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LA DANZA DELLA MORTE
di Matteo Lorenzini
Per quanto mi sforzi di ricordare, nulla di quella notte d’incubo sembra essere sopravvissuto come fatto razionale nella mia coscienza.
Potrei rivolgermi ad uno psicanalista, ma ho paura che le estreme conseguenze del transfert danneggerebbero permanentemente la sanità mentale del malcapitato. E, sinceramente, non so quanto vorrei avere il sostegno della sua perizia: quale uomo razionale vorrebbe sentirsi dare dell’insensato? Quale uomo vorrebbe intraprendere l’irto e faticoso sentiero verso l’ignoto? Esiste forse qualcuno disposto a ridiscutere il valore di tutte le certezze della sua vita?
Brancolo nel buio più totale. La luce del sole, che al mattino cerca di fare breccia attraverso le timide fessure delle persiane di questa squallida mansarda in cui mi sono rinchiuso, è solo la patetica parodia di quel fuoco astrale che per milioni di anni ha permesso la vita sulla Terra.
Sono stato io a volere tutto questo. Nessuno mi ha spinto a farlo. Ho cercato io, tramortito forse dalle ultime scariche elettriche del mio cervello cosciente, rifugio in questa prigione. La mia fuga dal mondo dei fatti causali mi ha spogliato di quegli abiti familiari e rassicuranti, ormai a brandelli, di cui avevo, a questo punto invano, progettato di vestire il mio avvenire.
Se potessi tornare indietro non darei ascolto a quella Voce.
Se potessi guardare indietro pregherei di essere solo.
Se potessi danzare per un’ultima volta non ardirei di guardarla negli occhi.
Se davvero fossi capace di una simile follia avrei un’unica via di salvezza: sperare di essere in una mansarda buia e claustrofobica, madido di sudore, le palpitazioni fuori controllo totale, gli occhi perduti…ma ad esaminare le trame di questo mondo.
Ma ormai non mi illudo più.
Sono diversi giorni, infatti, che percepisco la fastidiosa luce colorata che mi ricorda beffarda l’esistenza del mondo esterno.
Il dolore agli occhi che questo inopportuno invito a colazione mi arreca sta diventando insostenibile, perché anche il diritto di dormire mi è stato negato.
A nulla è servito aver ricavato un angolo di mondo fuori dal mondo.
Ora ne sono certo…non si è trattato di un incubo! Non è stato nemmeno uno scherzo della mia fervida fantasia a farmi vedere quel giardino decadente e quei fiori di sangue!
Tutto quello che ho visto ed è esperito è reale.
E, dal momento che il mio pensiero non riesce, ormai, se non per intervalli di tempo trascurabili, a pensare ad altro, sono giunto ad una conclusione di cui sono ragionevolmente certo: nient’altro di quello che sembra esistente è reale.
Il fatto che non riesca a dormire se non per attimi fuggevoli che non verranno segnati dalle lancette di nessun orologio, se da un lato mi annienta nel profondo, dall’altro confido che possa rappresentare l’unica concreta via di fuga che mi rimane. Sono così stanco e apatico che sento che lo stato di catatonia si avvicina sempre più. Il dolore agli occhi è paragonabile a quello che potrebbe venire arrecato da un chiodo rovente nella pelle viva e, di conseguenza, la percezione del sensibile è pressoché azzerata. Le terminazioni nervose stanno facendo fronte a carichi di potenziale ingestibili. La mia fuga dal mondo, che avevo sperato di trovare sognando, sta bensì giungendo in una maniera ben più probante per il mio miserevole corpo umano. E’ colpa mia se sono qui, e tuttavia anche adesso mi sarebbe data la possibilità, se solo volessi, di scegliere il male peggiore.
Una pistola giace, avvolta in un panno, vicino al mio letto, in attesa solo di essere caricata. Basterebbe un ultimo sforzo fisico e mentale per premere il grilletto e farla finita una volta per tutte. Maledico il giorno che cominciai a frequentare un corso universitario di Metafisica Medievale che stimolò il mio interesse, sicuramente oltre il consentito dal buon senso e dal principio di autoconservazione, verso problemi che sarebbe bene rimanessero insoluti.
Se quel giorno di tanti anni fa non mi fossi lasciato affascinare da quei discorsi fumosi sulla verità e sulla realtà, forse oggi non sarei qui a cercare risposta a problemi non umani.
