una pesante tela di buio, solo dall’interno, infatti, potei intravedere che tutte le finestre erano oscurate da pesanti tendaggi rozzamente fissati alla base con pesanti chiodi.
Senza dire una parola Hans s’incamminò verso un ampio corridoio, che ricordavo condurre alla biblioteca. Mentre camminava con quel suo lungo fischio sottile e aspro borbottava in continuazione: “vedrai… vedrai…”; non facemmo che pochi passi, ma in quel luogo non riconobbi la stessa casa che avevo visto anni fa. Quando arrivammo alla porta della biblioteca, stranamente non impolverata, mi fece segno di fermarmi a qualche metro dall’uscio. Feci come mi ordinò mentre lui apriva di soppiatto la porta della stanza per sbirciare all’interno, come se avesse paura che la stanza fosse già occupata da qualcun altro. Dalla biblioteca uno spicchio di luce andò a illuminare la parete di fronte dove vidi un quadro. Era in gran parte tagliato e fatto a brandelli, solo un angolo, in basso a destra, era integro: vi era dipinto una specie di capitello marmoreo con incise due parole “produce monstruos”. Il resto del quadro era stato distrutto selvaggiamente rendendo irriconoscibile il soggetto. Mentre ero intento a cercare di distinguere una qualche altra parte del quadro Hans mi ordinò con tono perentorio di non perdere tempo e di entrare.
Entrato Hans chiuse velocemente la porta alle mie spalle. Nella biblioteca l’aria era resa pesante da decine di candele disposte in tutta la stanza. Le scaffalature erano tutte ben ordinate e pulite, solo le assi al centro del pavimento erano state smosse, rotte e rovinate il più punti. Le due finestre che si aprivano sulla parete a sud della stanza erano sbarrate da numerose assi di legno. Nello spazio tra le due finestre un grande dipinto magnificamente incorniciato raffigurava Nohemi splendidamente vestita nell’atto di leggere un libretto di poesie sotto un albero del giardino. Un sibilo alle mie spalle mi scosse: “E’ bella vero?”, “Senza dubbio” gli risposi “era molto bella…” A quelle parole Hans emise un forte sibilo: “No! Lei è ancora bella, vedrai, vedrai…” e fece di nuovo quella orrida smorfia con la bocca. Dicendo così si avvicinò ad un piccolo scrittoio, aprì un cassetto ed estrasse un astuccio nero. Dopo aver fatto scattare due bottoni lo aprì ed estrasse due piccoli involucri di pannetto rosso e me ne porse uno. L’oggetto che avevo in mano era leggero, di forma indefinita e trasmetteva una leggera sensazione di calore oltre a una sommessa e continua vibrazione; sembrava inoltre che attraverso il panno l’oggetto emanasse un sottile bagliore.
Incuriosito afferrai un angolo del pannetto e srotolai il pacchetto con un leggero orgasmo. Mi ritrovai in mano un oggetto ripiegato in tre di forma leggermente bombata: due delle tre parti erano lunghe e sottili, collegate lateralmente al corpo bombato centrale da una giuntura mobile. Il corpo centrale, lungo come i due precedenti, era convesso e trasparente. Era questo corpo centrale che produceva luce, calore e vibrazione. Solo dopo aver aperto l’oggetto compresi che le due aste laterali non erano altro che delle stanghette e che quello era un occhiale. Continuando a fissarmi con quella orrida espressione sul viso, che ormai avevo concluso essere un sorriso, Hans iniziò un discorso che sembrava essersi preparato da tempo: “Molti credono che la morte sia un passaggio assoluto, che sulla terra resti solo l’involucro. Tutti si affrettano a cercare un posto dove mettere un corpo, sotto terra, in un mausoleo, lontano dalle persone e dai luoghi che il morto amava in vita. Poi pregano uno stupido dio che non li ascolta e al quale non frega niente di noi! Anzi pregano un dio che ci leva ogni gioia e ogni felicità! In realtà i nostri cari non ci abbandonano se noi sappiamo tenerceli vicini anche dopo la morte conservando i loro corpi nei luoghi che amavano. Così loro restano in questi luoghi e vicini a noi che li amavamo. Nohemi aveva me e questo luogo; dopo due anni di lavoro ho messo a