Esiliato
di Perseo

 

 

 

"Sei stato bravo, sposo della foresta,il tuo occhio ha scorto ogni traccia,
il tuo arco ha abbattuto in silenzio ogni ostacolo,hai ben guidato gli
uomini nella caccia tanto che nessuna delle bestie che camminano ha potuto
salvarsi. Hai la nostra ammirazione e gratitudine, eppure tutto quel che hai
chiesto in cambio è stato quel sasso.."

La Volva anziana aveva le trecce avvolte in nove giri come voleva il suo
rango, i capelli erano bianchi, il volto rugoso coperto di sottili tatuaggi.
Si trovavano in una tenda rotonda di pelle pesante, fuori fischiava un vento
freddo, l'autunno era gelido li al confine tra l'Impero e Kislev.

"Questo sasso che ho strappato dalle mani di una di quelle bestie l'ho visto
in un sogno, come anche l'emblema della cicogna sulle vostre tende. Non sono
venuto per caso, donna dei sogni, vi ho cercato per mesi."

Eitheldìn sedeva nella postura di rispetto che la sua gente assumeva di
fronte agli anziani, anche se non era certo che la Volva fosse veramente più
vecchia di lui, teneva in mano il sasso legato con un laccetto di cuoio.
C'era un'altra persona nella tenda, un uomo magro con la barba bionda, ma
gli occhi erano quelli allungati tipici dei kisleviti, non aveva ancora
emesso un solo suono.

"Non sapevo che gli elfi sognassero, le nostre storie raccontano che
camminate sotto le stelle senza mai dormire."

"Il cantore che vi ha passato questa tradizione non era ben informato, donna
che vede.Io dormo come voi, sogno, e mi è stato detto che voi siete esperta
di queste cose."

"Dimmi cosa hai sognato allora."

"La mia innamorata.. non pronuncerò il suo nome nella mia lingua, ma nella
vostra suonerebbe come "Dimora dei cigni"... lei è morta.. e io
ingiustamente accusato sono stato esiliato dal reame nascosto, una
maledizione mi impedisce di ritrovare la strada. Per molto mi sono
avventurato nelle terre degli uomini, ma poi l'ho sognata. I suoi piedi
erano stretti da tre catene, non parlava, ma mi mostrò questo sasso e le
vostre tende, da allora non ho avuto pace finchè non ho trovato entrambi.
C'è un significato?"

L'uomo silenzioso aveva preso un piccolo tamburo e stava suonando un ritmo
quasi impercettibile, la vecchia aveva il viso nascosto tra le mani, la sua
voce ora sembrava quella di un'altra persona, molto più giovane, ricordava
il suono dell'acqua che corre sui sassi.

"I suoi lamenti ti avrebbero ucciso, per questo non parlava. Le catene sono
tre legami che impediscono al suo spirito di abbandonare questo mondo, vuole
che la liberi, vuole farti ritrovare la via di casa. Il sasso che l'ha
uccisa è maledetto, per questo piaceva alle bestie, se tu fossi il suo vero
assassino le tue mani si sarebbero coperte di sangue appena lo avessi
toccato. Taltòs! il cavallo taltòs! Lui può trovare per te la strada, lui
può parlare tre volte nella sua vita, devi trovarlo!"

La donna alzò il viso dalle mani e con voce tornata normale si rivolse
all'uomo nella lingua dei kisleviti, questo smise di suonare e si allontanò
rapidamente.

"Ho detto a Emre di preparare la medicina che dà il sonno, dovrai
conservarla fino a quando sarà necessaria, altro non sono in grado di
dirti,sorgente silenziosa."

Eitheldìn rimase sorpreso del fatto che la vecchia conoscesse il significato
del suo nome, ma fece l'inchino dovuto ed uscì dalla tenda. C'era ancora il
sole quando era entrato, ma ora nel cielo brillavano le stelle.

