L'EGIZIANO
di Giuseppe Pasquali
Il Tempo, quale misera calunnia!!
Scorre inesorabile, senza sosta , mentre tutto intorno sembra cambiare, mutare, cancellarsi per poi ridivenire.
Ma vi sono cose che non conoscono simili finzioni terrene, che ignorano lo scorrere della sabbia nella clessidra dell'esistenza, entità confinate in luoghi dove la perpetua immobilità è legge.
L'uomo, quale essere!
Gioiello senza valore, predatore diventato preda, vive la propria esistenza misera, in una ricerca continua , spasmodica, ipnotica del proprio benessere, di un posto che gli spetta nel mondo, abbarbicato nella folle convinzione che ad ogni male vi sia rimedio, che la carne guarisca con l'unguento e che lo spirito guarisca con la preghiera.
Stolti!
Nascosto tra i visi dei farisei, dei calunniatori, degli spregevoli ,dei deformi sta il vero uomo!
L'animo nascosto tra le carni è incline alla distruzione, alla corruzione, al vizio, a tutto ciò che è orribile, ciò che spinge l'uomo sull'orlo del baratro, ciò che lo fa uccider per un Dio invisibile, per un amore che nasconde la lussuria del piacere carnale, per il semplice gusto della perversione che nasce dall'ingannare gli altri ma soprattutto se stessi.
Ho detto perverso, si, perversione, parola capace di uccidere, che incute timore e che appesantisce i cuori di chi si ritiene valoroso.
Perversione, pratica orgiastica e misteriosa del agire umano, stella luciferina nel cielo dell'anima, parola che nelle mie orecchie suona come dolce litania, perché tramite la vera conoscenza solo l'uomo, che abbandona la propria coscienza rendendosi perverso, può accedere ai veri Dei che governano l'Universo tutto.
Muta la società, cambiano le genti, nascono e tramontano imperi.
Palazzi sublimi giacciono polvere nel deserto così come la morte consuma l'argilla di cui l'uomo è composto.
Ma dietro il teatro miserabile della tragedia umana sta Colui Che Muove, il Manipolatore di Destini, Lui, che porterà una nuova Età dell'Oro su una Terra finalmente epurata dal germe umano.
Io, Seguace del grande Faraone Oscuro, ho una grande missione che uno dei suoi Mille Volti mi ha dato.
Corrompere la società, minarne la propria integrità, seppellendola nella paura , nell'ignoranza e nel vizio, terreno fecondo per il mio Signore.
Per questo io sono rinato nella notte, la Maledizione del Faraone scorre nelle mie vene rendendomi un abile strumento nelle sue mani.
La notte però non mi ha generato da sola; anche io ho conosciuto il tormento di essere “uomo”, di essere carne fragile e anima diafana.
Quando ancora camminavo sotto la luce dell'odiato sole la mia esistenza era stata già segnata dall'infamia che i mortali chiamano “vita”.
Nacqui molte decadi fa, in Egitto, la terra dei Faraoni e nella città dei poveri, Il Cairo.
I miei natali erano miserabili quasi come la mia esistenza; mia madre, figlia di un mercante mi aveva concepito con la violenza subita da un soldato delle truppe coloniali Inglesi.
Quella stupida donna viveva di stenti, commerciando lungo i polverosi mercati della capitale e per un tozzo di pane e una brocca di acqua maleodorante vendeva il proprio corpo per placare i bestiali istinti degli uomini.
Qui, in quello che una volta era stata la culla della civiltà, crebbi, osservando l'esistenza umana e coltivando un odio feroce per questa.
Mercanti avidi e senza pietà, povertà, abbandono, miseria, crudeltà, prostituzione, omicidio, pratiche umane che regolano la vita bestiale di una società che merita l'annichilimento.
Nulla vi era in quel mondo: solo odio; l'odio per chi era inferiore, l'odio per chi era fragile, l'odio per chi era diverso, l'odio per chi era come me.
