La Duchessa
di Cauchemar

 

 

 

 

 

Guardava la sala gremita davanti a lei senza vederla, le mani che tormentavano nervosamente il ventaglio cercando di dominare il loro tremito.
La paura la paralizzava, una paura mai provata, non quando era viva, e pure facile preda del timore, non dopo la sua rinascita, quando l'enormità della sua nuova condizione l'atterriva.
Questa paura permeava ogni fibra del suo essere, rendendola solo un grumo pulsante di paura, una massa tremante e inerme di muto terrore.
Sentiva i Fratelli prendere posto, il vociare sommesso, cui faceva contrasto l'andirivieni nervoso di Antonio, i suoi ordini secchi e imperiosi.
Perfino la sua amata voce ora le appariva così lontana, così estranea, in quel involucro palpabile di paura nel quale si dibatteva.
In realtà le sembrava la voce di uno sconosciuto, ed ella seppe con certezza che, se avesse alzato gli occhi verso il suo amante avrebbe visto dinanzi a sé un uomo mai veduto prima, ignoto, ostile.
Una fredda consapevolezza era calata su di lei, gelida e letale, e aveva portato con sé la paura.
Lo aveva capito in un unico, fatale momento, come se in un lampo la verità le si fosse innalzata davanti, luminosa come la cima di una montagna.
Lo aveva saputo quando era fuggita fuori, nella notte, per cercare sollievo dall'atmosfera opprimente dell'elysium, ed era corsa a rifugiarsi sotto il grande albero che sorgeva in mezzo al prato. L'erba bagnata aveva reso madidi i suoi piedi calzati nelle scarpe leggere, e l'orlo del suo vestito.
Giunta all'albero aveva appoggiato la fronte al tronco nodoso, come faceva da bambina, nel parco di Schonbrunn, e per un attimo aveva avuto l'illusione di poter trarre una qualche sicurezza dall'antico legno, fresco e profumato di pioggia.
Là l'aveva raggiunta Emanuel.
Forse aveva desiderato che lo facesse, o forse no. Voleva stare da sola, e al contempo l'atterriva l'idea di non avere nessuno a sostenerla, ad appoggiarla in quel momento. Inconsciamente si rendeva conto che avrebbe dovuto desiderare che fosse Antonio a raggiungerla, a prenderla tra le braccia e a tranquillizzarla. Eppure in quel momento il pensiero di lui la spaventava.
Emanuel era giunto, Emanuel che le aveva rivelato poco prima il suo amore, con una discrezione ed una poesia così squisite che ne era rimasta commossa.
Per un attimo aveva desiderato di poter semplicemente andare via con lui, non importava dove, ma lontana da tutto e da tutti, lontana da quell'ennesimo ruolo imposto, che la soffocava, la imprigionava, come e più dei precedenti.
Ma come poteva lasciare tutto ora? Come poteva lasciare la sua amata città, e Antonio, nonostante il suo comportamento ambiguo, nonostante i dubbi che la assillavano su di lui, quella notte? Non poteva fuggire come era sempre fuggita, non questa volta. Era troppo tardi, ormai… Eppure la presenza confortante di Emanuel le dava l'illusione che, forse, c'era ancora una speranza.
La notizia della sua prossima partenza per Venezia l'aveva gettata nello sconforto.
"Comprendetemi" aveva sussurrato lui, baciandole la mano, ma lei riusciva solo a pensare che in quel modo avrebbe perso un amico prezioso, più che mai necessario, in quel momento critico.
Forse anche per questo era corsa fuori, lontano da Antonio e dai suoi Giovanni che si muovevano silenziosi nelle sale semi-buie della sede ducale, neri e ieratici come antiche icone.
Di cosa avevano parlato lei e Emanuel?
Non lo ricordava più, sopraffatta dalla paura. Ricordava di aver accennato al grande albero nel parco di Schonbrunn, al suo ombrello di rami frondosi che si distendeva tutt'intorno, creando un rifugio naturale in cui lei amava nascondersi.
Non ci aveva più pensato da così tanto tempo. Era strano che proprio quella notte il pensiero del vecchio albero tornasse a lambirla come una melodia piena di passato e di rimpianto.
Anche quando le era stato detto che avrebbe dovuto sposare l'orco d'Europa era corsa a rifugiarsi laggiù, senza fiato, e aveva desiderato che la scorza dell'albero si schiudesse per accoglierla, novella Dafne, per renderla parte virente di sé.
Ma nulla era accaduto, allora. Lei era andata in Francia e aveva sposato Napoleone, e aveva unito il proprio destino al suo, fino a quando suo padre non aveva deciso che era giunto il momento di ricominciare ad odiarlo.
E nulla accade quella notte.
Alzando gli occhi vide i Giovanni marciare verso di loro, una fila compatta e minacciosa, una nera muraglia che fendeva il prato. Alla loro testa procedeva Antonio, l'impermeabile che si sollevava dietro la figura sottile, il bastone dal pomolo d'argento impugnato come una spada, il volto imperturbabile e severo accigliato.
Era stato allora che Maria aveva cominciato ad avere paura, ed era assurdo, lo sapeva: quello che sopraggiungeva era il suo compagno, il suo amante segreto, e i Giovanni erano suoi alleati, avevano riconosciuto la sua posizione e la accettavano. Cosa avrebbe dovuto temere?
Eppure aveva avuto paura quando li avevano circondati, ed Emanuel l'aveva afferrata per un polso, cercando di proteggerla, e ancora più paura quando Antonio l'aveva tratta a sé, serrandole il braccio in una morsa crudele, e l'aveva trascinata via.