GHOST OF TOM JOAD (Bruce Springsteen)

In quell'inverno una nuova storia si sparse tra le tribù di cavalieri che
dalle steppe erano scese nel Kislev attraverso il passo alto.
Era la storia del Cantore; nessuno sapeva chi fosse, ovunque si trovasse un
accampamento o un mercato di cavalli lui arrivava, camminando nella neve con
passo così leggero da non lasciare tracce, aveva un arco e un liuto. Ogni
volta chiedeva ospitalità in una isba, si diceva che spesso avesse
ricompensato i suoi ospiti con gemme preziose, e poi si siedeva vicino ai
recinti dei cavalli e cantava in una lingua sconosciuta, fino a notte fonda.
A volte si univa per breve tempo a gruppi di cacciatori o di giovani in
cerca di tesori, sembrava avere una faida con le bestie che camminano perchè
non perdeva occasione per sterminarle senza pietà, ma presto lo si vedeva di
nuovo cantare ai cavalli.
Si diceva che un giorno la figlia di un capo avesse accompagnato la sua
canzone con un raro strumento, un'armonica avuta dagli artigiani di
Erengrad, e che lui le avesse donato una perla dei mari lontani.
Si era anche diffusa la convinzione che non fosse un uomo, ma uno spirito
della buona sorte, per questo quelli che ancora non l'avevano visto
scrutavano le distese nevose e tenevano pronti il thè e il burro della
qualità migliore nella speranza di poterlo ospitare.

Ma alla fine anche quell'insolito inverno passò e le tribù si riunirono a
Praag per la festa del disgelo, prima di iniziare il viaggio di ritorno
verso le grandi steppe oltre i monti.
Il Cantore non poteva mancare a una simile occasione, sedette attorno al
grande fuoco con gli uomini e cantò le canzoni del suo popolo, che portavano
il profumo della brezza primaverile. La vodka e l'ayràn correvano a fiumi
quella notte e fu solo poco prima dell'alba che gli uomini tornarono alle
loro tende e il Cantore andò come sempre a cantare ai cavalli.

"Piango seduto qui alla luce del fuoco
Perchè non mi ascolti Taltòs?
Ti darò l'erba più profumata, coperte per il freddo
Cavalcheremo insieme sotto gli alberi dorati
A Laurelorn, dove il tempo si è fermato."

Era la canzone che aveva cantato per tutto l'inverno, ma questa volta
successe una cosa nuova: un cavallo uscito in qualche modo dai recinti stava
camminando verso di lui.
Con un senso di presagio si alzò e lo osservò in silenzio mentre si
avvicinava, ma quando furono di fronte fu il cavallo a parlare nella lingua
degli elfi.

"Mi è piaciuta la tua canzone, è veramente così bello il regno nascosto?"

"Tanto che le mie parole non valgono nulla a spiegarlo, ma un incantesimo mi
impedisce di ritrovare la strada. Mi hanno detto che puoi farlo tu per me."

"E' vero, posso, ma il mio padrone è vecchio e non voglio abbandonarlo nella
povertà.
Facciamo così, ascolta bene, perchè solo una volta posso parlare:
Se cammini nel bosco in quella direzione troverai due abeti che nascono
dalla stessa radice.
Guarda sotto ai tronchi, vicino a terra, troverai un buco, e nel buco una
borsa.
Se sei onesto non la aprirai e non toglierai nulla dal suo contenuto,
chiederai del vecchio Attilla e gliela offrirai in cambio del suo cavallo
pezzato. Sarà per lui un onore dare il miglior cavallo al Cantore.
Mi porterai fino a dove puoi arrivare e fermo a quel punto ti dovrai
bendare.
Ti stringerai al mio collo, e attento, solo quando mi sarò fermato potrai
aprire gli occhi nel reame incantato."

John Barleycorn (Traffic)

Cavalcarono lungo il fiume Lynsk fino a Erengrad, dove Eitheldìn si fermo
brevemente all'estrema propaggine del mare degli artigli, perchè il canto
dei gabbiani e l'odore del mare sono per gli elfi un richiamo irresistibile.
Poi presero la strada che porta a Salzenmund, ma ben presto la abbandonarono
dirigendosi a sud nella foresta delle ombre. Era questo un luogo evitato
dalla maggior parte dei viaggiatori, infestato da goblin, ragni e altre
creature orribili che non sopportavano la luce. Pochi sapevano della gemma
luminosa nascosta nel cuore di quel buio, la foresta delle ombre era un
guscio protettivo, il primo cancello che doveva attraversare chi fosse in
cerca del reame nascosto.
Il cavallo taltòs viaggiava senza difficoltà tra gli intrichi del
sottobosco, sembrava quasi che le piante si aprissero per farli passare, e
poi si chiudessero dietro di loro per difenderli dai pericoli. Il viaggio fu
molto più breve di quanto Eitheldìn ricordasse e privo di brutti incontri.
Arrivarono infine ad uno spiazzo dove cresceva un grande cespuglio di
biancospino, la pianta che indicava gli accessi al regno incantato. Fece
fermare il cavallo, si bendò, e si chinò sulla sella per parlargli
dolcemente all'orecchio mentre si aggrappava al suo collo.
"Ecco, siamo arrivati. Io più in là non posso andare, ora solo a te mi posso
affidare."