Giornate intere di violenza e sevizie, per la mia diversità, per la mia acuta intelligenza racchiusa in un corpo debole, per i miei lineamenti meticci che sembravano aver preso il peggio delle due razze.
Tra lividi, sangue ed umiliazioni avevo ancora la forza di pensare che tutto ciò che dovevo subire era solamente una grande prova per forgiare e temprare un vero spirito e non un simulacro di vizio.
A nulla valeva il denaro, la forza o l'oppressione; la vera potenza sarebbe stata di chi avesse avuto la vera conoscenza e una mente illuminata capace di trascendere le debolezze della carne.
Così partii senza meta, viaggiai per tutto l'Egitto in un ossessiva ricerca nella mitologia egizia, scrutando ogni tempio, ogni cripta alla ricerca di artefatti o conoscenze che mi avrebbero permesso di distruggere coloro che scioccamente si definivano “eletti”.
Passò molto tempo, anni nella mia ricerca disperata ma senza trovare risposta alcuna.
Conobbi la storia di Iside e Osiride, viaggiai negli inferi tenebrosi di Amon , sfidai la superstizione di Basteth e mi lasciai ammaliare dalle spire di Set, il Signore dei Serpenti.
La ricerca era sempre più febbrile, sentivo la vita scivolarmi via e solo l'odio mi dava la convinzione che la potenza che agognavo era nascosta in questi antichi miti e passavo giorni e notti a esplorare i misteri insondabili del deserto, spesso affamato ed assetato.
Come una serpe mi insidiavo nelle tombe, mai sazio di conoscenza, pronto a profanare qualsiasi camera mortuaria ed affrontare ogni maledizione per raggiungere il mio fine.
La Maledizione non tardò a giungere.
Ero in una piccolo e pidocchioso villaggio a nord di Giza e, dopo essermi addentrato in una tomba minore ne ero risalito, a mani vuote e con un amarezza incolmabile nel cuore.
Ero disposto a tutto, anche vendere l'anima pur di ottenere quello che agognavo.
Ma il destino sembrò volere altro per me; rimasi intossicato dai gas venefici e dai miasmi tossici del sepolcro vetusto appena visitato.
Mi trascinai nel villaggio febbricitante e tremolante, una carcassa umana in preda al delirio.
Davanti a me immagini e allucinazioni si accavallavano, passato e futuro diventavano presente mentre gli spasmi dell'intossicazione mi astraevano dalla realtà.
Innanzi a me un deserto nero, puntellato di obelischi di basalto le cui rune antiche sembravano brillare di una luce malsana mentre un vento feroce sembrava strapparmi la pelle.
Dal cielo color cremisi piovevano pietre e il rombo di un temporale in lontana preannunciava un invisibile tempesta.
Nel nulla del deserto una figura sembrava giungere ed il suo scettro d'ossidiana sembrava rilucere delle saette che scaturivano dal cielo.
Disperato, atterrito ed inebriato nel contempo osservavo quel uomo regale e terrificante che mi si avvicinava in un incubo meraviglioso e mi sembrava di percepire tutto il suo sconfinato potere.
Aveva un viso che non si poteva ricordare ma i suoi occhi, pur cangianti di colore erano penetranti, quasi capaci di denudarti l'anima.
Glorificato, in quel battesimo di dolore, mentre le pietre che cadevano dal cielo mi lapidavano alzavo i pugni al cielo, ebbro di aver percepito anche solo per un istante una potenza al di la della conoscenza umana ed una voce assordante mi faceva sanguinare i timpani.
“Io sono il Faraone Oscuro…grida il mio nome ed avrai la mia benedizione…”
Così alzai la testa al cielo e gridai con le poche forze rimastomi 999 nomi, provenienti da ogni lingua, da ogni posto, da ogni tempo, parole che attingevo da una conoscenza esterna a me , un sapere infinito che portava alla follia.
