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LARCO
di Nicolò Lucchetti
Tempo fa lessi una teoria secondo la quale oggetti e luoghi inanimati abbiano uno spirito; io non lo so, ma mi piace crederci anche perché credo di averne avuto la dimostrazione tempo fa. Voglio raccontare a te, amore mio, un fatto che mi è capitato non più di qualche mese fa: desidero lasciarne testimonianza a te, sapendo di trovare comprensione, senza paura di essere frainteso e di essere giudicato mentalmente insano. Ciò che sto per raccontarti è talmente assurdo e inverosimile che sono io il primo a dubitare di me stesso; preferisco scrivertene perché è troppa la è la paura di tradirmi con le parole e di non sapere dare un ordine corretto ai fatti. Sappi che, quando tutto questo mi è successo, non avevo assunto né alcool né alcun tipo di droghe e che la mia mente era assolutamente lucida.
Il 12 luglio del 2002 stavo percorrendo una strada provinciale e, senza rendermene realmente conto e lasciandomi guidare dal caso, mi ritrovai per una strada di montagna come ce ne sono tante sulle nostre colline. Dopo una serie di curve strette mi ritrovai a percorrere un rettilineo dove vidi un piccolo cimitero di campagna che s’arrampicava lungo la parete della collina che costeggiava la strada. Incuriosito dal posto decisi di fermarmi e di parcheggiare la macchina sotto due grandi cipressi che montavano la guardia all’ingresso del cimitero. Sceso dalla macchina diedi una rapida occhiata al piccolo camposanto circondato da un muro alto circa 3 metri, che chiudeva quel luogo su tre lati, e con un ampio cancello che si apriva sulla strada. Il buio del cimitero non mi permetteva di vedere il muro dal lato opposto, la luce dei lampioni stradali riusciva a illuminare solo le prime lapidi del cimitero; nel tentativo di vedere oltre mi appoggiai al cancello che sotto il mio peso si rivelò aperto. Senza accorgermene mi ritrovai così all’interno; davanti a me, sotto un artiglio di luna, vidi un prato ordinato diviso in rettangoli regolari ognuno dei quali conteneva una lapide pulita e adornata con fiori con un viottolo di sassi bianchi circondava le tombe seguendo il perimetro interno del muro. Così, più per curiosità che altro, decisi di seguire il viottolo giungendo sul lato opposto al cancello trovandomi davanti a un piccolo arco di pietra; oltre l’arco il sentiero di sassi bianchi continuava per poi perdersi nelle sterpaglie. L’illuminazione della strada, unita al chiarore della luna, rischiarava solo quella che avevo pensato essere la parte nuova del cimitero mentre oltre l’arco, dove pensavo iniziasse quella vecchia; la luna permetteva giusto di orientarsi evitando di andare a sbattere contro le lapidi che spuntavano disordinatamente dal terreno. La mia attenzione però fu catturata dall’arco di pietra: doveva essere antico dato che una targa, che riportava in un angolo il simbolo della pro-loco del paese, riportava una data e alcune note, peccato però che la scarsa illuminazione e una pesante patina ossidata rendeva impossibile leggere alcunché. L’arco di pietra era alto circa 3 metri e tagliava a metà il muro divisorio, sulla superficie dell’arco rivolta verso il cancello era scolpita in bassorilievo una sorta di strana processione: in cima all’arco una figura, con il viso cancellato dal tempo, era seduta con le palme aperte rivolte verso l’esterno e una lunga veste che ne vestiva tutto il corpo. Alla sua destra altri uomini e donne inginocchiati portavano dei doni con grandi baldacchini addobbati; nei visi erano scolpite, con grande cura, delle espressioni di paura mista a reverenza e tensione. Alla sinistra invece si vedevano altre figure, simili alle prime per vestiario, fuggire verso la base dell’arco: durante la fuga le figure si accavallavano calpestandosi e colpendosi a vicenda. Molte di queste erano a terra morte o mutilate. Alla base destra della colonna era scolpito un sole da dove usciva la processione “festante”, mentre le figure di sinistra correvano incontro ad una grande bocca spalancata da cui uscivano strani oggetti di forma oblunga che non riuscii a definire. Feci fatica a capire quella strana processione ma doveva in un qualche modo essere legata con tutto quello che mi sarebbe da lì a pochi minuti; sul momento mi mise addosso solo una strana sensazione di fastidio e di malessere, facevo fatica inoltre a capire in che modo quel sinistro arco di pietra fosse collegato al cimitero.