Il cavallo si mise in cammino senza fretta, Eitheldìn si chiedeva quanto ci
avrebbero messo a quel passo, ad ogni istante gli sembrava di avvertire il
sibilo delle frecce dei guardavìa dirette alla sua schiena. Ma nonostante
l'ansia sempre più intensa era deciso a mantenere la sua promessa di non
togliersi la benda. Sussurri arrivavano al suo orecchio, come se ci fossero
persone vicine, poi risate, lo chiamavano per nome e gli chiedevano di
unirsi a loro. Lui resisteva, il cavallo indifferente procedeva sempre allo
stesso passo. Un urlo improvviso, una voce femminile: "Eitheldìn salvami,
prendimi sul tuo cavallo, un mostro mi insegue, non lasciarmi qui!!" Aveva
già la mano sulla benda, ma pensò che il cavallo non sarebbe stato così
tranquillo se veramente stava arrivando un mostro, tornò a stringere il suo
collo con tutte e due le braccia, gli occhi serrati sotto la benda.
Infine il cavallo si fermò.

Tolse la benda, rimase stupito di trovarsi sotto le stelle, gli era parso
che la cavalcata non fosse durata più di un'ora, eppure adesso era notte
fonda, ma la luce delle stelle era sufficiente perchè i suoi occhi di elfo
riconoscessero ogni foglia e ogni sasso, e anche se di notte non era
visibile la tinta dorata degli alberi sapeva bene di essere a casa.

Laurelorn, Alberodoro, così tutti chiamavano quel posto, ma gli abitanti
usavano un altro nome: Tor Laurean, l'ultima delle colonie degli alti elfi
nel vecchio mondo, nascosta da una rete di incantesimi fin dal tempo
lontanissimo della guerra delle barbe.
Per sopravvivere avevano adottato le usanze degli elfi silvani, ma nel cuore
erano ancora Asur, fedeli solo al Re Fenice di Ulthuan.

Era così forte l'emozione di questi ricordi che per qualche attimo aveva
dimenticato il suo pensiero costante nei sette anni d'esilio: Alquamar, la
sua amata che qualcuno aveva ucciso.
Eitheldìn non avrebbe avuto pace fino a quando non avesse trovato il vero
omicida e ottenuto giustizia.

Le case e le mura di Tor Laurean erano un frammento di Ulthuan trapiantato
su di un colle al centro del bosco d'oro, Eitheldìn cavalcava ai piedi del
colle, diretto a un luogo poco lontano dalla città in cui cespugli di rose
selvatiche crescevano tra i salici. Era il posto preferito di Alquamar,
spesso andava sola a passeggiare sotto le stelle, era certo che fosse
accaduto lì il dramma della sua ultima notte. Al suo arrivo vide di non
essere solo, qualcuno stava incidendo una scritta su una lastra di pietra.
Scese da cavallo e si avvicinò in silenzio stringendo il suo lungo pugnale
elfico, la persona china davanti a lui era sicuramente Maegìr il poeta.

Ogni giorno di quei sette anni la scena era passata davanti ai suoi occhi,
il mattino che si era svegliato nella sua casa sull'albero, la folla sotto e
Maegìr che gridava e lo accusava di aver ucciso Alquamar. Era talmente
sconvolto da quella notizia che non aveva potuto difendersi, era rimasto in
silenzio mentre i magistrati gli chiedevano di discolparsi, in meno di
un'ora lo avevano già maledetto ed esiliato.
Maegìr aveva terminato quel che stava facendo, si alzò e vide Eitheldìn col
pugnale in mano e la cotta di maglia sotto il mantello verde, la sua
espressione passò dallo stupore allo spavento.