La borsa le era stata strappata di mano, col suo prezioso contenuto: le tre parti del sigillo ducale ritrovate. Antonio l'aveva consegnata a Settimo, il silenzioso, efficientissimo Settimo, prima che lei potesse dire una sola parola.
"Che cosa significa questo, Antonio?" gli aveva chiesto, mentre la trascinava verso la sede ducale, la mano che ancora stringeva saldamente il suo braccio. Allora paura e rabbia si contendevano ancora la supremazia nel suo essere, e lei riusciva ancora trovare la forza di guardarlo, di combatterlo.
Davanti a lei c'era ancora Antonio, duro, severo, troppo spesso, anche con lei, sebbene mai così, ma anche capace di una tale passione…
"Che cosa significa questo?" aveva ripetuto, mentre rientravano nel cupo atrio dell'elysium, illuminato dalla tremula luce di poche candele.
Ma Antonio restava silenzioso, il volto pallido e tirato, duro come pietra, impenetrabile.
Allora la paura aveva preso il sopravvento su tutto il resto.
Nella sala che andava riempiendosi sempre di più si sarebbe deciso il suo destino.
Maria lo sapeva, lo aveva saputo fin da quando Antonio le aveva fatto prendere posto su una sedia sulla pedana d'onore eretta nella stanza.
"Siedi qui, alla mia destra, mia cara" aveva detto, anzi, ordinato, con un tono perentorio e definitivo che suonava già come una condanna. Aveva parlato senza guardarla, come se provasse ribrezzo, come se la sua sola presenza lo infastidisse.
Maria si era lasciata cadere sulla sedia, sfinita.
I pensieri si accalcavano nella sua mente, frenetici, incontrollabili. Dubbi, interrogativi senza risposta, rimpianti, anche, per ciò che era stato e non avrebbe dovuto essere, e ciò che era stato e non avrebbe più potuto essere, e ancora i ricordi, in un flusso continuo, avvolgente, che la investiva con la violenza di una piena.
Immagini nitide, come argentei arabeschi sbalzati nel buio della lunga notte della sua vita immortale, e, ancora più vive e presenti, come non era più accaduto da tempo, le memorie della sua giovinezza mortale, di Vienna, Parigi, e infine Parma, la sua bella Parma in cui si era illusa di poter essere finalmente, padrona della sua vita.
Come aveva vissuto, come aveva brillato, eppure tutto sarebbe cessato quella notte. Lei lo sapeva, lo sentiva, e prima che l'Arconte avesse emesso la sua sentenza, lei ebbe la certezza che quella notte sarebbe morta.
Non una, ma infinite volte.
Morì quando vide la sua lettera nelle mani dell'Arconte, e udì la voce di Antonio dichiarare con fredda determinazione che non l'aveva mai veduta, che non sapeva di cosa si trattasse.
Morì quando, invitato dall'Arconte, Antonio diede pubblica lettura della lettera, parole così private e intime, destinate solo ai suoi occhi alle sue orecchie, che erano riecheggiate nella sala come sferzate sulla sua carne viva.
Morì quando Antonio si volse verso di lei, intimandole di dire che non aveva scritto quella lettera, che quella non era la sua firma.
Guardandolo finalmente negli occhi, Maria sentì che qualcosa si era spezzato in lei, definitivamente.
"Ho scritto questa lettera, insieme a molte altre, anche se forse non avete mai letto neppure quelle".
E mentre pronunciava quelle parole sentì che la paura era svanita.
Nessuno poteva più toccarla, non l'Arconte, che tuonava le sue minacce, non le grida di scherno dei Fratelli, che la chiamavano "puttana", "sgualdrina", lei, figlia di un imperatore, imperatrice ella stessa, e granduchessa, non Antonio che sembrava ora più che mai deciso a farla finita.
Le voci le giungevano distorte e lontane, quelle dei suoi detrattori come quelle dei pochi che ancora protestavano la sua innocenza, come eco confuse nella tempesta dei ricordi, presenti, eppure già lontane, perdute.
Lei non era più in quella sala buia, ma fuori, sotto la pioggia che aveva ricominciato a cadere, e sotto il grande albero, che la nascondeva nel suo abbraccio di fronde.
Lei era la bambina che correva nei giardini di Schonbrunn, nel crepuscolo dell'estate.
Era la giovane donna condotta in sposa a un mostro dal volto d'uomo in una terra che non era la sua, l'imperatrice/matrice, sposata per il suo ventre e il suo nome, null'altro.
Era la madre che aveva abbandonato il figlio, come la sposa aveva abbandonato al marito, per non sostenere il perso del loro destino, oltre che del proprio.
Era la Duchessa che aveva scintillato come una gemma nello scrigno scintillante della sua città d'adozione.
Era la donna da tanti voluta, da nessuno amata veramente per ciò che era, da nessuno conosciuta in quella ridda di amanti e cortigiani che avevano gravitato intorno a lei e alla sua corte festante.
Era la sposa scelta dal principe di tenebra per rischiarare la sua notte eterna, e così condannata a vagare come lui in quella notte.
Era la consorte del Sire, che aveva tradito, che ora pagava, per quell'amore che non era stato amore, ma solo un altro inganno, solo un altro colpo inflitto dalla sorte, ma ormai non aveva importanza, non più.
Era la fuggitiva, ancora una volta, al fianco di Emanuel, a Venezia.
Lei era colei che era sempre stata, era Maria Luigia, ed ora andava incontro alla sua morte definitiva con tutta la dignità che quella consapevolezza le dava.
Non si era mai sentita così viva.

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