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IL GUERRIERO CREMISI
di Alessia Savi
Era giunto una sera d’inverno, una di quelle notti in cui il sole era già tramontato ancora prima di poter raggiungere lo zenit, al nostro piccolo villaggio di contadini. Cosa c’era, per lui, in quel desolato paesino posto in un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini?
Non lo compresi mai, e ancora adesso, fatico a comprendere il vero motivo per il quale è giunto a noi.
Quella notte, ero affaccendata alla locanda, intenta ad ascoltare le vecchie storie di lupi e demoni che circolavano davanti ai caldi focolari delle taverne, come leggere fiammelle di vita e di storia che si rincorrevano. Le luci, a quell’ora, erano già tutte spente da un pezzo, e le strade erano deserte e prive di qualsiasi illuminazione, se non quella siderale degli astri invernali.
Io ero lì, ad udire le strampalate storie dei vecchi del villaggio. Fu in quel momento, che la porta si spalancò facendo entrare una folata di vento gelido all’interno del piccolo edificio, che accompagnava l’imponente figura di quell’uomo drappeggiato di scarlatto.
Lo guardammo stupiti, io dall’altra parte del bancone e i pochi avventori dal basso delle loro sedie di legno e dei boccali di birra.
Si scrollò di dosso il freddo, e qualcosa che dapprima non distinsi tra le pieghe della sua lunga tunica, ma che solo successivamente, compresi essere sangue. I suoi capelli erano imperlati di gocce purpuree, ed il suo viso, a differenza di tutto il resto, era pulito, sereno.
Lo fissammo tutti con la stessa curiosità tipica di chi, d’inverno, è abituato a vedere solo le stesse facce, che vedrà ogni inverno di tutta la sua vita, sino alla morte.
Almeno, tutti quelli che non riuscivano ad andarsene da un posto simile.
E, a quel che potevo saperne io, nessuno ne aveva mai avuto il coraggio.
Mi feci coraggio, e sfoderai uno dei miei sorrisi migliori al nuovo venuto, ed un piccolo inchino.
“Guerriero, cosa vi porta qui, in una serata simile? Possiamo offrirvi un pasto caldo ed un bagno, se volete. Ed un luogo ove passare la notte…a giudicare da ciò che indossate, non pensavate certo di trovarvi al centro della tormenta di questa sera…prego, accomodatevi.”
Gli indicai un tavolo vuoto accanto al fuoco, ed il giovane si diresse verso di esso, togliendosi faticosamente l’armatura e posando a terra una pesante spada. Fissava il fuoco, come se questo lo ipnotizzasse.
“Scusate…ecco a voi il vostro pasto. Signore, gli avventori sono curiosi…cosa vi conduce qui, se è possibile chiederlo?”
Mi scoccò una gelida occhiata, così tagliente che quasi vidi la mia anima aprirsi in due parti, e a stento riuscii a deglutire e mantenere l’equilibrio. I suoi occhi! Non avevo mai visto occhi simili, ardenti come fiamme!
”Essi non dormono mai, ragazzina…mentre voi siete qui a cianciare di leggende…le vostre leggende, vagano indisturbate. Qualcuno deve farlo, questo lavoro sporco, sai?”
Lo fissai allibita, mentre la sua voce profonda mi raggiungeva come se provenisse da una caverna sotterranea.
“Io…credo di non comprendere, signore. Mi dispiace.”
“Cosa posso mai pretendere, da una ragazzina che vive in un posto simile? Dopotutto, ho appagato la tua curiosità impertinente…vattene…”
Lo fissai con uno sguardo triste, e chinando il capo in cenno di saluto, mi ritirai a dormire nella mia umile stanza, al di là della cucina maleodorante.
La tempesta infuriava fuori dalla locanda, e mi ero rannicchiata in un angolo remoto del mio letto, cercando di ricacciare indietro tutte quelle leggende che la notte, popolavano i miei incubi. D’improvviso, sentii un violento battere d’ali provenire dal cortiletto interno, dove di solito mettevamo i panni a stendere nelle giornate di sole. Ma quello, non era il rumore delle lenzuola sferzate dal vento, era qualcosa di sinistro, di terribilmente sinistro.
Mi feci coraggio, prendendo un piccolo attizzatoio dal camino cosparso di piccole braci dorate, ed uscii dalla stanza, trascinandomi dietro la porta della cucina che portava al cortile.
Ciò che vidi, non posso descriverlo.
Un enorme essere, dalla carnagione brunita, mi fissava con occhi dello stesso colore della tormenta, mentre tra le fauci stringeva un piccolo corpo senza vita, probabilmente di un bambino. Urlai, e in quel momento non seppi che fare, se non, brancolare nel buio con gli occhi serrati dalla paura menando colpi con l’attizzatoio che fendevano solo aria. D’improvviso, una mano mi sollevo da terra, e seppi che era la fine.
