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L’INCUBO : DRUGHTYIWSL
di Francesco Viola
Cosa fosse ancora non posso dirlo, in tutta franchezza, temo poche persone ne sarebbero capaci. Forse nel manicomio di San Lorentz, nella vecchia scozia abbarbicata tra la brughiera nebbiosa e dimenticata.
Semplicemente sospetto pochi siano sopravvissuti a certi incontri e nessuno tra questi conservi il lume.
Sono sicuro a salvarmi sia stato il non aver visto del tutto, aver solo immaginato l'inimmaginabile, creduto di percepire ciò che i sensi umani non avrebbero mai potuto percepire, sentire... ciò che non poteva essere.
Da quando nasciamo dal ventre gonfio e gravido di nostra madre, noi, o meglio ciò che crediamo di essere viene legato ad un corpo con due braccia e due gambe ed una testa, dentro da questo corpo pensiamo e viviamo ma non sempre è stato cosi, credo...
Si, credo, perchè i miei ricordi sono essi stessi vaghi e appannati, li sfuggo, non voglio rammentare perchè so che se mai dovessi farlo con chiarezza in quel momento sarei perduto per sempre: perciò inseguo l'oblio.
Ho iniziato con il vino e rapidamente sono passato al rum e ad altri superalcolici; sciaguratamente il mio fisico si adatta sempre più velocemente anche a questi ultimi e non oso provare droghe e sostanze chimiche temendo l'effetto che potrebbero avere sulla mia psiche.
Immagini sfuocate mi attraversano la mente, le voglio imprimere su carta prima che sia troppo tardi, magari qualcuno mi potrà salvare anche dopo che il tempo sia giunto... magari; mi illudo facilmente, fa parte della mia nuova personalità: sogno, sogno troppo.
Sogni subdoli che scivolano attorno a me e mi catturano senza che me ne accorga, trascinandomi in un mondo alieno, sconosciuto e da cui riesco a fuggire con difficoltà sempre maggiore, non fosse per l'alcool che sembra tenerlo più distante e fragile mi ci sarei gia perso dentro.
Non ho più una casa da lungo tempo, l'ho venduta per comprami il vino e il rum, inoltre non sopportavo il tetto e le quattro mura che mi tenevano prigioniero notte e giorno, la vendetti... l'anno scorso?
Non ricordo.
Forse si e' trattato di due anni fa o forse tre.
I soldi ad ogni modo sono finiti, l'alcool lo rubo di notte dai negozi chiusi o dai camion che trasportano le preziose bottiglie e che ormai riconosco fin troppo bene.
Per dormire mi raggomitolo sotto al lungo mare, tra gli scogli bianchi del golfo di Napoli dove il mare incontra la terra e si formano cavità buie in cui nessuno osa indagare, qui posso godere di quella solitudine che tanto voglio e allo stesso tempo sono in grado di procurami alcool e cibo se ne necessito.
E' avvenuto tutto qui, a Napoli.
Quale posto migliore per un tale Orrore? Certo ad un osservatore distratto può sembrare una città solare, piena di gente allegra e dal clima gradevole ma quanto è ingannevole l'apparenza.
Il Vesuvio opprimente e ingombrante sullo sfondo del cielo, ammorba di decadenza lo spirito come un virus purulento. La sua cima sfregiata e tagliata si erge a monito dei peccati della città e a ricordo della punizione che già le fu inflitta nel passato per tentare di redimerla, inutilmente, come fu per Sodoma e Gomorra.
Il clima tiepido e i sorrisi facili nascondono l'animo crudele degli abitanti all'osservatore superficiale od al turista distratto ma non lo stesso avvenne per me, scozzese purosangue e dall'inconfondibile senso pratico.
C'era qualcosa: nei passanti, nei negozianti, tra gli anziani mendicanti seduti ai margini delle strade a cui la camorra aveva mutilato mani e piedi affinchè potessero impietosire maggiormente, che mi lasciava perplesso e sospettoso.
Forse gli sguardi, il modo di camminare ed atteggiarsi, forse una percezione dell'anima, della malvagità.
In particolare vi era un uomo di colore che incontravo ogni mattina sulla linea due della metropolitana: pelle unta, capelli ricci da negroide e barba incolta, vagava di vagone in vagone chiedendo soldi alle persone; possedeva uno sguardo vacuo e assente, trascinava i piedi quasi fosse un cadavere tuttavia, a tratti, si illuminava improvvisamente di lampi di una chiarezza e di una malvagità innaturale e assolutamente spaventosa; duravano una frazione d'istante cosi che inizialmente sospettai fosse la mia immaginazione.
Eppure giorno dopo giorno lo continuavo ad osservare e in me cresceva una strana, irrazionale paura, che andava ingigantendosi di pari passo con la mia curiosità.
Non era il classico mendicante insistente, passava tendendo la mano, distratto, noncurante di tutto.
Già a quel tempo non ero certo una persona che si potesse definire ingenua o di spirito caritatevole, sebbene avessi i miei impulsi di generosità pari a quelli di egoismo, come tutte le persone normali.
