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LA STORIA DI KNUT E AREDHEL
di Knut
Sangue, sangue, sangue.
Sangue, ossa spezzate, carne cruda e crani fracassati. Erba, l'erba della brughiera di mattina, rugiada, aria frizzante, nebbia.
Il sapore dei cristalli di ghiaccio che m'incrostavano la barba. L'urlo di battaglia di mille e mille uomini, il nitrito di mille cavalli, il clangore delle armature, il suono dei corni da guerra vikinghi.
La carica, il guizzare dei muscoli, gli occhi infuocati dei compagni, la carica contro gli scozzesi.
Il ruotare delle mazze, il turbinìo delle spade, lo scoccare di mille frecce, il peso familiare del tuo spadone di ferro battuto.
Le urla di dolore dei nemici, uno scozzese che cadeva a terra con la testa tagliata, il sangue che sprizzava dal suo corpo come da una fontana, il sapore del sangue nemico, caldo, denso, terroso, che mi riempiva la bocca e mi scendeva giù per la gola.
Mi vidi davanti ad un monte di cadaveri, cadaveri scozzesi, biondi o mori, alti o bassi era sempre la stessa cruenta visione, corpi dilaniati dalle spade e spogliati delle loro armature. Io ridevo, ridevo, ridevo, con la bocca piena del loro sangue coagulato, mentre sullo sfondo suonavano i corni da guerra, io, nella brughiera in mezzo alla bruma che scendeva.
D'un tratto il suono dei corni da battaglia fu coperto dal suono delle cornamuse della vittoria.
Nuovi eserciti scozzesi avanzavano, più n'abbattevo, più aumentavano, fino alla cruenta sconfitta.
Io, Knut, figlio di Canuto il grande, l'unico monarca vikingo a riunire sotto il suo dominio i regni di Norvegia, Danimarca ed Inghilterra; svegliato di soprassalto; buttando nella mia gabbia carne di cervo cruda appena macellata.
Mi guardavano con odio, pure ondate d'odio trasudavano dai loro occhi, mi scagliai contro le sbarre della gabbia.
Legno di pino, legno duro, massiccio, legate con robuste corde di canapa grosse come i miei polsi.
Troppo anche per me.
Già immaginavo il mio destino, ma non avevo paura, solo il pensiero di strappargli il cuore mentre batteva ancora mi rendeva forte e libidinoso. Sapevo che Wotan non mi avrebbe mai abbandonato, un piccolo segno, un gesto, io avrei capito quando era il momento.
Mi lasciai andare alla fede vikinga, e intonai una preghiera, al supremo dio della guerra e delle arti:
OH Wotan!
So che restasti appeso ad un albero sferzato dal vento per nove notti intere.
Ferito da una lancia e consacrato a Wotan.
Offerto da te stesso a te stesso.
I più sapienti non sanno da dove nascono le radici di quell'albero così antico.
Non ti confortarono con il pane,
Né ti porsero il corno per bere.
Guardasti verso il basso,
afferrasti le rune;
Cadesti dall'albero.
Imparasti i nove canti del potere dal figlio famoso di Bolthor,
Padre di Bestla, ed avesti un sorso del prezioso idromele, misto con magico odreir.
Poi diventasti dotto, sapiente.
Crescesti e prosperasti.
Parola da parola ti diedero parole.
Azione da azione ti diedero azioni!
Dopo dieci giorni, ormai morente, un piccolo, ma temibile drappello di vikinghi a me fedeli, cercò di liberarmi appiccando fuoco al forte scozzese.
Fiamme, fumo, grida, questo era il momento tanto atteso.
Riuscì a liberarmi dalle strette corde che legavano i miei polsi ormai sanguinanti e scarni, un mio soldato aprì il cancello della gabbia e mi liberò.
Cominciai a dare fendenti di spada a tutto ciò che mi si presentava davanti, accecato dal fumo, ma ancor di più dalla vendetta, dall'odio per l'onta subita.