Decisi di oltrepassare l’arco mettendo piede in un luogo grottesco e sinistro: una selva disordinata di pietre tombali s’inerpicava lungo il fianco della collina con fitte sterpaglie che impedivano all’occhio, già ostacolato dalla poca luce, di distinguere una lapide dall’altra. Mi avvicinai alla tomba più vicina all’arco di pietra e dopo aver scostato alcuni rampicanti secchi lessi: "Giuseppe Tormalino 1756-1802”. Rimasi sbigottito davanti a quel tumulo che risaliva a più di 2 secoli fa! Le tombe che sorgevano a fianco a questa erano all’incirca dello stesso periodo, e il numero sterminato di lapidi che avevo davanti mi scoraggiò dal guardarne altre. Questa parte del cimitero era grande all’incirca come l’altra, ma, invece di essere circondata da un sentiero perimetrale, era tagliata a metà da uno stretto viottolo sterrato: l’unica parte del campo a non essere stato invaso dalle sterpaglie. Le erbacce e i rampicanti avevano infatti invaso tutta la superficie e mi osservavano con un occhio torvo obbligandomi, con minacciosi scricchiolii, a seguire il sentiero. I rampicanti, muniti di lunghe spine, ricoprivano anche le mura laterali. Incuriosito, e in parte intimorito dal posto, decisi di fare qualche passo verso la cima della collina; dopo poco i miei occhi si abituarono all’oscurità e scorsi una piccola costruzione in cima alla collina. Giunto alla fine del sentiero mi trovai davanti ad un alto portone di legno. Vista da vicino la costruzione si rivelò essere una chiesa, o una sorta di luogo di culto: di una decina di metri di lato la costruzione, risparmiata dai rampicanti e addossata al muro perimetrale, sembrava essere stata trascurata per molti anni, diversi dei mattoni a vista erano rotti e davanti al portone trovai dei cocci in frantumi probabilmente caduti dal tetto; sopra l’alto portone un piccolo timpano, scolpito a bassorilievo, riportava l’immagine della figura con le palme aperte raffigurato nella chiave di volta dell’arco; anche in questo caso il viso era stato cancellato. Non potei fare a meno di pensare che il viso fosse stato volutamente distrutto, e che la stessa cosa fosse successa all’immagine dell’arco di pietra. Alla destra e alla sinistra della figura erano scolpite due bocche mostruose come quella rappresentata sulla base sinistra dell’arco, ma queste erano chiuse. Sicuro che fosse sbarrato provai a spingere il portone della “chiesa”, trovandolo invece aperto.
Entrato in quel luogo, mi trovai davanti a un ambiente angusto e polveroso occupato in ogni angolo da ragnatele e polvere con un forte odore di muffa che permeava l’aria umida e pesante. Tutto l’ambiente interno, di forma quadrata, non ospitava né un mobile né alcun altro segno di presenza umana. Dopo una prima occhiata, da cui rimasi deluso, sentì accelerare i battiti del cuore e con uno strano orgasmo afferrai la maniglia del portone deciso ad andarmene immediatamente da quel luogo da cui mi sentivo minacciato. Mi girai quindi verso l’ingresso, quando le mie orecchie furono rapite da uno strano gemito che si alzava violentemente alle mie spalle. Più che un gemito credo di poterlo descrivere come un verso o un lamento che però ben poco aveva di umano: non credo che alcun uomo sulla terra sarebbe in grado di riprodurre quel suono, lo potrei forse paragonare al verso malato, distorto e gutturale emesso da un enorme gatto. Sentì una stretta glaciale al cuore, ma la curiosità vinse il mio istinto e mi girai: sul fondo della chiesa, sopra una cassapanca di legno, vidi una figura femminile nuda con il volto coperto da un velo grigio. Era un corpo assolutamente perfetto, proporzionato, regolare e aggraziato: rimasi affascinato da quella visione e non potei fare a meno, maledicendomi nel contempo per la mia debolezza, di fare un passo verso quel corpo. Non feci in tempo a fare un secondo passo che risentì quel dannato lamento, del quale la visione della ragazza aveva già cancellato il ricordo, seguito questa volta da un singhiozzo e da un pianto profondo e disperato. In quei gemiti e in quei singhiozzi sentì racchiusa una terribile e oscura disperazione: tutte le angherie e gli egoismi del mondo sembravano trovare sfogo in quel pianto. Il mio viso e il mio cuore si fermarono quando la ragazza coricata si tolse il velo dal viso: il pianto e le grida isteriche uscivano da quel corpo meraviglioso, mentre il viso di quella ragazza, di una bellezza paragonabile solo a quella del corpo, mi fissava triste e sconsolato come se la mia fosse una figura lontana e ineffabile. Riconobbi in quella figura il corpo che troppo a lungo avevo violentato, picchiato e di cui avevo abusato in ogni modo infangandolo con la mia stessa presenza. I sentimenti di rabbia e sconforto, più che di paura, mi fecero perdere il senno e uscì dalla chiesa deciso a scappare il più lontano possibile da quell’orrore che avevo creato e che mi accompagnava da troppo tempo.
Fu però fuori che le mie paure si materializzarono in una visione apocalittica che mi accompagna ancora oggi negli attimi che precedono il sonno: due mostruose ed enormi bocche si ergevano nello spazio a fianco del viottolo che sino a qualche minuto prima era occupato dalle lapidi e dalle sterpaglie, decine e decine di uomini urlanti e con i visi deformati dalla paura e dal dolore erano dilaniati dalle bocche. Le mie orecchie, affollate da urla di dolore e di paura, colsero accorate richieste di perdono soffocate dal sangue che ricopriva e straniava i volti di quegli uomini, che agitavano in continuazione verso la chiesa dei miseri moncherini che un tempo erano i loro arti. Preso dal panico di quella visione mi lanciai a testa bassa verso l’arco senza vedere una terza bocca a fauci spalancate aprirsi davanti a me. Negli ultimi attimi di coscienza vidi con la coda dell’occhio la ragazza uscire dalla chiesa e lanciare verso di me una risata isterica; il terrore e l’angoscia a questo punto ebbero la meglio sui miei sensi, e persi conoscenza a pochi metri dalla bocca.
La mattina successiva fui svegliato dalle urla del vecchio custode del cimitero che mi trovò disteso davanti al cancello chiuso. Probabilmente pensava che mi fossi ubriacato o drogato la sera prima, non sapendo che rispondere bofonchiai due parole di scuse dirigendomi verso l’automobile. Salito sulla macchina mi guardai allo specchietto retrovisore. Mio Dio, cosa avevo fatto! Cosa ti avevo fatto amore mio!
NICOLO’ LUCCHETTI |