IL MARE DI NOTTE
di Giuseppe Pasquali

 

 

 



Non chiedete.

Voi, posteri che leggerete queste parole intrise di lucida follia e scritte da mani febbrili, non interrogatevi mai, non ponete al vostro animo il dubbio che lo sguardo luminoso dell'Altissimo non sia più posato sul Creato e che questa sfera di palla e fango, atomo oscuro di Male, sia stato abbandonato nell'ombra.

Non provate ad ascoltare il lugubre sciabordio delle onde di notte, quando il mare è simile a pece e la schiuma biancastra che si infrange sugli scogli, sembra ridere con fila di denti aguzzi e candidi risplendenti alla luce soffusa di una luna malvagia.

Vi prego, vi supplico!! Non lasciate che il lamentoso canto vi trascini nell'abisso!

L'uomo non è fatto per tollerare siffatto orrore e se solo l'occhio dell'anima potesse intravedere ciò che gli è celato per natura divina l'umanità tutta cesserebbe di esistere.

Credetemi, non vi è nulla di più terrificante del mare di notte.

Dalla finestra del mio studio posso intravedere irti scogli, mugghianti di dolore, in quell'abisso insondabile e terrificante la cui furia è sempre foriera di eventi luttuosi e la cui placida calma notturna sembra capace di mesmerizzare la mente , spingendo l'uomo oltre la follia, in luoghi dove l'anima sembra dissolversi in quell'immensità di nulla.

Ma prima che la pazzia ghermisca il barlume di coscienza rimasta e che loro, siano mille volte maledetti, si cibino della mia carcassa, rigonfia e deformata dall'acqua di mare dopo aver trasportato nelle profondità mostruose dell'inesistenza quel poco che resta della mia anima nera, imploro il mio corpo, distrutto dalla pellagra e trasfigurato da incontrollabili spasmi di darmi la forza di affidare al Destino, unico Dio e faro nelle tenebre dell'umanità, le verità immonde che si celano dietro la coltre di mistero che ammanta ogni cosa.

Ed in questa polverosa dimora posta su un alta collina a strapiombo sull'oceano vi dirò della maledizione del mare e di coloro che, abbandonando la propria umanità, adorano abominevoli divinità marine, immondi dei composti di malvagità pura, troppo ebbri di orrore per essere compresi e concepiti come reali.

In questo tempio delle memorie della mia famiglia, ove quadri raffiguranti austeri avi di nobile lignaggio sembrano fissarmi severi, quasi a rammentarmi come la depravazione abbia trasformato intere generazioni di navigatori ,esploratori, nobili soldati e capitani di mare in un discendente degenere ed abbietto quale io sono, capitano senza scrupoli di una sudicia nave negriera, vi racconterò dell'ultimo viaggio della “Madison” di ritorno dall'Africa Nera.

Sono passati 15 lunghi anni da quella maledetta spedizione ma la paura e il terrore sono immutati, oggi come allora.

Anno del Signore 1847, la tratta degli schiavi era una pratica sempre più difficile, osteggiata da una feccia moralista che , illuminata chissà da quali principi, combatteva ferocemente la schiavitù che giudicava ingiusta e immorale.

Sciocchezze! Tali uomini iniqui, schiavi ormai del ferro e dell'acciaio delle loro botteghe avevano dimenticato che Dio aveva un ruolo ben specifico per ogni uomo e la razza negra, creata forte e resistente alle fatiche del lavoro, era nata per servire e coltivare le terre che Nostro Signore ci aveva donato.

Tali avvoltoi che sembrano aver perso il senno tra i miasmi velenosi delle loro città credono che la loro scienza possa spiegare tutto arrivando ad asserire calunnie vergognose che vogliono, per parola di un tale ciarlatano che risponde al nome di Darwin, che l'uomo discende da scimmie!

Quale bestemmia!

Se solo tali folli avessero visto ciò che i miei occhi stanchi videro brucerebbero i loro libri di scienza!

Quando la mia nave, la “Madison” attraccò alla Cittadella degli Schiavi , una piccola isola al largo della Tunisia, ad aspettarci vi era un gruppo di portoghesi reduci da una spedizione nel cuore dell'Africa.

Nel Congo belga erano entrati in possesso di un gruppo di negri, venduti da una tribù rivale che li aveva sconfitti in combattimento e resi schiavi.

La merce, da me visionata era di ottima qualità, fatta eccezione per il loro aspetto vagamente sinistro con occhi scuri e infossati, braccia robuste ben più lunghe del normale che rendevano tali schiavi repellenti al vedere.

Ma nelle piantagioni del Sud le uniche beltà da ammirare erano le giovani donne sotto i dolci porticati bianchi delle loro ville, e non chi doveva lavorare cotone e tabacco, quindi decisi di imbarcare tali esseri per portarli nel Nuovo Mondo.

Se solo fossi stato meno ingenuo ed avaro!