Poi, udii un grido simile al latrato di un cane, e vidi la mia tunica bianca macchiata da striature vermiglie, che parevano serpenti vivi.
Mi ritrovai tra le braccia del guerriero, e lo fissai, scoppiando in singulti violenti.
“Da quando dai la caccia alle tue leggende, ragazzina?”
”Non do la caccia a nessuna leggenda, guerriero. Piuttosto, cos’era quell’essere?”
”Una delle tue stupide leggende…ma hai avuto coraggio, cosa ti ha spinta qui fuori?”
”Ho udito un batter d’ali, e ho avuto paura…ma non ho potuto fare a meno di uscire a vedere cosa fosse.”
Lo guardai in viso, e solo allora vidi le lunghe striature di sangue che gli imperlavano il volto abbronzato, simili a lacrime di sangue.
“Signore, siete ferito! Guardate il vostro volto…”
Mi portai le mani alla bocca per impedirmi di urlare, quando compresi che quelle, erano realmente lacrime, e che il suo volto era solcato da un sogghigno agghiacciante.
“Voi…voi…cosa siete? I vostri occhi piangono sangue!”
“Tu non puoi sapere…io combatto contro ciò che la vostra stessa fantasia crea. Io combatto il male, combatto l’oscurità…ormai sono l’unico, che vaga da queste parti.”
Scossi il capo, incapace ancora una volta di comprendere quelle sue parole enigmatiche. Mi posò a terra delicatamente, e mi ritirai nuovamente a dormire, ma troppi pensieri mi affollavano la mente, e non riuscii a chiudere occhio se non quando ormai il sole stava sorgendo.
Passarono molti mesi, da quando quello strano guerriero era giunto nel nostro paese. Ormai, alle porte vi era la primavera, pronta a riportare la terra all’antico splendore. Nessuno, in quei mesi, aveva conosciuto il nome dello straniero, né lo scopo che l’aveva condotto a noi in quella gelida serata invernale. Era divenuto vittima, se così possiamo dire, delle dicerie più strane, sino a sfiorare la leggenda.
Io ero l’unica che poteva avvicinarlo senza essere cacciata in malo modo. Avevo visto altri demoni, altre creature partorite da fervide menti umane solcare il suolo innevato del nostro paese.
Io, li sentivo.
Udivo le loro risa nella notte, udivo i loro ululati, le loro presenze avvicinarsi. Forse, la presenza di quel giovane dai capelli bruni aveva risvegliato in me qualcosa che non conoscevo. Fu così, che iniziammo a parlare, a comprenderci l’un l’altra.
E fu così, che egli mi insegnò l’arte della spada.
Io, che da sempre avevo un arco ed una faretra dietro la schiena, iniziai ad esercitarmi con lui, imparando cosa significa la parola “battaglia”.
Mi ero accorta, che i suoi occhi piangevano lacrime purpuree solo in presenza di demoni, che senza il mio intuito, andava alla cieca, nella loro ricerca. Ma io, li potevo vedere a chilometri di distanza.
In un giorno di sole, mentre stendevo il bucato nel cortiletto interno della locanda, ove vidi il mio primo demone, il guerriero scarlatto si presentò con la sua andatura decisa, restandomi alle spalle. Mi voltai verso di lui, mentre una folata di vento aveva sollevato le lenzuola candide nascondendolo alla mia vista.
“Ragazzina, questa notte me ne andrò da qui. Devo trovare altri demoni, altri esseri maledetti da cacciare nuovamente ove sono nati. Sono venuto a darti il mio addio.”
Non compresi subito cosa stesse succedendo, e mi accorsi di piangere solo quando lui si avvicinò a me, asciugandomi con la grande mano callosa, il viso.
“Perché piangi, ragazzina?”
Scossi il capo, abbassando il viso.
“Non lo so…ma io voglio venire con voi! Posso aiutarvi, vi prego…”
”Non posso. Tu non sei come me…da quanti anni, da quanto tempo le mie lacrime non sono più così cristalline? Me lo chiedo, e non trovo risposta. Ciò che mi spinge a vivere, e a morire, sono l’odio, l’ira, la vendetta…tu non sei adatta a fare ciò che faccio io, ragazzina…”
”Non mi interessa! Io li sento, li vedo! Come posso starmene qui, sapendo che potrebbero arrivare da un momento all’altro?”
Mi scrutò attentamente, poi sospirò.
“Il mio arrivo qui, ha risvegliato in te doti che non avrei creduto possibile trovare in una ragazzina…e sia, se vuoi morire, seguimi.”
Mi lasciò nuovamente sola con le mie lacrime, le mie domande, i miei dubbi.
Sola, sino al tramonto.
Avevo deciso, che la morte sarebbe stata mia compagna, sino alla fine dei miei giorni.
Vagammo a lungo, per luoghi inimmaginabili.
