MATHUSCHEK
di Angelo Conforti

 

 

 


Aveva lasciato da tempo quel lavoro. Si stava dedicando alla sistemazione della casa che aveva trovato da poco, poi avrebbe pensato a un nuovo impiego.
Non si aspettava certo la visita di Mathuscek, a quell’ora di primo pomeriggio. La sua giovane moglie incinta riposava e lui stava armeggiando con un cacciavite. Andò ad aprire con un po’ d’apprensione. Chi poteva cercarlo proprio ora, in quel luogo alla periferia della megalopoli, dove nessuno lo conosceva?
Il polacco non era solo. Stava dritto sulla soglia, con la sua consueta imponenza, di fronte alla quale, lui che pure era molto alto, si sentiva inferiore. Un passo più indietro c’erano tre individui che non aveva mai visto prima. Un giovane con un’espressione spavalda, un uomo di mezza età tracagnotto e trasandato, una ragazza dall’aria persa.
Non ebbe neanche tempo di invitarli ad entrare. Mathuscek lo persuase ad uscire con loro a bere qualcosa: non era il momento di starsene in casa, era il pomeriggio giusto per stare in compagnia di vecchi amici.
Salutò la moglie promettendole un rapido ritorno e li seguì giù per le scale.
Il suo ex datore di lavoro gli presentò senza convenevoli i compagni, senza dare neppure ascolto alle domande che lui gli rivolgeva: come andava la ditta? dov’erano i suoi soci Flavio e Domenico?
L’enorme automobile americana del polacco percorse qualche chilometro in direzione dei sobborghi, fiancheggiando centri commerciali e insediamenti artigianali. Poi deviò a sinistra, lasciando la strada principale e addentrandosi in un quartiere di palazzoni anonimi. Infine, girò a destra e si ritrovarono come d’incanto in un villaggio di antiche costruzioni, percorrendo una strada selciata che sembrava di epoca medievale.
Si fermò nei pressi di un’osteria. Si trattava di un fabbricato antichissimo, sulla cui facciata pendeva un’insegna metallica che risaliva sicuramente ad un’epoca molto remota.
L’interno era accogliente, semplice, di stile casalingo. Tavoli con tovaglie a quadri, sedie di legno impagliate. Una coppia di osti dall’aria contadinesca fuori dal tempo.
Mathuscek ordinò dell’affettato e del vino bianco. Gli altri non dicevano nulla. La ragazza aveva un’aria sempre più trasognata. Lui trovava il posto accogliente, ma la situazione gli sembrava comunque strana e gli cresceva dentro un’inquietudine sorda. Avrebbe voluto liberarsi al più presto e tornare da sua moglie. Ma non sapeva come. Mathuscek non l’avrebbe certo riaccompagnato ora. Aveva un’espressione molto decisa ed appariva assorto in un pensiero fisso.
Gli venne in mente che il polacco qualche mese prima aveva cercato di sequestrare sua moglie, che era riuscita a trarsi d’impaccio grazie alla gentilezza di un ristoratore. Questo pensiero accrebbe in lui l’ansia.
Decise di non pensarci e di godersi quel luogo particolare fuori dal tempo, approfittando della compagnia un po’ estemporanea ma tutto sommato ospitale. Il suo amore per gli ambienti antichi e, in particolare, per tutto ciò che emanava atmosfera di Medio Evo contribuiva a renderlo, almeno in superficie, tranquillo.
Arrivarono i salumi e il vino rosso secco, frizzante. Era tutto molto buono e sembrava genuino, fatto in casa, come una volta. Non ricordò di aver mangiato, da tempo, un affettato così gustoso. I suoi nervi, scossi dalla situazione decisamente insolita, si distesero ancora un poco.
Mathuscek mangiava e beveva e gli riempiva continuamente il bicchiere, invitandolo ad imitarlo.
Arrivarono altre portate di salumi e soprattutto parecchie altre bottiglie di vino, che il suo ex datore di lavoro continuava ad ordinare. Il pomeriggio passava, la sua testa cominciava a girare per i troppi bicchieri bevuti e in lui riaffiorava l’inquietudine. Gli piaceva il vino, ma non voleva bere troppo e gli affiorava insistente alla mente il pensiero di sua moglie, che aveva lasciato a riposare nel primo pomeriggio.
Mathuscek decantava le qualità del vino e del prosciutto. I suoi compagni dicevano solo qualche parola ogni tanto, acconsentendo. Gli parve che la loro espressione fosse lievemente mutata e intravide quasi un che di suino nei loro occhi liquidi.
Provava ogni tanto a dire che doveva andare, che voleva tornare a casa. Il pomeriggio era stato piacevole, ma c’è un limite a tutto. Il polacco non stava nemmeno ad ascoltarlo e ordinò altre bottiglie di vino mentre gli sembrò che ora stesse leggermente modificandosi nell’espressione del volto.
Senza che lui se ne accorgesse subito, era entrata altra gente nell’osteria. Tutti i nuovi avventori avevano strani visi, che gli parvero in qualche modo alterati. Guardando fuori si rese conto che la trattoria faceva parte di un corpo laterale di una vasta cascina a corte, certamente di origine basso-medievale. Notò anche che la chiesetta, che faceva parte, come da tradizione, del vasto complesso agricolo aveva il campanile semidiroccato. Ad uno sguardo più attento, notò che la porta era stata bloccata con assi inchiodate.
Intanto Mathuscek parlava della somiglianza tra il maiale e l’uomo e sosteneva la tesi secondo la quale le carni suine ci piacciono tanto proprio in ragione di tale parentela.
Ora la sua impazienza esplose improvvisa e perentoriamente chiese di essere riaccompagnato a casa. Dietro il bancone non c’era più nessuno e dal retrobottega, da quella che doveva essere la cucina si udivano provenire strane litanie. Tutti gli avventori lo guardavano con un’espressione avida. Mathuscek lo ignorò e, per tutta risposta, gli propose di rompere le bottiglie che erano sul tavolo e fare una sorta di sfida a sfregiarsi reciprocamente il volto con i cocci di vetro.
Fuori stava precipitando rapidamente la sera e nella sua mente si aprì una voragine buia e senza fine. Il polacco parlava ma lui non lo sentiva più o almeno non ne era perfettamente cosciente. I visi intorno a lui gli parvero ora davvero animaleschi. Anche la coppia di gestori, che erano rientrati dietro al bancone, avevano cambiato decisamente aspetto e i loro volti suini gli diedero i brividi.
Fu forse l’istinto di sopravvivenza a toglierlo dall’inerzia che lo aveva paralizzato fino ad allora. Gli venne in mente che la strada statale non doveva essere lontana e che esisteva un’efficiente linea di autobus diretta verso il centro della città.
Si alzò dal tavolo e in breve infilò la porta. Si trovò all’aria aperta e si mise a camminare sempre velocemente e poi a correre sul selciato medievale. Dietro gli parve che le ombre della sera si infittissero e udiva dei terrificanti grugniti che lo inseguivano. Le parole di Mathuscek gli riaffioravano ora alla coscienza e gli trasmettevano un messaggio orrendo. Ti sei mai chiesto perché questo salume è così buono?, diceva…
Corse più forte che poteva per riuscire a raggiungere la strada asfaltata, quei palazzoni di periferia che gli avrebbero annunciato la salvezza.
Intanto faceva sempre più buio e le parole del polacco echeggiavano nella sua testa come un ritornello ossessivo, senza fine…

ANGELO CONFORTI

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