MISTERO ALL'ACCADEMIA
di Alessia De Santis

 

 

 

 

 

È così rassicurante l'ombra del chiostro dell'Accademia” pensò la giovane elfa, mentre accarezzava il famiglio nero. Si guardò attorno: le piacevano quelle pietre antiche, il pozzo incantato, le grandi aule e l'enorme biblioteca dagli alti soffitti a volta, ricolma di antichi testi.

Ma la cosa che amava di più era sicuramente la grande quercia centenaria che dominava il chiostro grigio, dove lei adesso si trovava. Era così raro trovare alberi così grandi a Babilonia e quello poi sembrava guardare come un vecchio saggio gli allievi, le pieghe della sua corteccia parevano formare un volto d'uomo, serio, ma benevolo. Sin dalla prima volta che lo vide Elian pensò che quello dovesse essere il volto di Isgradrill, Creatore del Cronoverso.

Ripensò con un sorriso a com'era giovane e sperduta quando arrivò all'accademia, voleva studiare la via del tempo, aveva detto con aria di sfida a suo padre, e poi aveva insistito con tutte le sue più bieche tecniche di figlia unica finchè lui non aveva acconsentito.

Nessuno l'avrebbe accompagnata decise l'uomo e così fu. Mentre si allontanava da casa sua madre le corse incontro piangendo e le porse un ciondolo di cristallo, “Quando ti sentirai triste piccola mia, guarda dentro il cristallo, vedrai il mio volto e saprai che sono con te” Elian lo prese, abbracciò sua madre e pianse a sua volta. Poi arrivò la sua nave e si Imbarcò.

Pianse per quasi tutto il viaggio, era da sola, quindi non era costretta a mostrarsi coraggiosa come prima di partire, mille dubbi assalirono la sua mente: avrò fatto bene a partire? E se fallissi? E se qualcuno mi derubasse? E se qualcuno mi uccidesse? Non era più tanto sicura di aver fatto la scelta giusta. Ma ormai era fatta e non poteva certo buttarsi nel Dagon e tornare a nuoto.

Così si imbarcò sul fiume della vita, da sola, contando solo sulle sue forze, finalmente padrona del suo destino.

All'Accademia l'aspettava Sabrael, l'elfa oscura che per lei era come una sorella, orfana, fu cresciuta dalla famiglia Kesterl come una seconda figlia. Ambiziosa, orgogliosa, estremamente intelligente, fu lei per prima a parlarle dell'Accademia. Quando erano ancora bambine, durante una festa dei cento culti, giurarono solennemente che sarebbero diventate Magdum.

Ed eccola lì dopo 4 anni di duri studi a meditare sul suo passato, nel piccolo chiostro grigio; era il minore dei chiostri dell'Accademia, ma era il suo preferito, in parte per l'albero, in parte perché era sempre silenzioso, solo un'altra delle allieve lo frequentava: la timida Dian, taumaturga. Non si poteva non volerle bene, o almeno così pensava Elian, dolce, sempre disponibile ad aiutare, sempre latrice di conforto. Avrebbe anche potuto essere una sacerdotessa di Ishtar, per quanto era ligia nel seguire i dettami della madre, se non fosse per quella sete di conoscenza che Elian aveva visto nei suoi occhi durante le terribili lezioni di Pater Mortis Oxarius, primo Magdum, no, quella ragazza non era adatta per una vita di schiavitù.

Era immersa nei suoi pensieri quando il gatto smise di fare le fusa e scattò, era strano, quel gatto non si stancava mai di farsi coccolare. Elian tese l'orecchio in ascolto. Silenzio. Poi udì uno stormire di foglie provenire dalla cima della grande quercia grigia, corse ai piedi dell'albero appena in tempo per vedere un'ombra scomparire oltre il tetto. Iniziò a correre su per le scale, ma stava cercando qualcosa che ormai non era più lì.

Così tornò verso il chiostro e si mise ai piedi dell'albero, osservava i rami, per cercare di vedere qualcosa, ma non riusciva a vedere niente. “Devo proprio andare lassù” pensò tristemente Elian, ma come poteva arrampicarsi, non era certo un Quenchi lei!

Mormorò le poche parole dell'incantesimo: “Per il potere del tempo muovo la mia materia” raccolse l'energia astrale dalle linee della magdum e, leggera come una foglia trasportata dal vento, spiccò un balzo fino alla cima dell'albero.