Mi sarei più definito un freddo e cinico calcolatore naturalmente portato per l'asocialità.
In questo brodo di emozioni e brutture, mosso da una curiosità malsana che ora ho il dubbio fosse indotta in modo artificiale da terzi, decisi di seguire una sera il mendicante della metropolitana.
Niente di improvvisato, Napoli è una città pericolosa la notte al pari dei peggiori quartieri di Los Angeles o Londra, non un posto per turisti.
Mi ero organizzato.
Abiti scuri poco appariscenti, di quelli che si possono trovare nei mercatini rionali di Montecalvarlo, economici, nessun documento, pochissimi soldi, un robusto coltello lungo una spanna abbondante legato in cinta sotto ai vestiti, procurato in modo discreto nei classici “negozi” che si trovano lungo i marciapiedi della città.
Credo fosse tutto ciò che avevo.
Lo seguii sulla metropolitana deserta finchè non scese alla stazione di Gianturco, quindi si incamminò lungo un ampio viale immerso nel buio, i pochi lampioni erano stati rotti a sassate.
Suppongo il coltello stretto vicino mi infondesse una sicurezza che ora troverei irragionevole.
Lui era pochi metri davanti a me e doveva avermi notato nella desolazione che ci circondava, inoltre era piovuto di recente e gli stivali che indossavo rumoreggiavano ad ogni passo ma se cosi era non ne mostrava segno; si trascinava col solito incedere incerto lungo la strada buia, senza fretta, senza voltarsi. Qualche travestito ai margini delle ombre ogni tanto mi rivolgeva frasi ripugnanti offrendomi prestazioni sessuali, ma nessuno prestava attenzione al mendicante negroide che continuavo a seguire, quasi fosse invisibile.
Svicolò in un angolo della strada più buio degli altri e si infilò in uno stretto pertugio della grandezza di una persona accucciata, l’odore di escrementi, probabilmente umani era intenso.
Rimasi interdetto, indeciso.
Mi avvicinai e mi azzardai ad usare l’accendino per osservare meglio grazie alla tenue luce della fiamma: non era la tana del mendicante ma più una sorta di condotto ricoperto sulle quattro pareti da muschio e muffa.
Aspettai qualche minuto prima di decidermi a seguirlo, spinto non so da quale malsana curiosità. Mi muovevo a tentoni nel buio di quello che appariva un vero e proprio cunicolo, sommerso dal fetore di escrementi e carne in decomposizione. Proseguii probabilmente per qualche minuto, forse per ore, fino a che ad un certo istante sentii il cupo risucchio del mare, come di onde che si alzano e abbassano ritmicamente.
Allora iniziò anche a scorgersi un leggero bagliore che emanava dalle rocce, una tenue fosforescenza verde permetteva di distinguere gli ostacoli, smisi di dover tastare a mani nude la roccia umidiccia, ingombra di quelli che sembravano ora filamenti di alghe.
Infine mi fermai nascosto nell'ombra ad osservare: lo stretto passaggio si gettava improvvisamente in una grande grotta irregolare; l'acqua, presumo marina, occupava una metà del pavimento mentre l'altra era ingombra di alcuni massi dalla sommità piatta, perfettamente levigati, disposti secondo una bizzarra forma che solo al primo sguardo poteva apparire casuale.
Il mendicante era al centro della grotta, ne scorgevo unicamente la sagoma nera come contrasto alla strana fosforescenza, non potevo vederne i dettagli. Camminò fino a che non ebbe le caviglie immerse dall'acqua, si piegò e sollevò esultante quella che sembrò un'anguilla, poi, senza ucciderla, iniziò ad ingoiarla boccone dopo boccone, senza masticare, facendola scorrere lungo l'esofago che nel mentre si gonfiava e pulsava.
Prima la testa, poi, pian piano, centimetro dopo centimetro, tutto il corpo viscido dell’animale, che sino alla fine continuò a dimenare la coda e la parte del corpo che ancora potevo intravedere.
Continuò il pasto, se così possiamo chiamarlo, con piccoli pesci che catturava sempre a mani nude e che si gettava in bocca e afferrava con i denti al volo, con rumore di ossa rotte mentre li masticava.
Quindi da sotto il pelo dell’acqua prese dei vasi di vetro, piuttosto grandi, li sollevò con fatica ma estrema attenzione, posizionò ciascuno di essi sopra uno dei massi piatti: i vasi contenevano degli animali che assomigliavano a piovre, si contorcevano lentamente rinchiuse nella prigione trasparente, sbattendo cocciutamente con il corpo sulla parete vetrosa, eccitati da qualcosa.
Il mendicante si mise al centro dello strano disegno. Suoni che mai avevo udito e che una bocca umana non dovrebbe essere in grado di produrre, intonarono un canto stridente e untuoso che mi sciovolava dentro come olio rendendomi difficile respirare.