I miei occhi erano rosso sangue i miei nervi tesi come le corde che mi avevano tenuto legato, ma nonostante tutto, vidi cadere tutti i miei uomini, uno dopo l'altro. Erano troppo numerosi.
Era finita. Sentii un forte colpo all'avambraccio, me lo tagliarono di netto, un colpo al dorso, mi inginochiai fino a strisciare nel mio stesso sangue.
La vista mi si offuscava non distinguevo più nulla, solo ombre. In lontananza percepivo le risate, gli insulti, gli sputi che mi circondavano.
In quel momento, forse per la prima volta in vita mia, mi arresi, mi abbandonai, stavo per lasciarmi attraversare dall'ultimo soffio vitale, quando percepii un fortissimo albore innanzi a me.
Non era l'inferno di fuoco scatenato dalla battaglia, ma qualcosa di molto meno brutale, quasi confortante.
Pensai ai cancelli delLa sala del Wahalla, spalancati, per accogliermi, nel mio ultimo viaggio, e riunirmi ai miei antenati!
Con grande sorpresa la luce si attenuò, i rumori di sottofondo disparvero, una quiete pervase l'intera brughiera, una figura femminile mi si presentò, quasi irreale, dalle vesti nitide, il viso luminescente, la chioma dorata, i lineamenti marcati.
Mi sfiorò. Niente più dolore, collera, odio, sete di vendetta; dissolti.
Persi i sensi! mi risvegliai in un grembo di fogliame dentro ad una capanna molto confortevole, mi sentivo strano, confuso, sensazioni che mai avevano attraversato la mia mente. Le ferite erano scomparse dal mio corpo, perfino l'arto mutilato era di nuovo a posto, senza cicatrici.
La soglia si spalancò, d'istinto brandii la spada, ma alla visione di quella creatura la lasciai scivolare dalle mani, sapevo che non ero in pericolo.
Ero morto? Davanti a me c'era un Brownie, entità considerate semidivinità dai vikinghi.
Al suo cenno la seguii, uno spettacolo di luci, colori intensi, armoniosi mi si presentò innanzi.
Si avvicinò e mi spiegò che non ero morto come pensavo, ma che ero nella terra di Areldar, la casa ancestrale degli elfi. Lei disse di chiamarsi Aredhel, un elfo luminoso facente parte della potente casta dei magdum, figlia di re Turgon di Gondolin e di tutti i Noldor, che cadde eroicamente nello sforzo di difendere la sua città usurpata da Morgoth e Gothmog, ma questa è un'altra storia.
Mi raccontò che circa 2000 anni fa quando ancora la loro civiltà era agli albori una sciagura piovve dal cielo.
Un enorme meteorite precipitò al centro di Areldar distruggendo e bruciando ogni cosa nel raggio di centinaia di chilometri con la sua onda d'urto.
Questo fu solo l'inizio della disgrazia, il meteorite era inavvicinabile per chilometri: si parla di un misterioso fuoco trasparente che brucia la pelle e fa comparire mutazioni oscene ed incontrollabili. Le radiazioni mefitiche del meteorite stavano impregnando l'aria, l'acqua, il terreno rendendo impossibile la vita e distruggendo ulteriormente l'antica e magnifica foresta da sempre dimora degli elfi.
Quella fu la nascita di Theratos, l'anti-natura, che cadde dal cielo per distruggere ciò che Ashanna aveva creato.
Allo stato attuale, il meteorite è per buona parte decaduto, faticosamente la foresta sta ricrescendo anche se sembra che le mutazioni abbiano interessato anche le piante e gli animali rendendo velenose le prime e micidiali i secondi, luogo perfetto per Theratos, per accrescere il suo potere, rinvigorirsi, e riacquistare tutta la sua potenza e perfidia.
Interruppi il racconto affermandogli che non erano mie preoccupazioni, la mia gente aspettava il mio ritorno.
Aredhel mi fissò con occhi intensi, pieni di speranza e determinazione.
Elevò lo sguardo al cielo, assicurò che questo era solo l'inizio, una volta scomparsa la terra di Areldar, sarebbe toccato al mondo degli uomini, ad altri universi, fino al vuoto più assoluto.