Esaminò con meticolosa precisione ogni ramo, facendo estrema attenzione a non cadere, alla ricerca del più piccolo indizio, stava per arrendersi quando vide un ramo con 5 foglie morte, non vi prestò attenzione, poi qualcosa dentro di lei la costrinse a riportarvi lo sguardo. Era strano che solo 5 foglie su tutto il ramo fossero rinsecchite, guardò meglio e vide 4 solchi leggeri impressi nel legno, come se qualcuno avesse stretto il ramo tra le dita in quel punto.

Elian prese il piccolo pugnale affilato che teneva sempre alla cintura e staccò il ramo, lo gettò a terra e iniziò la pericolosa discesa verso il terreno.

Perse la presa. Scivolò. Cadde.

Un'imprecazione le accorse alle labbra, ma la trattenne. Le doleva una caviglia; nel migliore dei casi se la era slogata, forse rotta.

“E ti pareva, se non doveva succedere” esclamò rassegnata la giovane Magdum.

Non era il dolore la cosa peggiore, dopo il marchio a fuoco che il Corinzio, l'Alto Elementalista dell'Accademia, le aveva impresso sulla fronte, oramai non temeva più il dolore, ma l'umiliazione. Lei, il Ciambellano Cronomante, caduta come un uccellino incapace di volare,.

“Che rabbia!”

Dolorante raccolse il ramo, misero trofeo della sua impresa, e, zoppicando, si diresse all'interno, verso la stanza di Dian, la taumaturga l'avrebbe aiutata o almeno così sperava Elian.

Mentre percorreva i bui corridoi silenziosi, si sentiva osservata, si fermò, restò in silenzio, tesa nell'ascolto, ma nessun suono giunse al suo orecchio.

Unico rumore la sua camminata irregolare.

Eppure aveva la sensazione che, da ogni angolo, da ogni ombra, mille occhi la osservassero.

Affrettò il passo, per come poteva, in modo da uscire al più presto da quel tetro corridoio, poco prima di entrare nel secondo chiostro, nell'attraversare l'ultima zona in ombra, un brivido freddo le corse lungo la schiena. Un freddo innaturale le avvolse le membra e qualcosa di nero e scuro le sfiorò i capelli, lo vide solo con la coda dell'occhio, immobilizzata da una paura primordiale, come se quel tocco gelido provenisse direttamente dall'inferno di Hela.

Sentì qualcosa di peloso sfiorarle una caviglia, era qualcosa di caldo, rassicurante: era Hector, il famiglio nero, in qualche modo le era rimasto vicino, come a proteggerla.

Quando riuscì a trovare la forza necessaria per muoversi, voltò il capo e intravide un umanoide nero tuffarsi nell'ombra, non era un uomo, troppo sottile, un bambino forse? Sembrava esso stesso fatto di pura ombra, ma non poteva essere, la stanchezza o forse il dolore l'avevano fatta sragionare. Raccolse l'ultimo barlume di coraggio che riuscì a trovare nei recessi della sua anima e proseguì verso le scale, fino al secondo piano dove erano le stanze delle allieve.

Quando finalmente raggiunse l'alloggio di Dian ormai il dolore era talmente forte che Elian riusciva a muoversi a fatica e per poco non svenne quando l'amica le esaminò la caviglia.

Elian urlò. Un dolore fortissimo, profondo, lancinante.

Poi un tocco caldo; una luce bianca uscì dalle mani della della taumaturga, mentre le labbra dischiuse pronunciavano le arcane parole a lungo studiate. Il dolore scomparve.

“Adesso mi devi dire cos'hai combinato” Chiese Dian con un tono di rimprovero nella voce.

“Sono caduta da un albero…” Rispose quasi con un sussurro Elian

“E cosa diamine ci facevi su di un albero?”

“Io, ehm… beh ecco… sono venuta anche per questo…”

E così le raccontò tutto quello che aveva visto e il terrore spaventoso che aveva provato al tocco di quell'entità e, mentre raccontava, ricordò di aver già provato quella stessa terribile sensazione.

“Gli ETERNI” Esclamò

Le due magdum si guardarono, ma gli eterni erano stati sconfitti era stata data loro pace… com'era possibile che tornassero?

