LA FORESTA FOSSILE
di Nicolò Lucchetti

 

 

 


Mi chiamo Girolamo Giuliani e faccio lo scrittore di professione. Per scrivere il mio ultimo libro e cercare con calma nuove idee mi sono ritirato in un piccolo paese dell’Umbria, Dunarobba. Ho preso in affitto un piccolo appartamento in via del Sottomuro, giusto due stanze per le mie necessità, iniziando a buttare giù qualche idea e facendo lunghe passeggiate sulle colline attorno. La prima settimana era trascorsa nella tranquillità e nella routine quotidiana ed ero incosciente dell’orrore a cui stavo per andare incontro. Una settimana fa, il 5 luglio, nella piazza del paese, piazza santa Vittoria, intravidi una figura familiare a cui però non seppi attribuire un nome. Nella piazza c’erano solo un paio di persone e, quando i nostri occhi s’incrociarono, ci riconoscemmo: era Marco, il mio vecchio coinquilino, avevamo condiviso la stessa casa per due anni a Milano, quasi 25 anni fa. Marco mi raccontò che si trovava a Dunarobba per motivi di lavoro per conto di un’azienda di scavi che evito di citare. A quanto mi disse la sua azienda doveva fare dei rilievi del terreno con un geologo della sovrintendenza per avviare dei lavori di estrazione di argilla nella zona della Foresta Fossile. Nelle vicinanze del paese sorge, infatti, questa singolare foresta composta da enormi tronchi di alberi cresciuti sulle colline tra i due e tre milioni di anni fa. Alla fine degli anni ‘80 gli scavi erano stati interrotti in seguito alla scoperta della Foresta Fossile. Per abbattere le resistenze della pro-loco, l’azienda aveva contattato Marco che doveva fare da pr e controllare il lavoro con il geologo che sarebbe arrivato il giorno dopo. Ci salutammo con la promessa di rivederci il giorno successivo per pranzo, occasione in cui avrei incontrato anche il geologo di Roma che doveva redigere il rapporto per la Soprintendenza Archeologica dell’Umbria. Per me si trattava di uno svago e forse mi avrebbe stimolato a trovare nuove idee. Ero all’oscuro degli orrori in cui mi avrebbe coinvolto quel pranzo all’aria aperta.
Il giorno dopo m’incontrai con Marco e il geologo, Leonardo Portolani. Ci mettemmo in cammino verso quello che era il vecchio ingresso per la cava di argilla. Giunti all’ingresso della vecchia miniera, Leonardo ci disse che avremmo dovuto camminare per un’ora abbondante sino ad arrivare ad una grande sala sotterranea, da lì avremmo poi dovuto spostarci verso est dove si apriva un vecchio tunnel chiuso. Giungemmo così ad un ampio slargo da cui si dipartivano decine di corridoi di varie dimensioni. Facemmo qui una breve sosta. Leonardo, indicando uno dei cunicoli più piccoli sulla destra della grotta, ci disse che era da quel punto che sarebbe partita la nostra esplorazione. Sino a quel momento il sentiero principale permetteva di procedere senza incontrare ostacoli, ma da lì il sentiero, chiamato dalla mappa “S 2.3”, si faceva più stretto e buio. Ci mettemmo in cammino verso le due del pomeriggio per fare tutti i rilievi. Dopo una mezz’ora di cammino accidentato arrivammo in una stanza di medie dimensioni e Leonardo iniziò a prelevare dei campioni e a controllare lo stato della caverna; dopo aver iniziati a fare i primi rilievi si soffermò a lungo a controllare una porzione di parete; venne poi da noi a riferirci una strana scoperta: una porzione di parete della caverna era fatta di un materiale diverso, era sempre argilla ma più dura e compatta. Incuriosito da quella scoperta decise di continuare a fare altri sopraluoghi. Il geologo, raccolti tutti i campioni, ci diede appuntamento per il giorno dopo. Marco sembrava un po’ scocciato da tutta quella perdita di tempo e mi salutò di malumore.
Il giorno dopo mi diressi verso la biblioteca locale per trovare altre informazioni su quella foresta di cui avevo sentito parlare che si estendeva sopra la vecchia cava. Lessi un paio di testi, uno di botanica ed uno di storia che trattavano della Foresta Fossile. Venni a sapere così che la Foresta era stata oggetto di attenzioni già nel 1600 quando il territorio di Dunarobba era sotto il controllo del principe Federico Cesi. La foresta durante il Pliocene era composta da grandi conifere che superavano i 30 metri di altezza e che circondavano l’antico lago Tiberino. Le piante, secondo gli studiosi di paleobotanica, non era “morta”, ma, per l’improvvisa disidratazione del legno dovuto al raffreddamento globale del clima che aveva portato ad un abbassamento del livello marino e a un innalzamento del territorio, si era mummificata. La foresta era giunta al centro dell’attenzione pubblica con l’apertura della vecchia cava di argilla nel 1970. Cava chiusa nel 1988, per preservare la foresta.
Ciò che narrerò da qui in seguito deve servire come testimonianza e monito: la cava deve restare chiusa! Ciò che la terra nasconde è quanto di più orrendo possa esistere, racchiude una parte dell’essere umano e dell’umanità che deve essere lasciata chiusa nel cuore della terra!