Theratos doveva essere sconfitto ora.
Ero stato prescelto per una lotta impari, cosa potevo mai ardire, io, un umano, contro un demone così potente! Aredhel, con armonia e leggerezza, in ogni movimento, disse che i Valar, dei elfici superiori, avevano presagito che solo con l'aiuto di un grande condottiero, figlio di una nobile e antica stirpe di guerrieri, avrebbero potuto sopraffare Theratos.
Il momento era giunto, per centinaia d'anni abbiamo scrutato il vostro mondo, tu, sei quel condottiero tanto bramato!
L'indomani feci la conoscenza dei pochi superstiti rimasti, mi spiegarono il loro piano.
Proteggendomi con la loro potente magia e le mie doti di guerriero, avrei attraversato il bosco infestato, raggiunto il suo cuore, sconfitto Theratos.
Rituali a me ignoti, oggetti all'apparenza irrilevanti, fumo, odori acri e dolci si amalgamavano tra loro, silenzio, grida, ancora silenzio, luci e ombre oscure, strani gesti e parole brusite alle mie armi.
Tutto era pronto, i rituali erano stati completati.
Io e Aredhel c'incamminammo verso il bosco, ad ogni passo, l'ambiente che ci attorniava, diventava più lugubre, spettrale, odore di morte, putrefazione trasudavano dal terreno.
Il sole non filtrava attraverso quella singolare e invisibile barriera di malvagità, solo la luce dello scettro magico di Aredhel rischiarava il nostro cammino.
Fruscii, ombre, olezzi fetidi, d'improvviso uno stuolo di creature contorte, deformi, ci si presentò innanzi.
Al mio accenno di battaglia Aredhel mi arginò, pronunciò lemmi nella sua lingua natia, un vento gelido, acuminato, si levò.
Urla stridule, bagliori accecanti come saette, creature divelte stramazzavano ai miei piedi, altre le scorgevo volare via ghermite dagli impeti di vento. Poi il silenzio. Tutto tacque.
Non v'era più traccia alcuna di quegli esseri. Theratos sapeva.
Alcuni giorni più tardi, dopo una lunga marcia tra i pericoli, che si celavano dietro ogni arbusto, scorgemmo in lontananza una radura circolare, quasi non ne vedevo la fine, al centro di essa, una cavità nel terreno grande come un lago, da cui scaturivano esalazioni mefitiche, frastuoni metallici, olezzi asprigni, agri, aciduli.
Il cuore del bosco di Areldar, antro ed eremo di Theratos, era dinanzi a noi.
Il madore invase la mia fronte, incrociai il mio sguardo con Aredehl, mi rassicurò.
Cominciammo a discendere attraverso la cavità, fumo, bollore, morte.
Nel mio animo svanì la pace, la quiete, quell'equilibrio fisico e mentale che mi avvolgeva da quando ero ad Areldar per fare posto all'ira della battaglia contro gli scozzesi, ero nuovamente un efferato assassino senza scrupoli.
Raggiunto il fondo del baratro, creature simili a quelle guerreggiate nei boschi ci attaccarono da ogni lato, crollarono una dopo l'altra. Al culmine dello scontro udì un ansito profondo; da una grotta uscì il demone, scortato da nubi di fumo e lingue di fuoco, le poche creature rimaste si scostarono, Theratos era di fronte a noi. Un essere dalle fattezze bestiali: un composito di fuoco e fumo, la testa cornuta, il tronco umano, le gambe d'equino.
Aredhel pose con fermezza lo scettro che impugnava nel terreno che anticipava Theratos, il demone si bloccò, Aredhel proferiva frasi rituali, Theratos cercava di ferirla con la sua frusta ardente, che s'infrangeva contro una barriera eterea a protezione di Aredhel.
Lo scontro era cruento, cercavo in tutti i modi di trafiggere il demone, le ferite che gli causavo rigurgitavano lingue di fuoco e fumo, per poi risanarsi all'istante.