“ Ma forse” disse Dian arrotando la r sul palato come era solita fare “Non sono proprio loro ma altri servi della morte… ma se è così… cosa ci fanno all'Accademia?”

“Non lo so, ma voglio scoprirlo!”

Scesero di nuovo le scale e si avviarono verso il cortile grigio. Non erano le uniche in fermento nell'Accademia, come se fosse accaduto qualcosa di insolito, la maggior parte degli allievi si stavano radunando nel corridoio buio, lo stesso dove poco prima Elian aveva visto quell'ombra.

Nonostante le premure dell'amica Elian si sentiva debole e più si avvicinava al corridoio più le forze sembravano abbandonarla. Ma la giovane Cronomante strinse i denti e proseguì, testarda come un ariete.

Le due giovani ciambellane si fecero largo tra la folla, piccole com'erano riuscirono a infiltrarsi fino a raggiungere la prima fila.

A terra, circondata dagli allievi, vi era una donna. Il bel corpo, voluttuoso e finemente scolpito, giaceva scomposto nelle vesti rosse, decorate con oro e argento, i capelli neri e lisci ricadevano a coprire parte del volto pallido, inerte.

Poi un sussulto, respirava, respirava ancora.

“Largo! Fate spazio, Lasciatela respirare!” Urlò Dian verso la folla.

Elian udì a stento le parole dell'amica, le girava la testa, come se non avesse mangiato, eppure quella mattina non si era fatta mancare la colazione. Si Allontanò dalla folla lasciando che fosse la sua amica ad occuparsi dell'Oniromante, quell'ombra così fredda le dava una strana sensazione, si spostò al sole.

La donna a terra rinvenne.

“Sole…” disse “Portatemi al sole” e fece per alzarsi, 2 allievi le corsero incontro per aiutarla e, delicatamente, la fecero accomodare sulla panchina di marmo al centro del chiostro; poi, inorriditi, si allontanarono da lei. Tutti guardarono ai suoi piedi, nessuno parlava, poi anche la donna guardò. Un urlo strozzato uscì dalla sua gola.

Elian pian piano stava recuperando le forze quando sentì l'urlo, si avvicinò appena in tempo per udire la voce di Dian che diceva: “Guardate, l'ombra… Non ha l'ombra!!!!”.

Elian, ebbe un presentimento e lentamente, tremando, si guardò ai piedi. La sua ombra era ancora lì, però era pallida, sbiadita, trasparente.

“Dian, Dian, corri guarda, guarda la mia ombra!”

“Se… se ne sta andando…” balbettò terrorizzata la giovane taumaturga “Ma, ma com'è possibile?”

“Dian mi devi aiutare dobbiamo fermarlo! Dobbiamo impedirgli di rubare le ombre della gente!”

“A…avvicinati…” Sussurrò la donna vestita di rosso.

Elian le si accostò

“Il mio Nome è Silan, l'Oniromante, sono appena arrivata da Bitia… anche tu hai visto quell'ombra vero? Tu puoi fermarlo, sei legata a lui più di quanto tu stessa non voglia, devi andare nel mondo dei sogni, la tua ombra è bloccata lì e portarla indietro. Cerca di scoprire chi è stato e parchè” la donna tossì, stremata dallo sforzo di parlare, poi si voltò verso Dian “Aiutala… veglia su di lei… sarà così sola…” un altro colpo di tosse “Devo riposare…” fece per alzarsi, barcollò e ricadde.

Due giovani allievi taumaturghi la sorressero “La accompagnamo noi Magistra, non si preoccupi” disse un giovane elfo biondo.

La donna sorrise, una sorriso triste, stanco, poi si fece condurre dai due giovani verso l'ala del Mastro taumaturgo.

Gli altri allievi, si strinsero attorno ad Elian, soffocandola con la loro presenza assillante e le loro stupide domande.

Aria aveva bisogno di aria e silenzio, doveva pensare. E invece quelle voci continuavano “Stai bene?” “Hai bisogno?” “Ma come ti senti?” “Hai fame? “Vuoi un po' d'acqua?” “Ti aiuto io” “lascia che ti accompagni”

Quando le mani cominciarono a toccarla Elian urlò “Via! Andate via! Andate via Tutti!”

Increduli e un po' offesi gli allievi si staccarono da lei mormorando parole di disappunto. Restò solo Dian che delicatamente l'abbracciò carezzandole la testa.