"Eitheldìn.. solo questa mattina ho visto i guardavìa condurti fuori dal
bosco.. sei un fantasma?"

Si sapeva che a Laurelorn il tempo passava più lento che nel mondo esterno,
ma non pensava tanto, erano passati sette anni per lui, e per Laurelorn era
un giorno solo.

"Ho una cosa per te Maegìr, hai mai visto questo sasso?"

Mentre lo tendeva verso Maegìr sentì la sua mano inumidirsi, il sasso stava
gettando sangue, che ora colava dalla sua mano.
L'espressione di Maegìr ora esprimeva vero terrore, invece di rispondere si
girò e corse via come il vento.
Eitheldìn stava per lanciare il pugnale, ma il cavallo taltòs parlò ancora
per fermarlo.

"Ucciderlo adesso non ti renderà giustizia davanti alla tua gente,
Eitheldìn, lascialo andare, non andrà lontano perchè il reame è ben
sorvegliato.
Piuttosto è venuto il momento di fare una cosa importante, ti è stata data
una medicina che porta il sonno?"

"Si, è vero, la Volva me la diede ed è rimasta sempre in questa tasca,
l'avevo dimenticata.."

"Sali sulla mia groppa allora, e prendi la tua medicina, il sonno è la
piccola morte, ti porterò dove abitano i morti e potrai parlare con la tua
amata."

Where the wild roses grow (Nick Cave + Kylie Minogue)

Quella lastra di pietra tra le rose era la lapide di Alquamar, salì in sella
e prese il narcotico sperando di potersi veramente riunire a lei. Il cavallo
girava a passo costante attorno alla lapide, il sonno lo avvolse e si trovò
a cavalcare in una nebbia d'argento.
Lei era li nella nebbia, fluttuava verso l'alto come se non avesse peso, ma
due catene ai piedi la trattenevano a terra, il volto era più triste di
quanto avesse mai visto, anche la sua voce era addolorata.

"Vedi Eitheldìn? Ora che hai ritrovato la via di casa una delle mie catene è
caduta, e un'altra cadrà quando avrai avuto giustizia, ma è della terza
catena che devo parlarti."

"Dimmi solo cosa devo fare per spezzarla e sarà fatto!!"

"Solo il tuo perdono può spezzarla, perchè in realtà avrei alcune cose da
farmi perdonare...vedi... io ti amavo, ma non eri l'unico, c'era anche
Maegìr.."

Eitheldìn sentì il mondo crollargli addosso, come se qualcuno gli avesse
tolto di sotto i piedi tutta la realtà in cui aveva sempre vissuto.

"..si.. poi anche il vecchio mago Corigil.."

"Nessun altro?.." rispose Eitheldìn.

"Bè no... Arthedan e Corillor erano solo un gioco, non ho mai provato nulla
per loro.. i gemelli Balinor..."

"Ma grandissima tr..aditrice!! Ti rendi conto che io ho sputato sangue sette
anni per te ??"

Eitheldìn voleva scendere da cavallo per verificare se una fantasma poteva
essere uccisa una seconda volta, ma il taltòs si intromise ancora.

"Attento! Se la tocchi, o se il tuo piede tocca terra non potrò più portarti
indietro. Rimarrete tu e lei qui per sempre come fantasmi senza pace."

Per un attimo fu tentato di accettare quella sorte, tanto soffrire di più
era impossibile, e almeno avrebbe sofferto altrettanto anche lei.
Oppure poteva semplicemente salutarla e andarsene a recuperare il tempo
perduto, mentre lei avrebbe comunque sofferto quanto lui.
Però a cosa sarebbe servito allora tutto quel che aveva fatto fino a quel
momento?

"Va bene, per le cose che hai fatto ti perdono."

Una delle catene si spezzò con un tintinnìo, la forma di Alquamar ora
brillava di luce e sorrideva.

"Fammi giustizia ora, Eitheldìn!"

I suoi occhi si aprirono di scatto, era sveglio, la luce argentea della luna
cadeva sulla lapide. Spronò il cavallo e lo lanciò al galoppo verso le porte
di Tor Laurean.