Suoni orribili alle mie orecchie ma che mi stregavano e obbligavano a rimanere immobile, paralizzato; vidi che la metà della grotta coperta dalle acque aveva iniziato a ribollire in tre, quattro punti diversi e ben definiti ed al centro in modo più marcato; potevo sentire una puzza acre, di marcio, invadere la cavità e penetrarmi nei polmoni.
Poi vidi ciò che mi sconvolse e che continua ad affacciarsi nella mia mente senza sosta.
Emerse dall'acqua nella sua enormità, prima otto lunghi tentacoli ricoperti da ventose rosastre, vicino alle ventose degli uncini penzolanti lunghi come una mano. Poi emerse anche un corpo cilindrico dal colore viola e rosa, semitrasparente, sormontato da due enormi e vacui occhi neri ampi quanto un piatto e dalla luce umana.
Strani suoni acuti, di cui forse ne percepivo solo la minima parte con orecchie umane, uscivano da un corto e spesso becco d'uccello.
Sentii qualcosa penetrarmi nella mente, qualcosa di alieno, di invadente e prepotente; mi passarono davanti in un attimo immagini spaventose di epoche ben antecedenti alla comparsa dell'uomo, quando il mare era composto di metano ed azoto e la terra viveva la sua giovinezza.
Dalla roccia straziata da fontane di fuoco si alzavano alte torri monolitiche di basalto nero, prive di finestre, cilindri solitari lisci e perfetti. Ai loro piedi la lava scorreva senza provocare danni in larghi e fluidi fiumi arancioni, sulla sommità delle torri andavano e venivano assurdi esseri volanti che fluttuavano nella densa atmosfera: simili a meduse violacee eppur differenti si gonfiavano e sgonfiavano ritmicamente spingendosi su vele organiche, salendo e scendendo in lente spirali asimmetriche.
I vulcani eruttavano assieme alla roccia fusa gas di zolfo e azoto, le Creature se ne compiacevano facendosi cullare dalle esalazioni, felici dell'Eden.
E tra loro mi furono chiare le immagini di Uno di loro davanti al quale ogni Creatura cadeva in adorazione.
L'Uno alzava monti e plasmava le roccie in grotteschi e colossali monumenti alla follia, obelischi di nerissima pietra grezza alti fino al cielo ed oltre a sfidare le più elementari leggi della fisica.
Poi le immagini cambiarono spostandosi attraverso le ere: vidi distese di ghiaccio e neve e Sofferenza, le Creature scendere nei mari più profondi guidati dall'Uno per trovare calore e riparo, mutare e perdere la capacità di volare, rintanarsi in letargo sotto il fango oleoso degli abissi oceanici.
Molti non si risvegliarono mai più, ma alcuni, solitari e stanchi, li vidi riemergere dalle acque profonde e costruire con la forza del pensiero immense piramidi sulla terra che si affacciava al mare e qui vivere come dei.
Vidi decine di uomini e donne squartati come agnelli da sacerdoti deformi sulla sommità di incredibili ziqqurat a gradoni, il loro sangue gettato in mare, ne percepii il dolce sapore mentre... lo leccavo?
E tutto attorno continuavano a vorticare multicolori immagini e sensazioni aliene, Piacere, Soddisfazione.
Osservavo attraverso occhi che non erano umani, percepivo attraverso sensi che non dovrebbero esistere e assorbivo memorie più antiche della stessa razza umana.
Poi un urlo di invidia ruppe l'incantesimo in cui ero caduto.
Il grido del mendicante rabbioso, le sue mani protese artigliavano l'aria nella mia direzione geloso per l'attenzione che quella creatura d'incubo dal centro della caverna mi rivolgeva.
Fu solo una scintilla nella mia mente, lontana, come un bagliore in fondo ad una galleria, ma tanto bastò per risvegliarmi dal torpore e comandare alle mie gambe di correre, e alla mia bocca di urlare e... non ricordo molto altro. L'unica cosa di cui sono certo è che quando mi addormento, Esso viene a trovarmi in sogno e tenta di stregarmi nuovamente, di trascinarmi verso di lui.
Sogni così orribili che ho paura di addormentarmi e non potendo non dormire per sempre, mi azzardo a coricarmi solo saturo di alcool: annebbia i pensieri e allontana i sogni, per questo sospetto di essere ancora... un uomo.
Sento che sto cambiando, non sono quello di un tempo, mi piace il pesce crudo, anzi, non riesco a mangiare altro e sotto le ascelle hanno iniziato a comparirmi strani nei dal colore rosa scuro, spessi e mollicci come le ventose di una piovra.
Le punte delle mie dita si sono allungate a dismisura, l'osso si è ritratto ed è diventato più una flessibile cartilagine; anche ora faccio così fatica a stringere... avvolgere, saldamente la penna e non riesco più a maneggiare piccoli oggetti con scioltezza, il labbro si sta indurendo come il becco di un uccello, le pupille si sono allargate e fatico a scorgere il bianco nei miei occhi; spero di avere la forza di uccidermi, o che qualcuno lo faccia al posto mio dopo aver letto queste pagine.
Questa città ha già abbastanza mostri, anche senza di me.
FRANCESCO VIOLA |