Elian scoppiò a piangere.

Un'ora dopo erano in biblioteca, aspettavano una risposta ai loro dubbi dal vecchio maestro Gregor, l'anziano custode del sapere, l'unico, a quanto si diceva, ad aver letto tutti i tomi custoditi dall'Accademia. L'uomo si alzò, con una lentezza esasperante si avviò verso gli scaffali, dopo un tempo che alle due giovani sembrò un'eternità, fece ritorno con un antico tomo polveroso.

“Ciò che voi volete fare è pericoloso giovani magdum” disse loro il vecchio con una voce nasale resa stridula dall'età.

“Siete sicure? Voi non sapete cosa potreste trovare oltre il primo mondo, daemoni della mente, schiavi della morte e quel che è peggio mostri multiformi dell'essenza stessa del Caos

“Per non parlare dei demoni del vuoto che si nutrono dell'essenza stessa degli elementi e della magdum che da essi trova forza” ma quest'ultima cosa il vecchio la tenne per sé, a qual pro spaventare due allieve già palesemente terrorizzate.

“Andate al circolo, chiamate a voi gli elementi e seguite le istruzioni del libro che vi ho dato. Che gli antichi vi assistano”. Detto questo il vecchio parve accasciarsi nel suo scanno.

MAESTRO!” esclamarono preoccupate le ragazze.

Nessuna risposta dall'anziano uomo, solo un sommesso russare, si era addormentato.

Le ciambellane rimasero dapprima a bocca aperte incapaci di credere ai loro occhi, poi si allontanarono cercando di trattenere le risa per non svegliare il vecchio maestro; uscite dalla porta scoppiarono a ridere fino a farsi scendere le lacrime dagli occhi.

Ma la loro allegria durò solo pochi istanti, un'ombra incombeva su di loro e sull'Accademia; dovevano scoprire chi aveva ordito tutto questo e soprattutto perché.

Passarono il resto del pomeriggio a leggere il tomo del Maestro Gregor e a cercare gli ingredienti necessari per la pozione dei sogni e infine si recarono dall'elementalista dell'aria Janth Selgard.

Il giovane taumaturgo stava meditando nel circolo rituale richiamando a sé i venti del sud e dell'ovest, esercitandosi a piegarli al suo volere. Lo trovarono che fluttuava a mezz'aria, mormorando una litania in linguaggio arcaico, l'antica lingua della magia.

Aspettarono pazientemente la fine del rituale, entrambe sapevano fin troppo bene quanto era pericoloso interrompere i flussi di energia di un circolo magico.

L'elementalista le osservò con diffidenza, sospettoso, le due giovani sfoggiarono il loro miglior sorriso ruffiano e gli si accostarono.

“Janth caro, ti abbiamo forse disturbato?” iniziò Dian

“Scusaci ma abbiamo assoluto bisogno della tua abilità e della tua conoscenza” continuò Elian, sapendo benissimo che l'elementalista, pieno di sé come una prima ballerina, avrebbe ceduto alle sue lusinghe, e così fu.

L'espressione del magdum si addolcì “Avanti, cosa posso fare per voi?” disse con quel suo atteggiamento sostenuto, da prediletto degli Dei.

Elian voleva dargli un pugno in faccia e cancellare quel suo sorriso sicuro, ma aveva bisogno di lui, perciò gli raccontò tutto.

Avrebbero tentato a mezza notte disse loro l'elementalista, a quell'ora gli astri sarebbero stati propizi, che si riposassero nel frattempo, lui doveva prepararsi.

“Riposarsi, la fa facile lui!” disse Elian mentre si allontanavano “Non hanno mica preso la sua di ombre!”.

“Dai fatti coraggio” le disse Dian mettendole una mano sulla spalla “Perché non andiamo a rilassarci nei bagni?”

“Buona idea!”

Così si diressero verso la grande sala delle terme, il calore avrebbe aiutato Elian a dimenticarsi del freddo che ancora attanagliava la sua anima, o almeno così sperava la giovane Cronomante.

Poco prima dell'ora convenuta le giovani magdum si recarono con passo tremante verso il circolo rituale

“E così il momento si avvicina …” sussurrò tremante Elian, più a se stessa che all'amica e poi con un sussurro ancor più flebile aggiunse “Ho paura…”.