Ero riuscita a fuggire da quel paese che sembrava una lurida prigione, eppure, la mia nuova vita era costruita sulla battaglia, e sulla morte. Ricordo ancora il giorno in cui quel guerriero che avevo iniziato a chiamare “maestro”, vide delle margherite crescere su di un arido terreno roccioso.
“Sai, sei come questi fiori…eri semplice, pura…come ora. Sei cresciuta in un campo arido, ed ora, vivi, in un ambiente altrettanto difficile. Sopravviverai?”
Lo fissai, incredula. Avevo i capelli raccolti in una lunga treccia color fiamma, dello stesso colore dei suoi occhi ardenti.
Non seppi cosa rispondere, e proseguii a raccogliere quegli splendidi fiori, sorridendogli e dicendogli solamente alcune parole che non valsero nulla.
“Sono margherite, maestro…”
Erano passati gli anni, ed ormai, avevo compreso sin troppo bene cosa e chi dovevamo uccidere. Le mie lacrime, iniziarono a tingersi di scarlatto da un paio di mesi, e la mia furia in battaglia era distruttiva. Quasi superiore a quella del maestro.
E quella notte tranquilla, mentre riposavo sotto le stelle, udii una voce. Dapprima soffusa, poi sempre più forte, sino a farmi svegliare.
Non era un sogno, era reale.
Dinnanzi a noi, stava una figura dalle enormi ali bianche, dai capelli di fiamma e dalla pelle color avorio. La sua voce era soave, e tutt’attorno a lui si irradiava una luce color del grano. Tra le mani, impugnava una spada fiammeggiante, ed i suoi occhi erano color del ghiaccio, freddi e spettrali se confrontati con il calore emanato dal resto della sua figura.
“E’ giunto il momento, Damocles. Ora, il tuo posto è altrove, non qui, su questa terra…tu sai, cosa si avvicina…tu sai, a cosa andremo incontro…”
Il maestro lo fissava, il volto sereno, sicuro di sé. Fece un leggero cenno con il capo, e si voltò a guardarmi per un breve istante, prima di tornare a contemplare quell’angelica visione.
“Si, lo comprendo. Questa ragazzina, ha compreso…percepisce le loro presenze…ella, mi sostituirà…può farlo.”
”E sia, Damocles. Tu hai deciso. E noi, abbiamo compreso che il momento è giunto. Lascia questi luoghi, e seguimi.”
Fuse l’aria dietro di sé con la spada di fiamma, e un immenso squarcio si aprì nella realtà. Al di là di esso, non vidi nulla se non un accecante luce. Il maestro si era portato al fianco del cherubino, e mi dava le spalle, procedendo verso quel misterioso portale.
Le parole non mi uscivano di bocca, ero come paralizzata.
In un ultimo, disperato tentativo, corsi dietro di lui, e gli cinsi il petto con un abbraccio.
“Maestro, non potete abbandonarmi!”
Si voltò, carezzandomi la nuca con la grande mano bruna, la carezza di un fratello maggiore.
“Non fare la bambina…sei ciò che sono io, ora…da tempo, il mio compito è concluso. A te, ho affidato la caccia ai nostri nemici. Tu sei completa, molto più di quanto non lo sia mai stato io, ragazzina…sei stata la mia allieva. Le tue notti, le tue giornate, saranno intrise di sangue, lacrime ed ira. Ma tu, sei una Vendicatrice, ora. Sei una di noi…giungerà il tempo, in cui forse ci incontreremo di nuovo. Ma ora, un nuovo compito mi è stato affidato. So che ci rivedremo presto, ragazzina…perché maestro e allievo vivono in eterno insieme.
Anche se divisi.”
Si staccò dolcemente da me, allontanandosi all’interno del portale…Damocles.
In quel momento, gridai un’unica frase.
“Maestro, il mio nome è Margherita, se lo ricordi!”
In quegli anni, mai seppe il mio nome. Ed io, mai seppi il suo, sino a quel momento.
Quella frase, sembrò arrestarlo.
Si voltò, sorridendomi ancora un istante. Aveva un sorriso felice, che mai gli avevo visto dipinto sul volto.
“Come quei fiori puri, ragazzina…allora, ci rivedremo per certo. Ti tingerai di vermiglio sangue…ma mai, potrai cadere, Margherita.”
Scomparve in quella nube dorata, seguito da quell’angelo dalle ali candide come la neve.
Restai a scrutare quel punto ancora a lungo, poi, raccolsi le mie poche cose e partii per la mia strada.
Ero sola…sola, con un maestro che era già diventato una leggenda.
Ma non era una leggenda di quelle a cui si da la caccia, era una di quelle leggende che spronano ad essere forti e coraggiosi.
Io ora, ero come lui.
La guerriera che piangeva lacrime di sangue.
Che uccideva i demoni. Sino a divenire, pura e semplice follia imprigionata in un effimero corpo di donna. |