Riponendo i libri non potei fare a meno di notare un libretto di poche pagine: “Gli altrenti, i primi abitanti della Foresta Fossile di Dunarobba”. Secondo l’autore la Foresta Fossile avrebbe alle spalle una storia antica, fatta di massacri e di riti violenti portati avanti una popolazione locale del periodo Pliocenico. Il libro narra di come questo gruppo di umanoidi (chiamati dall’autore “Altrenti”), non originari della terra che avrebbero abitato le colline di Dunarobba vivendo di caccia nella foresta e di pesca nel lago. Per quanto le loro abitudini di vita fossero simili alle nostre, questa gente non aveva alcun bisogno della luce del sole e che anzi nascevano cechi acquistando la vista solo dopo molti anni. Gli altrenti seguivano una religione oscura portata sulla terra dalla loro città d’origine, un credo basato su orrendi sacrifici di grossi animali e di altri altrenti per calmare Sharzath, una divinità capricciosa e violenta che aveva la capacità di controllare la mente delle persone per portare scompiglio e morte tra coloro che non lo adoravano. Gli altrenti avevano sviluppato un buon livello di conoscenze ingegneristiche e costruivano usando la terra impastata con la loro saliva creando così un composto duro e resistente: con questo avevano costruito un’intera città sotto la Foresta Fossile. I due poteri, politico e religioso, cercavano di bilanciarsi ma nella realtà il re era in continua lotta per il potere con un patriarca che si occupava di officiare i riti per Sharzath. La casta chiusa ed ereditaria dei sacerdoti, guidata da un patriarca eletto, era l’unico gruppo tra la popolazione altrenta da cui non venivano prelevate vittime sacrificali. Gli alteri non avevano due sessi, erano “neutri” e, eccezion fatta per i sacerdoti che abitavano in un edificio a parte con il patriarca, e il re che viveva in un’abitazione privata, dividevano tutti i medesimi spazi vivendo in piccole case comuni. La società altrentiana si sviluppò sotto terra per essere meglio protetta dai pericoli esterni e dalla luce solare: quando un altrento diventava vecchio infatti la sua pelle non poteva più sopportare la luce solare. Gli altrenti si estinsero in seguito ad una guerra civile scoppiata tra il re Arrath e il patriarca Kargath. Sembra che davanti ad una richiesta di sacrificio fatta dal patriarca al re, questo si fosse rifiutato, e che la diatriba avesse portato ad accuse verbali che nel giro di poco si trasformarono in una vera e propria guerra civile, vinta dalla casta sacerdotale. Tra i sopravvissuti però solo pochissimi non erano sacerdoti. Dopo poco tempo Kargath, legato alle tradizioni e senza vittime da sacrificare, scatenò l’ira di Sharzath che s’impossessò del corpo del patriarca sterminando in una notte di sangue la casta sacerdotale infedele. Anche Kargath morì alla fine della strage, ma fu solo il corpo a essere distrutto, lasciando la mente immortale del sacerdote a vagare eternamente per la città fantasma. Secondo l’autore del libro, lo spirito dell’ultimo patriarca vive ancora nell’antica città alteriana cercando vittime da sacrificare per un dio che ormai lo ha dimenticato. Avesse voluto il cielo che mi fossi fidato dell’autore del libro e fossi rimasto lontano dalla foresta! La sera misi al corrente i miei compagni di quello che avevo scoperto, ma nessuno dei due mi diede molta retta. Leonardo aggiunse che non era riuscito a classificare l’argilla dura che aveva trovato, era solo arrivato a capire che questa si trovava concentrata in un punto e che era mischiata con l’argilla normale. Dalle parole di Leonardo capimmo che aveva tutta l’intenzione di andare a fondo della faccenda.
Partimmo la mattina dopo di buon ora e giungemmo nella vecchia stanza dove avevamo trovato l’argilla inclassificabile. Iniziammo lì gli scavi. Ci aprimmo un varco nell’argilla mista: anche se questa era più compatta dell’argilla normale non oppose molta resistenza ai colpi del piccone. Dopo circa quattrocento metri di cammino, seguendo la strada aperta da Leonardo, la parete davanti a noi cedette mostrandoci una grande stanza pressoché vuota. Tutta la grotta era una sorta di grande caverna artificiale a volta retta da grandi colonne; sulla parete opposta a noi si apriva l’unica via di uscita dalla grotta a volta, un ampio cunicolo alto circa due metri e largo tre.