Se avessi osservato attentamente lo sguardo stanco e stralunato del portoghese e il suo voler ad ogni costo sbarazzarsi di tale carico, nulla sarebbe successo in quelle notti funeste!

L'equipaggio di buona lena, rifornì la nave e, come molte altre volte aveva fatto, cominciò ad imbarcare i negri sul vascello.

Questi, in un silenzio surreale opposero una resistenza feroce ed uno di questi, con un morso poderoso staccò due dita della mano sinistra al giovane mozzo Dewey che, dopo due giorni di navigazione, morì di infezione a poco meno di 16 primavere.

Il negro macchiatosi di tale nefandezza venne impiccato all'albero maestro alla presenza di tutti i suoi simili che, in silenzio, avevano assistito al supplizio.

Io stesso assistetti all'esecuzione e, su mio ordine, il corpo del miserabile fu gettato in mare in pasto ai pesci; fu in quella occasione per la prima volta vidi quegli occhi che ancora non mi fanno dormire la notte.

Il cadavere, gettato nelle acque gelide dell'Atlantico, sembrò per un attimo ricomporsi e il suo volto, prima di scomparire tra i flutti sembrava fissarmi.

I suoi occhi erano bianchi come la neve e terrificanti.

Il viaggio verso l'America continuò, segnato da una maledizione che sembrava aver infestato la nave.

Spesso di notte il silenzio innaturale dei negri veniva rotto da una cantilena agghiacciante che si alzava da sottocoperta, una nenia insensata che aleggiava per la nave,spesso seguita da un fetore insopportabile e che spaventava a morte i marinai, superstiziosi e creduloni per natura.

A nulla valevano le bastonate e le frustate.

I negri si rifiutavano di parlare e di cibarsi.

Dopo il quarto giorno di navigazione questi cominciarono a morire per inedia.

Ogni notte le urla erano sempre più agghiaccianti, nessuno sulla nave riusciva più a dormire e anch'io, nella mia cabina ero continuamente preda di incubi agghiaccianti ma ancora indefiniti.

Il malumore tra l'equipaggio era tangibile, l'aria che si respirava era stantia e malsana come se un male antico fosse stato risvegliato.

La sesta notte di navigazione Shawn, uno dei due timonieri si gettò in mare; molti affermavano che, ubriaco,si era balzato in piena notte sul ponte gridando come un forsennato che aveva visto i cadaveri dei negri gettati in mare vicino alla chiglia e che non sopportava più quegli occhi inumani che lo fissavano dalle acque.

Io, rinchiuso nella mia cabina ero febbricitante.

Dalla partenza, ogniqualvolta mi assopivo avevo incubi tremendi e madido di sudore mi risvegliavo spossato e senza forze.

Mentre la moria della merce continuava, Dio stesso sembrò avventarsi contro la “Madison”, lasciandola due giorni e due notti in balia della burrasca poi seguita da una bonaccia innaturale, in un mare quasi immobile, senza segno di vita alcuno.

Al decimo giorno in mare il numero dei negri si era dimezzato e l'equipaggio era ad un passo dall'ammutinamento.

Immobile, nella mia cabina fissavo il mare di notte.

Il cielo era senza stelle ma il nero delle acque era costellato di strane luci bianche, ed ogni volta che provavo a fissarle mi ritraevo in preda ad una paura incontrollata.

La febbre era ormai diventata delirio e la notte era ormai indistinta dal giorno, fatta eccezione per quella nenia maledetta che sembrava chiamarmi, ammaliarmi, trasportarmi in quegli abissi marini oscuri che affollavano i miei incubi in bilico tra realtà e follia.

Il tempo aveva perso significato, non sapevo nulla di quello che stesse succedendo all'equipaggio, alla mia nave e alla merce.

Nella luce fioca della cabina al realtà aveva cessato di esistere, così come lo scorrere del tempo, ed io ero sospeso in un nulla delirante, intercalato solo dalla cantilena che proveniva da sottocoperta.

Una parte di me voleva fissare quel mare nero, un'altra parte della mia anima voleva fuggire, come consapevole di un orrore indicibile che si celava in quel mare stregato.

Ricordo, in una pallida mattina di foschia, la giubba insanguinata e lacera del mio secondo in comando, paonazzo in viso che urla al mio capezzale:

“Capitano!! L'equipaggio! Gli uomini sono impazziti!! Dio ci perdoni!!

I suoi occhi scuri erano segnati dalla stanchezza e dall'insonnia.

“Li hanno presi, legati allo stivaggio usato come zavorra e gettati in mare…..mio Dio!!”

L orrore per l'inspiegabile aveva avuto la meglio e l'equipaggio aveva annegato l'intero carico per liberarsi dalla maledizione.

Non potevo fare nulla.

Quella notte la nave pareva svuotata, gelida e strati di coperte non potevano fermare un freddo abissale che ghermiva la mia anima.