Dian non disse nulla, si limitò a stringerle mano, silenziosamente come a infondere coraggio e sicurezza all'amica, anche se anche lei aveva paura.

Janth già le aspettava, trepidante, consapevole che, un solo errore, una sola esitazione e tutto sarebbe stato perduto.

Il ritualista le precedette nel circolo e si pose alle spalle del grande obelisco intarsiato, davanti a lui appoggiata all'obelisco sedette Elian, tremante, preoccupata, ma decisa come non mai a vincere; silenziosa come un'ombra prese posto anche Dian, pronta a vegliare sul corpo inerte dell'amica, durante il terribile viaggio nel mondo dei sogni, suo era il compito di riportarla indietro prima che fosse troppo tardi.

L'elementalista pronunciò con voce tonante, ferma, le parole rituali, ogni ombra di incertezza svanita, se anche aveva timore l'uomo non lo lasciava trasparire.

Al momento convenuto Elian bevve la pozione dei sogni, era dolce, forse fin troppo, talmente densa che faceva fatica a deglutire. Un caldo innaturale accompagnò il liquido giù per la gola, il calore divenne bruciore, infine torpore. Non sentiva più le dita, poi le braccia, l'addome, l'ultima cosa che percepì fu una fitta lancinante sotto il seno sinistro. “Il cuore…” fu l'ultimo pensiero della giovane Magdum.

Un'attimo dopo il suo corpo si afflosciò, Elian non era più lì.

Aprì gli occhi e si trovò sdraiata in un circolo identico a quello dell'accademia ma questa volta era sola, “Non è riuscito” fu la prima cosa che pensò. Guardò verso il cielo irata con gli Dei che, ancora una volta, non l'avevano aiutata, ma nel cielo non c'erano le lune, la sanguinaria Plesse e la bianca Selene, solo una notte nera, immobile, non un'alito di vento, non una nube in movimento. Capì di non essere più a Babilonia, o meglio nella Babilonia che conosceva, anche se in qualche modo quel posto le era familiare, pregò Isgadrill, come faceva da bambina, aveva bisogno di forza, di tutta la sua forza.

Si alzò, ma si sentiva così stanca, ogni passo le costava fatica come se la sua ombra trasparente pesasse centinaia di chili, come fosse ancorata al terreno da una zavorra; ogni respiro era accompagnato da una fitta al petto, lo stesso dolore lancinante che l'aveva accompagnata per tutto il viaggio.

Dove andare? Dove cercare? A chi chiedere? Era così confusa.

Uscì lentamente dal circolo e si diresse verso il corridoio dove tutto ebbe inizio.

“Se questo posto è il corrispettivo dell'Accademia nel mondo dei sogni” pensò la Magdum “Forse là troverò qualche indizio… sempre se Janth non ha sbagliato qualcosa…” .

Man mano che si avvicinava sentiva acuirsi il dolore al petto, come per darsi coraggio portò la mano alla cintura per afferrare il suo pugnale, non lo trovò, si sentì nuda, indifesa, in balia di correnti più grandi di lei, ma non si arrese.

Stringendo i denti proseguì, passò il piccolo chiostro grigio ed entrò nel corridoio, era meno buio di come lo ricordava, ma forse era solo perché ormai i suoi occhi si erano abituati alla tetra penombra di quel luogo. Vide un movimento al termine della zona in ombra, laddove il terrore e il tocco gelido della morte l'aveva paralizzata, c'era qualcuno, ne era certa.

Si avvicinò.

Vide Hector, il famiglio nero dell'accademia che stringeva fra i denti qualcosa di nero, sottile come un lembo di tessuto, ma semi-trasparente, aveva una forma umanoide, di donna, non riusciva a capire bene perché la forma era distorta come se dall'altra parte qualcosa cercasse di strapparla dalla stretta del felino. Elian era sicura che quella cosa contesa fosse la sua ombra, alzò lo sguardo, tremando al pensiero di cosa l'aspettava, ricordando l'antico terrore provato solo quella mattina. Vide una figura di uomo, completamente nera, coperta di stracci, anch'essi neri come la notte.

La stava guardando, con quel suo volto senza occhi, la indicò con una mano scheletrica, Elian si sentì gelare il sangue nelle vene, ma una magdum non si fa fregare due volte nello stesso modo, qui la sua mente non era altrettanto schiava del suo corpo, era libera e ora se ne rendeva conto.