Fu questa prima, all’apparenza innocua, fascinazione a condurmi nel mondo che brilla di luce nera dove ne ebbi una seconda, e fatale.
Perché anche questa volta, e in misura esponenzialmente maggiore, ciò che me la provocò di umano aveva solo un vago sembiante.
Prima di serrare gli occhi definitivamente, prima che il sangue nelle vene cominci a scorrere al contrario, e con esso i miei pensieri, voglio cercare di ricordare qualcosa di quello che mi ha ridotto in questo stato . Con lo stato di veglia cosciente sempre più vicino alla dissoluzione mi è più facile aprire qualche finestrella qua e la sulla facciata di quell’edificio inconscio di cui fino a pochi istanti fa non vedevo nemmeno le fondamenta. È difficile rendere a parole questi stati della mente, ma è assurdo come quelli che prima non erano che dei piccolissimi ed insignificanti eventi ora comincino a lasciarsi scrutare nei dettagli. Purtroppo sto cominciando a vedere. I miei meccanismi di difesa sono stati abbattuti da un ariete acefalo che ora vedo chiaramente nella sua incredibile e spaventevole possanza.
Posso cominciare la narrazione, e spero che se davvero esiste un Essere Superiore, vi scampi dall’essere testimoni e narratori di una vicenda simile alla mia.
L’unica cosa che ricordo con certezza di quella notte è la pioggia battente che seguì la rappresentazione del Macbeth.
Ero stato a teatro, come avviene di consueto, ma per la prima volta ne ero stato davvero colpito. La messa in scena del più degno di nota, secondo il mio parere di profano, tra i capolavori shakespeariani, quella notte aveva assunto una dimensione e una connotazione del tutto particolari. Potrei ascrivere alla partecipazione quasi misterica con cui vissi il dramma la spiegazione degli eventi incredibili che avrei vissuto da lì a poco ma non voglio più ingannare la mia povera mente. È normale che la ragione provi in estrema ratio a salvare se stessa, ma non lo è, visto come sono giunto a leggere tutta la vicenda, provare a crederle. Ero appena salito sul taxi, perso nei miei pensieri. Lady Macbeth mi era parsa più perversa che mai e il solo ricordo delle sue azioni demoniache mi paralizzava le membra. Ero avvinto da un ingiustificato terrore, tanto che anche il taxista se ne accorse. Ma gli risposi che andava tutto bene, mentre invano ricercavo le cause che mi potevano aver condotto in quello stato di tensione sconsiderata, assolutamente incurante delle attenzioni di quel brav’uomo.
Non sono un uomo facilmente suggestionabile, e assicuro a chiunque mai troverà questo diario e verrà tentato di leggerlo che quanto segue mi costa indicibile sofferenza. Fatico a ricordare, fatico a credere, fatico addirittura a scrivere tanto i miei occhi sono doloranti. Ma vi prego di darmi credito, perché nessun uomo parlerebbe in maniera menzognera di ciò che lo ha condotto alla fine dei suoi giorni.
A quel punto non ero più del tutto padrone delle mie azioni, credo. Ero emotivamente sconvolto. Ero troppo sconvolto. Chiesi al guidatore di fermarsi davanti a quella che sapevo essere una fumeria d’oppio, sentivo di avere assoluta necessità di quella droga. Quel farmaco misericordioso sarebbe stato in grado di ottundere i miei sensi e di darmi la pace.
Quello che vidi all’interno della sala, solitamente ritrovo di facoltosi e viziosi bohemien, fu così grottesco e raccapricciante che quasi svenni… perché all’interno di quella stanza vidi la quintessenza della corruzione umana… uomini contorti nell’assumere sembianze bestiali, un’orribile festa in maschera che credevo possibile solo dipinta su qualche delirante tela del folle James Ensor.
In un primo tempo riecheggiarono in me alcuni passi della Commedia quando mi ritrovai estereffatto a fissare le maschere suine di molti dei convenuti a quell’orribile comizio di mostri. Ovunque cercassi di guardare non vedevo che orrori indicibili: donne barbute, gemelle siamesi, uomini deformi e altre orrende caricature di vita. Vagavo per il grande salone in mezzo a questi esseri d’incubo, che si sfogavano gli uni sugli altri incuranti dei miei sguardi sconvolti.