All'entrata della città c'era agitazione nonostante l'ora tarda, Maegìr
stava facendo una gran confusione con le guardie sostenendo che un fantasma
e un cavallo parlante lo inseguivano, quando videro veramente arrivare un
cavaliere armato lo arrestarono, gli tolsero le armi e infine portarono
entrambi da uno dei magistrati perchè chiarissero l'accaduto.
Il magistrato non era per niente contento di essere stato svegliato a
quell'ora di notte.

"Eitheldìn, non sei stato via a lungo, perchè stai già sfidando il nostro
decreto?"

"Quello che intendo sfidare è il mio accusatore, a duello, è mio diritto."

"Ma anche se qui è passato un giorno per te è passato molto più tempo nel
mondo esterno, vedo che hai una cotta di maglia e sicuramente ti sarai
esercitato a lungo con la spada, non ci sarebbe lealtà."

"Non intendo far valere la mia forza, Maegìr è un poeta e io voglio sfidarlo
a un duello di canti, sulla tomba di Alquamar."

Per tutto il tempo Maegìr era rimasto in silenzio a capo chino, rifiutava di
rispondere, il magistrato lo prese come un assenso.

"Concesso, tornate alle vostre case e preparate gli strumenti, il popolo vi
ascolterà appena il sole sarà alto nel cielo."

Furono molti quelli che vennero a sedere tra i salici per assistere
all'evento, chi stendeva a terra panni colorati e chi si era portato da casa
una botticella di vino, solo lo spiazzo dove era accaduto il delitto
rimaneva libero, e li si incontrarono i due contendenti.

Eitheldìn posò il suo sasso sulla lapide e cantò per primo, nella sua
canzone aveva raccolto tutti i sentimenti del suo esilio: la nostalgia della
patria lontana, il dolore per la perdita della sua amata, la rabbia per
l'ingiustizia subita.

Tutti pensavano che il suo stile fosse molto migliorato dall'ultima volta
che lo avevano sentito, alcuni dissero anche che forse si era pronunciato il
giudizio contro di lui troppo in fretta. Ma ora aspettavano la replica di
Maegìr sperando in un componimento magistrale da ricordare per gli anni a
venire.

Non furono delusi, il canto funebre per Alquamar sarebbe stato ricordato
come la massima opera del poeta, ma successe una cosa mai vista: dal sasso
sulla lapide zampillava sangue.
Più Maegìr cantava e più il sasso sanguinava, più sanguinava e più Maegìr
piangeva, la sua voce era ancora chiara, ma le parole stavano cambiando.

"Ogni bellezza deve morire infine
Dissi con il sasso ancora stretto in mano
Le diedi l'ultimo bacio
Il vento leggero come un ladro
Stesa dove crescono le rose"

A quella confessione tutti rimasero di sasso, ma ancora di più quando videro
la nebbia salire dalla pozza di sangue e prendere la forma di una dama
vestita di un sudario funebre.
Era Alquamar, ma era anche la banshee, si spostava nell'aria sollevata dal
suolo e si avvicinava a Maegìr che ancora cantava e piangeva. La gente era
prossima al panico, ma nessuno trovava la forza di muoversi, i maghi
cercavano nella propria mente un incantamento che potesse evitare la
catastrofe, ma nessuno osava agire per primo. Se la banshee avesse emesso il
proprio lamento sarebbe stata un'ecatombe. Solo Eitheldìn rimaneva in piedi
vicino a lei nello spiazzo senza mostrare paura.
Ma l'apparizione era lì per una sola persona, si chinò su Maegìr e lo
abbracciò parlandogli nell'orecchio. Lui solo ascoltò il lamento, lo videro
avvizzire e disseccarsi in pochi istanti, finchè tra le braccia della
persona che lui aveva amato e ucciso rimase solo una nuvola di polvere.
Alquamar si girò verso Eitheldìn, gli rivolse un ultimo sorriso di
gratitudine e svanì a sua volta nella nebbia.

"Alla fine è con lui che ha voluto andare..."

Il vecchio mago Corigil intanto era arrivato al suo fianco, era anche il più
alto dei magistrati che reggevano il reame nascosto nell'attesa del ritorno
del Re Fenice.

"E' vero, alla fine ha scelto, e noi non possiamo più farci nulla.
Ma almeno tu sei stato restituito a questa terra, Eitheldìn, bentornato a
casa."
Si abbracciarono come vecchi amici

© Etemenanki - Etemenanki - Il Concilio dei Cronocotecari