L'equipaggio era tornato alle proprie mansioni come se nulla fosse successo.

Mi addormentai e per la prima volta mi ritrovai in quel incubo che fino ad allora era stato sfuggevole al ricordo mattutino….quel posto… quegli occhi che, ogni notte, nei miei sogni, mi ossessionavano.

Ero su una scialuppa in un mare immobile dove lo sciabordio delle onde era un lamento lontano, in lontananza una costruzione ciclopica, un tempio sgraziato si ergeva nella notte buia senza stelle.

Lentamente remavo, l aria immobile lentamente veniva percorsa da una serie di grida stridule che andavano a formare quella cacofonia blasfema che per giorni avevo udito provenire da sottocoperta.

Un odore di putrescenza , un orrido miscuglio di alghe, sangue e sale mi investivano mentre quelle strane luci bianche lentamente apparivano sul pelo dell'acqua.

Figure nere sgraziate e contorte affioravano e, soprafatto dal terrore , osservavo immobile migliaia di visi i cui occhi vitrei mi fissavano, corpi imputriditi e labbra scarnate che ripetevano quelle parole innalzate ad un orribile divinità.

Yudash Salit Gudha Fthan Dagon...

A nulla era valso svegliarsi da quell'incubo.

La realtà era ora l'incubo.

Da allora so che quando la notte cala, quegli occhi luminosi nel mare sono loro, quegli esseri immondi, mi fissano, mi cercano, anelano il mio sangue, bramano solo di poter straziare le mie carni e sacrificarmi in quel tempio ebbro di peccato che visito ogni notte nei miei deliranti incubi.

Forse la morte che andrò a cercare nello strapiombo che da sulla scogliera potrà essere la fine….ma la mia anima trema al sol pensiero che la morte sia l'inizio dell'orrore e che il mare di notte mi prenda per tenermi incatenato per l'eternità nel suo oblio.

Note dell'Autore

Il racconto “Il Mare di Notte”, narrazione ampiamente ispirata alle tematiche classiche care a Lovecraft, è ambientato nel 1862, in piena Guerra Civile Americana.

Questo a voler spiegare la particolare inclinazione del protagonista a giudicare la schiavitù e gli abolizionisti nonché nel sostenere quelle convizioni religiose che animavano le popolazioni rurali degli Stati del Sud che analizzavano tutti gli aspetti prettamente umani (Storia , Società, Progresso) in chiave provvidenziale.

Se Dio aveva creato i neri era perché questi lavorassero i campi in condizioni di sudditanza, se Dio aveva mandato la guerra è perché era nella sua volontà che tra le due Nazioni una sola sopravvivesse etc etc.

Da notare che l'episodio della “Madison”, dal punto di vista cinematografico è una libera citazione di uno dei film maggiormente sottovalutati di Steven Spielberg, “Amistad”, pellicola toccante ma non farisea sulla schiavitù e sulla libertà come diritto inprescindibile dell'uomo.

Storicamente parlando, quello della “Madison” può essere uno degli ultimi viaggi delle navi negriere poiché in gran parte d'Europa la schiavitù, attorno al 1850 sta lentamente declinando con l'avvicendarsi della Rivoluzione Industriale e negli Stati Uniti, fatta eccezione per gli Stati del Profondo Sud che andranno a costituire la Confederazione, la corsa verso l'Ovest, sancita attraverso l'Ordinanza dei Territori del Nord Ovest, vede da li a pochi anni l'avvio della politica del “free soil” ovvero della libertà dei nuovi stati che andranno a formarsi di adottare o abolire la schiavitù.

Tale leggi verranno viste dal Sud come aperta minaccia alla libertà di ogni Stato dell'Unione e come inizio della frizione che porterà questi Stati a riunirsi sotto la Dixie.

Ultimo appunto; nel racconto viene usato il termine “negro” che, nella società odierna è ampiamente considerato offensivo.

Tuttavia nell'800 fino ad arrivare ai grandi movimenti civili per i diritti degli uomini di colore nei primi anni 60 del 900 era d'uso il termine “negro” per identificare le persone di colore e non come dispregiativo.

Per esempio, durante la Guerra Civile, gli uomini di colore venivano inquadrati dagli Unionisti in unità da combattimento a parte denominate “Negro's Regiment” o apostrofate come “Colored Regiment”.

Questo a sottolineare come il racconto non voglia essere offensivo in nessuna maniera verso le persone di colore ne verso la razza Africana bensì, ponendo in un contesto orrorifico non tanto la componente soprannaturale ma il comportamento del capitano e dell'equipaggio tutto, si vuole sottolineare la bruttura e la disumanità di chi commercia vite umane, trattandole come merce di scambio.

D'altronde, e qui non serve essere fan di Lovecraft per saperlo, il vero orrore è dimenticarsi di come gli uomini, nelle loro diversità, siano tutti uguali.

GIUSEPPE PASQUALI

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