Il corpo all'interno del circolo rituale s'irrigidì, Dian preoccupata guardò Janth, ma il ritualista era troppo concentrato, prese un fazzoletto e asciugò il sudore sulla fronte dell'amica; poi, delicatamente, mormorando le arcane parole di guarigione, iniziò a massaggiare i muscoli duri fino a scioglierli di nuovo.

“Sei mia…” una voce stridula, sibilante, sussurrò queste parole, Elian non era sicura di averle udite con le orecchie, quasi la creatura fosse dentro la sua testa, ma forse era proprio così. L'essere di ombra tirò verso di sé l'ombra e con lei si avvicinò anche Elian.

“No! Non sarò mai tua!” urlò Elian.

“Stupida… tu non puoi nulla… qui… questo è il mio regno…”

Una fitta colpì la ragazza al petto, si accasciò.

“Ti fa male? Sento il tuo dolore è così dolce…”

Elian si alzò con un nuovo fuoco negli occhi, una mano stringeva il petto dolorante, l'altra rivolta al cielo, come a richiamare l'aiuto degli elementi e così fece. Arcane parole affiorarono alle sue labbra. Un fulmine prese forma tra le sue dita, dapprima una piccola luce e poi una saetta vera e propria che in un istante colpì l'ombra.

“Non sono più una piccola magdum indifesa”.

Una risata agghiacciante ruppe l'aria ancora crepitante del corridoio.

“Si… giovane Magdum così… chiama a te gli elementi… Nutrimi con il loro potere” e incredibilmente l'uomo-ombra divenne ancora più alto.

Hector, il piccolo gatto di mastro Ozimandias, scattò in faccia all'ombra.

Durante la colluttazione, l'ombra di Elian, finalmente libera, tornò al suo posto.

La Magdum provò una sensazione di leggerezza, come se improvvisamente tutto il peso che la opprimeva si fosse dileguato, si alleviò anche il dolore al petto. Si sentì di nuovo forte, di nuovo integra.

“Ti nutri della mia magia” disse la giovane Ciambellana “Allora prova questo” iniziò a salmodiare le antiche formule ed evocò dalle linee della magdum un vortice che risucchiò al suo interno l'energia magica. Contemporaneamente l'uomo-ombra urlò, un grido lacerante, dolore allo stato puro, Elian si portò le mani agli orecchi, troppo dolore, non avrebbe mai più dimenticato quel grido.

Hector, zoppicando, si stacco dall'ombra che rimase accasciata al suolo, immobile.

Elian si avvicinò all'uomo, tremante, pronunciò una sola parola “Perché?” .

L'uomo in un sibilo rispose “Per la gloria di Hariman, mio signore e padrone… le vittime sono state designate, tu sei libera… il sacrificio è prossimo, ma ti giuro Elian di Kesterl non mi dimenticherai, sei segnata per sempre e io ti ritroverò…non importa in quale sporco angolo di Cronos ti rifugerai, io ti ritroverò…” Rapido come una vipera, l'uomo toccò il capo della magdum.

Le dita gelide sui capelli. Bruciore. Dolore.

Elian Urlò e fu di nuovo al centro del circolo rituale, Dian che la teneva tra le braccia, preoccupata, ma felice di riaverla indietro. Janth intento a salmodiare le antiche parole rituali.

Le due Magdum rimasero in silenzio, abbracciate, finchè al segno convenuto non si alzarono per uscire dal circolo arcano.

Fuori trovò Hector, il famiglio le si avvicinò zoppicando, Elian lo prese in braccio e gli sussurrò “Grazie amico mio mi hai salvato ancora una volta” il felino rispose facendo le fusa.

Nella testa di Elian sorsero delle parole “I gatti proteggono i vivi dalle ombre oscure dei morti, a volte anche dai sogni…” forse erano parole di Hector o forse le ricordava da una lezione della runista, ma era troppo stanca per pensare, ora.

Le due Magdum si avviarono verso i loro alloggi.

Elian sempre più stanca, sorretta dall'amica.

Dian, premurosa come sempre, non riusciva a distogliere lo sguardo da quella strana ciocca bianca di capelli spuntata dal nulla in capo all'amica, ricordo doloroso di quell'ennesima avventura solitaria di cui si compone la strada per diventare Magdum.

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