Aredhel cominciò ad arretrare, la sua vigoria si stava sciupando, i miei colpi erano inefficaci, tutto attorno il buio completo, sussulti tellurici dibattevano l'intero anfratto, cosa fare?
Aredhel si accasciò stremata, con l'ultimo sforzo mi scagliò lo scettro, per poi rimanere esanime.
D'istinto lanciai lo scettro contro Theratos colpendolo al petto.
Urla, grida, strepitii, collera, ira, odio.
La lacerazione provocategli si squarciò, una luce divampò. Afferrai Aredhel per un braccio, ma prima che riuscissi a trascinarla via, la luce c'investì con un'onda d'urto violentissima.
Al nostro risveglio eravamo accasciati in un vicolo, in un posto a noi ignoto. Theratos era scomparso, niente grotte, niente bosco, dove eravamo?
Ci alzammo, domandai informazioni alla prima delle miriadi di persone e creature che si aggiravano furtive in quel luogo. Rispose che ci trovavamo a Babilonia, Babilonia la bella, la lussuriosa, la santa, la corrotta, la luminosa e l'oscura
.. Questa è Babilonia, il nostro mondo, tutto quello che c'è stato dato, tutto quello in cui crediamo e in cui dobbiamo credere. Vedete stranieri i confini del creato, vedete i cancelli senza mura della città, vedete oltre, solo il nulla dello sconfinato deserto dello Shasbet, perché oltre Babilonia vi è solo il nulla, poiché in essa gli dei hanno riversato l'esistenza stessa, i loro peccati, le loro virtù, le loro gioie ed i loro tormenti; e noi ne adoriamo tutti i giorni l'immane possanza, perché solo questo c'è dato da fare. Vedete questa è Babilonia.
Ci disse che la torre della celestiale sapientia, che si staglia verso il cielo perdendosi fra le alte nuvole del pianeta Kronhos, che si trova al centro di Babilonia, è un portale con altri mondi, rapisce le genti più disparate dai continuum temporali, queste genti sono denominate viandanti, diventeranno babilonesi a tutti gli effetti, apportando alla città le loro conoscenze e la loro cultura. Nulla è scontato a Babilonia, il sorriso di un bimbo può spesso nascondere una buona lama avvelenata, non bisogna fidarsi nemmeno della tua ombra quando percorri le vie della grande città: potrebbe essere un demone travestito, malgrado tutto, Babilonia è un'amante libidinosa di cui non si può fare a meno, è una vergine vestale che ti inonda di cure, attenzioni; ma anche una madre snaturata che abbandona i propri figli in mezzo ad uno dei diecimila vicoli che si snodano sotto di essa.
Non sappiamo cosa sia accaduto, forse le arti magiche di Aredhel e Theratos intersecandosi con veemenza hanno spalancato il portale per Babilonia; oppure no! Era solo il nostro destino, cosa rimaneva di Theratos? Era sconfitto? Cosa importava ormai, tutto era un ricordo lontano, come una narrazione udita da qualche avventuriero che non t'appartiene; pochi ricordano la loro vita precedente all'arrivo a Babilonia, ma nessuno fatica ad adattarsi al mondo di Kronhos.
Altri erano i nostri pensieri, il primo di tutti era sopravvivere, in un luogo a noi sconosciuto, dove l'angosciante e sempiterna presenza degli opprimenti dei che dominano le forze elementali, naturali e astrali sono potenti e crudeli, per i mortali la sopravvivenza può essere solo un battito di ciglia per queste creature inumane. Inoltre l'ombra della guerra senza tempo grava sempre sulle genti, dato che nostro malgrado, ci troveremo coinvolti in una lotta millenaria per la supremazia della propria famiglia di Arcani, che viene assegnata ad ognuno, all'arrivo a Babilonia; un mondo corrotto, senza scrupoli, chiunque ci guardi avrà sempre una luce di disprezzo negli occhi, e un amico, non sarà mai tale se potrà intascare qualcosa vendendo la tua pelle.
La brama di potere guida le scelte di ogni babilonese, noi cercheremo di coesistere con tutto questo, non abbiamo alternative, oltre alla morte
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