punto questi occhiali: mi sono costati tutto, tutto, ma adesso con questi posso vederla, posso vederla di nuovo. Ho finito di perfezionarli due giorni fa, ma ormai è un anno che funzionano e che li uso”. Poi, traendo un forte respiro, emise un forte sibilo, “Provali!” esclamò infilandosi gli occhiali. Spaventato da quei discorsi e temendo per la sua sanità mentale, misi gli occhiali. A causa delle vibrazioni e della leggera luce che emanavano gli occhiali per diversi secondi non riuscì a mettere a fuoco nulla, poi, poco alla volta, vidi chiaramente davanti a me la biblioteca solo meno luminosa, come se metà delle candele si fossero spente e stessi guardando un vecchio film in bianco e nero. “Eccola…” sentì alla mia destra Seguendo il braccio denutrito e tremolante di Hans verso una scaffalatura poco lontana da noi vidi una figura evanescente che leggeva un libro: in quel viso regolare e aggraziato non potei fare a meno di riconoscere i tratti di Nohemi. Preso da stupore e paura tolsi gli occhiali facendo sparire quella figura: ancora oggi a ripensarci non so se quella figura sia stata solo un’allucinazione o una suggestione creata dall’ambiente dalle candele o da quei maledetti occhiali che hanno ucciso Hans!
Istintivamente volsi gli occhi verso il mio amico che fissava il punto dove avevo visto apparire quella figura: aveva lo sguardo perso e a nulla servirono i miei richiami. Davanti a quel macabro spettacolo ebbi una visione del mio ex-compagno di università che aveva perso gli ultimi anni di vita, e la sua salute, nel fissare la figura spettrale di quello che era stato il suo amore in terra e che ora sembrava aver trascinato nell’oblio la salute fisica e mentale di Hans. Ora era ridotto a un grottesco bambolotto schiavo di un’immagine che solo lui poteva vedere, un’immagine forse creata solo dalla sua mente, un’immagine che non avrebbe mai risposto ai suoi sguardi per quanto lui si ostinasse a guardarla. Davanti a quel pensiero e a quella figura che osservava una stanza vuota e morta, inciampando contro le assi smosse del pavimento, indietreggiai fino alla porta e prima di rendermene conto mi trovai sulla strada a fissare il vecchio cancello pericolante.
Senza attendere un attimo rientrai in casa senza dire nulla a mia moglie. Entrato nella camera da letto mi resi conto di stringere ancora in mano gli occhiali e li rinchiusi senza esitazione in uno scomparto del comò. La mattina dopo trovai mille pretesti per non tornare alla villa, in realtà il solo pensare alla biblioteca e a Hans mi sentivo ammantare di un forte sentimento di paura e disagio. Dopo tre giorni di temporaggiamenti mi presi l’impegno di andare da Hans per farlo rinsavire prima che fosse troppo tardi, ma quella mattina fui anticipato da una telefonata: era troppo tardi! Il notaio di Hans mi aveva convocato per dirmi che il mio amico era stato trovato morto di stenti nella biblioteca. Il cadavere era stato trovato da un creditore che era andato a cercarlo; ereditai da Hans qualche migliaio di euro di debiti e la casa con quanto conteneva. In una lettera, scrittami un anno prima e depositata dal notaio, Hans mi pregava di pagare i suoi debiti affinché nessuno mettesse mano alla casa e al giardino. Voleva essere seppellito nel giardino della casa con indosso quegli occhiali di sua invenzione sul lato sud vicino alle finestre sbarrate; non voleva inoltre che nessuno entrasse più nella biblioteca e, aggiunse, sarebbe stato meglio se nessuno fosse più entrato nella casa stessa.
Sino ad oggi non ho mai raccontato questa storia. Hans riposa nel giardino come aveva chiesto e la casa è rimasta inviolata. Ancora oggi, certe notti, mi sveglio e tendo le orecchie per sentire il vibrare di quei maledetti occhiali che non riesco a buttare via, e non posso fare a meno di pensare a quella maledetta biblioteca dove vedo Hans mentre si consuma morendo per un amore passato, lontano e irraggiungibile.

NICOLO’ LUCCHETTI

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