Senza parlare proseguimmo nel cunicolo ed io non potei non pensare al libro che avevo letto nella biblioteca e alla civiltà degli altrenti: forse in quel momento ero ancora in tempo per scappare da quel luogo maledetto e forse avrei anche potuto salvare Marco e Leonardo, ma non ebbi abbastanza forza d’animo e proseguì quella maledetta esplorazione. Posso quasi affermare di aver scelto consapevolmente di accompagnare i miei due compagni verso la morte! Dopo un lungo tratto in discesa le nostre torce illuminarono un’ampia grotta. La paura qui attanagliò il mio stomaco: ci trovavamo davanti una piccola città fatta di capanne e costruzioni di argilla molto dura e compatta a forma di cupola. Ma ciò che trovammo all’interno delle abitazioni mi spaventò ancora di più e diede una forma tangibile alle ombre delle mie paure: tutte le case erano piene di scheletri! L’unica netta differenza tra uno scheletro di homo sapiens e quello che avevamo davanti era una piccola escrescenza sulla spalla e sul gomito, come se ci fosse stata attaccata un’altra appendice andata distrutta dal tempo. La caverna si rivelò però meno grande di quanto non ci sembrò all’inizio. Leonardo, emozionato dalla nuova scoperta, volle continuare l’esplorazione. Io, dal canto mio avevo già visto abbastanza, e ne ero rimasto terrorizzato, tutto quello che aveva davanti era la conferma a quanto aveva letto nella biblioteca: quella in cui ci trovavamo era la scomparsa città della civiltà altrenta! I miei due compagni sparirono nel buio della grotta e quella fu l’ultima volta che li vidi. Mi misi a sedere in un angolo della grotta vicino all’uscita. Guardandomi attorno non riuscì a trovare nessuna spiegazione alternativa a quella della leggenda altrenta. Dopo circa venti minuti di attesa mi alzai. La scena spettrale in cui mi aggiravo era grottesca e spaventosa: decine di casupole mi circondavano osservandomi minacciose dalle loro finestre. Nel silenzio totale che mi circondava non ebbi nemmeno il coraggio di chiamare il nome dei miei amici, anche perché ero convinto che in quelle caverne non mi avrebbero mai sentito. Nella costruzione delle cupole notai una certa razionalità: per quanto fossero state costruite vicine e senza un ordine, erano posizionate in modo da lasciare una porzione di terreno libero su un lato della grotta, doveva essere una sorta di piazza comune per la vita sociale del paese. La parete a ridosso della piazza era stata “decorata” con un singolare bassorilievo: mostrava una scena di vita comunitaria che sulle prime ebbi difficoltà a comprendere ma quando finalmente riuscì a illuminare la scena nella sua completezza ebbi un moto di profonda paura. Da quel momento non conservo ricordi lucidi e devo cercare di scegliere con attenzione le parole senza farmi prendere dal panico: il bassorilievo, di fattura primitiva ed approssimativa, mostrava una lunga fila di umanoidi altrenti in processione verso un altare dove si trovava una figura vestita riccamente, il patriarca o un sacerdote pensai, con in mano un lungo coltello, e coricato sull’altare un secondo altrento legato. Qualche centimetro sopra la testa del prelato era scolpita una singolare figura umanoide vestita con una lunga veste che ne ricopriva interamente la figura, il viso di questa figura era andato distrutto probabilmente dal tempo: alla sua destra e alla sua sinistra era scolpita una grottesca selva di bocche spalancate nella quale erano ammucchiate numerose membra umane (o meglio altrente). Dopo aver proiettato il fascio di luce sulla figura senza faccia sentì una sibilo nella mia mente che assunse poco per volta un suono preciso: Sharzath! Da quel momento davanti a me ho solo flash continui fatti da immagini confuse: urla, desiderio di sangue, sguardi terrorizzati e violenza. Sentì la mia mente annebbiarsi davanti a un desiderio selvaggio e primordiale di supremazia animale, le mie mani cercarono istintivamente un arma trovando pronto il piccone. Nello stringere l’arma la mia brama si placò per un attimo ma solo per rinascere dopo pochi secondi rafforzata dall’idea di possedere uno strumento che poteva aiutarmi ad uccidere e a portare sofferenza ad un’altra persona. Partì in una corsa ceca per dare la caccia ai miei due compagni che ora erano solo le mie prede inconsapevoli del rischio e della belva che si era messa sulle loro tracce.
Ripresi coscienza e il controllo di me solo molto tempo dopo; mi risvegliai nella grotta con il bassorilievo, ero molto stanco e con la barba di un paio di giorni. Preso dalla paura e dalla lontana consapevolezza di ciò che aveva fatto mi alzai ed uscì dalla grotta. Mi diressi verso di casa sfruttando il buio della sera.
Non sono cosciente o responsabile di quello che ho fatto e ignoro quello che sia capitato nella caverna, prego solo tutta la popolazione umana di lasciare perdere la Foresta Fossile e di lasciarla nel suo sonno millenario: le caverne sotto la foresta conservano mostri e realtà che terrorizzerebbero lo stesso Poe e che devono restare nascoste e lontane dallo sguardo degli esseri umani. Chi siamo noi per disturbare e svelare orrori e veleni più antichi dell’uomo?

NICOLO’ LUCCHETTI

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