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LA MACCHIA NERA SI ALLARGAVA LENTAMENTE...
di Simone Vannini
La macchia scura si allargava lentamente, un ticchettio ritmato pervadeva le stanze dell’appartamento, piccoli aloni di condensa alle finestre illuminate da un chiarore surreale che bruciava gli occhi. Ancora pochi secondi e le prime righe della lettera sarebbero state totalmente coperte da un frastagliato contorno rosso sangue malinconia.
Ripercorrendo mentalmente le ultime ore - o forse erano giorni - A. notava come tutto fosse di una chiarezza disarmante, “possibile” si domandava con sguardo ebete e atteggiando il viso in una smorfia incredula “possibile che tutto diventi chiaro solo quando ormai è troppo tardi per rimediare agli errori che ti divorano il cuore?”.
“3 novembre, indiscutibilmente sera ai miei occhi.
Amore mio solo pochi secondi fa, potrei giurarlo, è accaduto nuovamente ciò che temevo: un leggero ticchettio che diveniva sempre più opprimente, un bagliore latteo che scavava retina e anima e danzava circondandomi.
Moto di sbigottimento, silenzio di vetro.
Ho capito in quel preciso istante che la città intera sarebbe divenuta nient’altro che un grigio elettrico fantasma: fantasma l’altalena che a vuoto dondolava sotto la neve cadente, fantasma l’autobus che circolava per le vie senza conducente né passeggeri, fantasma le porte automatiche dei supermercati deserti che si aprivano e chiudevano continuamente senza motivo alcuno, fantasma infine, il calesse dei sogni, ormai immobile e senza bardatura, senza luci colorate e mani tese di bambini.”
I nervi delle braccia irrigiditi sotto lo sforzo dissanguante della scrittura, la schiena piegata sul foglio. Gli occhi si muovevano velocemente dal bordo sinistro a quello destro in maniera meccanica mentre un baluginio proveniva da una superficie metallica e liscia posta al margine del tavolo.
“Mi sono venuti a trovare ancora, a notte fonda.
Credevo non li avrei mai più rivisti.
Sinceramente.
Piccole ombre si stagliavano sulla parete bianca, un tenue rumore di pioggia mi invadeva la testa…ed ecco comparire, come incubo ad occhi aperti, i bambini famelici del mio Ottocento.
Calpestavano ciottoli fangosi, il loro viso era sporco di fuliggine e avanzi di cibo - così come i consunti stracci che avevano per indumenti - e puntando il dito indice in atto di accusa cantilenavano odiosi inni alla mia umana stupidità.
Così, mentre i figli di un secolo nato morto inscenavano un ballo grottesco e orribile, tentavo di nascondere il viso tra le mani per farli sparire o almeno occultarli alla vista.”
Pochi minuti prima dell’alba, la testa ciondola senza vita sul petto non più animato dal respiro, vistosi tagli sui polsi, un foglio quasi completamente impregnato di sangue sul tavolo, solo una frase ancora pienamente leggibile: ”possibile, possibile che tutto diventi chiaro solo quando ormai è troppo tardi per rimediare agli errori che ti divorano il cuore?”.
SIMONE VANNINI |