La penna di uno scrittore dilettante non è in grado di dare conto dei troppi particolari che quegli adoratori del Diavolo mettevano in scena.
Ma sarebbero passati pochi minuti solamente prima che sarei giunto a rimpiangere la loro presenza e ridondanza.
Quando sentii quella voce mi girai di scatto ma non vidi nulla che potesse averla emessa. Qui i miei ricordi si fanno più confusi, ma sono certo che mi mossi caoticamente in quel labirinto per trovare l’origine di quei suoni, che avevano qualcosa di terribilmente familiare.
Ad un certo punto, la vidi. Vidi una bellissima donna di schiena che sembrava scrutare, per quanto il suo sguardo mi fosse precluso, la porta d’uscita. Era immobile in mezzo al trionfo del peccato, una cascata di capelli corvini su un immacolato abito di seta bianco come la sua pelle, color porcellana.
Mi feci largo, anche spingendo qualora ve ne fosse la necessità. Dopo quello che mi parve un interminabile viaggio, la raggiunsi e lei mi prese la mano, senza girarsi.
Era stata lei a chiamarmi, ne ero assolutamente convinto.
Uscimmo dalla porta, e da questo mondo.
Non appena vidi il giardino dove ero stato condotto – e non ricordo che ci fosse un tragitto fisico per giungervi – venni assalito da una paura atavica.
Intorno a me vidi tutti i segni della decadenza: topoi e presagi della fine.
In quel giardino, tra statue di putti, tavolini di pietra e sedie ricoperti d’edera, tra opprimenti alberi e siepi dalle forme assurde, mi accorsi ben presto che mancava la luce. In quel mondo insensato mancavano i colori. Tutto era cupo, claustrofobico. Guardai il cielo e non fui in grado di scorgere nessuna stella, né di capire se fosse notte o giorno. Dopodichè la mia mente scientifica si fece una domanda che sicuramente fu la causa della sua distruzione: Come potevo vedere, se non c’era nessuna sorgente di luce?
Ma certo! La Signora! Ricordo di aver danzato con lei al suono della sua voce, di aver sentito il suo respiro freddo sul collo mentre osservavo le forme distorte e incomprensibili di quel giardino. La luce nera di cui brilla quell’inferno scaturisce dalla chioma di lei, ben più ferale degli alberi secolari che mi circondavano. Quelle maestose piante sembravano solo timidi arbusti quando lei, dopo avermi lasciato, si volle confrontare con essi!
Alzai gli occhi e vidi che in quel momento anche il cielo era oscurato dalla sua luce.
Io ormai privo di forze, tanto l’orrore mi aveva provato. Vidi ovunque, intorno a me, delle macchie rosse: l’edera che infestava quel giardino decadente stava sanguinando! Tutto, in quel mondo blasfemo, si era messo a piangere, facendo eco alla mostruosa pioggia rossa che cadeva scrosciante.
Provai a scappare, cominciai a correre alla cieca; ma ogni cosa, in quell’abisso, era recalcitrante a collaborare. Non trovai nessuna via d’uscita, perché quelle siepi spaventose erano in ogni dove, e la loro assurda disposizione disegnava un labirinto senza uscita. Esse brulicavano di orribili folletti e spiritelli che ghignavano in maniera sconsiderata attraverso i loro occhi neri. Sembravano dei pozzi d’odio senza fondo.
Forse fu l’ultima cosa che vidi; ad ogni modo, non ricordo altro.
I medici mi dissero che venni ritrovato riverso al suolo in quella fumeria, ma non posso credergli. In ospedale la diagnosi fu intossicazione da oppio…mi venne quasi da ridere. Gli esami a cui venni sottoposto mi permisero di scoprire che ero affetto da un male incurabile. Decisi di affittare una mansarda per passare gli ultimi giorni di vita in solitudine, il luogo da cui ora sto scrivendo.
Si dice che un uomo sappia capire quando si avvicina la sua ora.
Adesso che sono avvinghiato nel mio ultimo amplesso lo sento senz’altro.
I capelli di lei mi stanno soffocando, il suo corpo mi sembra così pesante da non poterlo reggere. Sto perdendo le mie ultime forze. Le ultime righe le sto dettando e, sinceramente, non so chi le stia scrivendo. Anche se ho più di un sospetto.
Il male è dentro di me, o forse soprattutto fuori. No, il male è ovunque.
MATTEO LORENZINI |