Alla fine con i polmoni in fiamme sussurrai moribondo l'ultimo nome.
Nyarlathotep..
Il cielo si apri ed il Faraone Oscuro ascese in un cono di luce nera.
Il buio mi chiuse gli occhi per un solo istante.
Quando rinvenni ero in un vicolo maleodorante; ero senza forze, dolorante; quel sogno delirante mi aveva completamente debilitato.
Con una grande fatica osservai il mio corpo; nulla era cambiato ma mi sentivo diverso, strano.
Improvvisamente, osservando il palmo della mia mano sinistra vidi un simbolo inciso nella carne che nell'immediato mi diede la nausea e un forte senso di vertigine.
Un occhio socchiuso era al centro di una stella a cinque punte.
Un forte colpo di tosse distolse il mio sguardo da quel simbolo ipnotico e subito dopo sentii una mano poderosa afferrarmi per la gola fino a soffocarmi.
Il buio mi reclamò nuovamente.
Ero convinto di essere morto, e in un certo senso lo ero.
Riaprii a fatica gli occhi e volgendo lo sguardo mi trovai in una di quelle cripte che ogni giorno razziavo.
Non provavo paura ne timore, mi sentivo rinato ma nel petto mi pareva di portare un fardello enorme.
La stanza era spoglia ed io ero disteso su una fredda lastra di pietra, mentre le antiche mura che mi circondavano erano completamente affrescate di geroglifici mai visti dove si narrava la storia del Faraone Oscuro e di ciò che succederà quando le stelle saranno propizie e Lui potrà tornare sulla Terra a reclamarla a se.
Ero debole, avevo la gola in fiamme e le membra indolenzite, giravo gli occhi e vedevo solo polvere e buio ed il pavimento in pietra intriso di sangue rappreso.
Ad un tratto, con piacevole orrore scoprii che il mio respiro era affannoso e sregolato ed il mio cuore batteva sempre più debolmente.
Una figura cenciosa, ammantata in una tunica nera ed indossante un copricapo egizio mi si parò innanzi, come vomitata da un inferno remoto nel tempo.
Un ghigno terribile e sadico gli adornava il volto smunto mentre il suo corpo era scarno e disarmonico.
Si avvicino e mi fissò con occhi che sembravano nascondere un orrore antico.
Improvvisamente, con una voce mai udita, mi parlò lentamente mentre la sua mano scivolava sul mio petto nudo.
“Ora sei uno di noi; Lui ti ha dato la sua benedizione,sei un figlio della notte e camminerai nelle tenebre portando vizio e distruzione, morte e tradimento in nome del Faraone Oscuro, Signore dai Mille Volti.
Il Tempo non ti potrà scalfire e il sole mai più vedrai perché ora possiedi la Maledizione del Faraone!”
Improvvisamente il simbolo sulla mano si mise a rilucere di un alone cremisi mentre un dolore lancinante mi trafiggeva come mille aghi il corpo.
“Un giorno l'Antico tornerà e spazzerà via gli uomini e l'odiato sole; noi dobbiamo solo preparare la strada….”
Improvvisamente sentii qualcosa lacerarmi il petto.
Vidi la mano del sacerdote che estraeva dalla cassa toracica il mio cuore che, grondante di sangue pulsava sempre meno.
Un orrore estasiatici mi colpi, un piacere indescrivibile, come la libertà dopo mille anni di prigionia.
Dalla mano del sacerdote esplose una fiamma bluastra che crepitando avidamente ridusse in breve il cuore ormai fermo in una poltiglia bruciata.
“Questa era l'ultima tua vestigia di umanità…”sentenziò il sacerdote allontanandosi nell'ombra.
Ero rinato, avevo dissolto la mia umanità nel nome del Faraone.
Finalmente avrei avuto la mia rivincita, avevo il potere e avrei servito per l'eternità il Signore dai Mille Volti.
Il mio odio avrebbe arso altri cuori.
GIUSEPPE PASQUALI |