CAVIA
di Alessandro Cremonesi

 

 

 

 

 

Mi chiamo Angelo Santi. Ero uno di voi.

Forse alla fine di quanto vi dirò vi sforzerete di capire cosa provi. Forse mi ignorerete, o mi compatirete. Voi fortunati ignari. Voi per cui tutto ha un senso. Voi che proverete pietà per me. O che odierete la mia stupidità.

Ascoltatemi bene. Non avrò tempo per ripetere quanto ho da dirvi.

È iniziato tutto come iniziano molte cose. Per caso.

Ho scelto la mia tesi di laurea così, senza pensarci troppo. Volevo qualcosa di rapido ed indolore, che mi permettesse di lavorare a casa, tra le mie cose. Volevo avere tempo per Alice, e per la mia musica. E l'avevo. Questo prima che andasse tutto a rotoli.

Scelsi di collaborare col Professor Lorentini del Dipartimento di Astrofisica di Bologna, famoso sia per le improvvise assenze che per gli studi sulla radiazione cosmica di fondo, quella che è ritenuta essere il residuo termico del big bang. Pensavo che, per un laureando in Fisica Teorica come me, avrebbe sicuramente avuto modelli astratti da affinare e dati da processare. Avevo ragione. I primi mesi furono uno spasso. Il Professore era spesso via, e io spesso nella vecchia casa colonica di famiglia, nascosta al mondo esterno dai fitti pioppeti del Bosco del Rondello e dagli argini del fiume Po. Il computer simulava i primi vagiti dell'universo a poche frazioni di secondo dal big bang analizzando dati in totale autonomia, lasciandomi libero di dedicarmi alle mie passioni. Alice viveva con me. Eravamo una specie di comune hippy di due elementi. Con antenna satellitare, decoder, impianto hi-fi e lettore Dvd, però. Era il paradiso, ma durò poco.

In uno dei nostri usuali aggiornamenti mensili, il Professore mi comunicò una sua imminente assenza. Sarebbe partito l'indomani per partecipare ad un congresso negli Stati Uniti. Per evitare di dover andare in facoltà finsi di essere malato. Faticai non poco per sembrare una convincente vittima dell'influenza mentre Alice faceva di tutto per farmi ridere, ma alla fine riuscii nel mio intento.

Avevi una così bella risata Alice, non avrei mai voluto che finisse così. Non per te.

Col Professore ci accordammo in modo che mi fosse possibile scaricare il prossimo pacchetto dati direttamente dal suo Pc tramite server FTP. Incredibile: io, l'ultimo arrivato, godevo della fiducia di uno scienziato. Mi trastullai con questa nuova sensazione di onnipotenza per qualche minuto. Poi ne approfittai.

Mi connessi al server, scaricai i dati, inviai quelli già elaborati, e curiosai un po' in giro. Trovai quello che sembrava un programma di analisi di funzioni d'onda sviluppato dal Professore. Pensai che avrebbe potuto essermi utile anche in fase di missaggio dei miei brani musicali, e così lo scaricai.

Vi prego, dovete credetemi, davvero non potevo immaginare quello che sarebbe successo.

Come ogni pomeriggio, decisi di scendere nel garage per registrare qualche pezzo nuovo con la chitarra. Prima di iniziare, lanciai l'installazione del programma in contemporanea all'analisi del nuovo pacchetto di dati, e lasciai Alice sul divano a lottare con i postumi di venti euro di fumo andati in fumo nel tentativo di seguire alcune puntate di Ai Confini della Realtà. Quando tornai di sopra era ormai troppo tardi.

Non potevo sentire quello che stava accadendo! Non ero lì! Davvero… credetemi…

Smisi di suonare dopo qualche ora, quando ormai il sole stava tramontando. Era strano. La campagna è piena di rumori, soprattutto di notte. Ma quello che sentivo era del tutto estraneo all'ambiente in cui mi trovavo. Per avere una buona definizione sonora, mentre suonavo tenevo chiusa la porta che da' ai piani superiori della casa. Per quanto attutito, ciò che udii mi fece accapponare la pelle.

Era come se qualcuno stesse grattando una lavagna con ogni tipo di oggetto appuntito che avesse a disposizione. Il tipico suono che avrebbe fatto impazzire ogni animale presente. Uomini compresi.

Frenato da non so quale timore, aprii lentamente la porta. Fui investito prima da un'onda sonora di frequenza elevatissima e poi dal boato del neon che esplodeva. Non persi i sensi solo perché chiusi immediatamente l'uscio. Il suono scemò di intensità, fui colto da un forte senso di capogiro, e caddi a terra in ginocchio. Mi accorsi che perdevo sangue dal naso e dalle orecchie. Faticai per rialzarmi, ed altrettanto per rimanere in piedi. Ma ero terrorizzato fino al midollo, e l'adrenalina mi permetteva di vincere i miei limiti fisici. Perché avevo un solo pensiero che mi tormentava.

Se io avevo sofferto così tanto solo per qualche istante di esposizione al rumore, che ne era stato di Alice?

Mi costruii dei tappi raffazzonati usando fazzoletti di carta, raccolsi tutte le energie residue, spalancai la porta e corsi a cercarla. Anche con i tappi il dolore era lancinante. Superai in quattro balzi la rampa di scale e mi trovai davanti ad una scena di guerra. Ogni superficie vetrosa era esplosa. Le schegge erano dappertutto, conficcate nei mobili, per terra. Era come se si fosse creata nella casa un'onda d'urto abbastanza potente da far rovesciare anche i mobili. Il suono proveniva dal secondo piano, dove avevo lasciato Alice qualche ora prima. Inciampai un paio di volte, mi ferii alle mani e alle ginocchia con delle schegge, ma alla fine fui di sopra. Non ero davvero preparato per quello che mi si parò davanti. Non potevo esserlo.

Nessuno poteva!

Il suono proveniva dalle casse del mio portatile, o da quello che ne rimaneva, e, per qualche strano fenomeno di risonanza, si propagava fino all'antenna satellitare, che stranamente era rimasta intatta, e da lì si perdeva nell'aere. In quello che rimaneva del salotto vidi Alice, riversa a terra in una pozza di sangue, coperta da detriti. Provai a correre verso di lei, e a chiamarla, ma il suono mi impedì entrambe le cose. Mi sforzai, e, passo dopo passo, arrivai fino al portatile. Staccai la corrente e lo gettai lontano ad infrangersi contro una parete. Il suono cessò. Barcollai fino ad Alice. Le ferite erano meno gravi del previsto, ma aveva perso molto sangue dal naso e dalle orecchie. Provai a scuoterla, prima delicatamente e poi con forza. Alla fine aprì gli occhi. Era sotto choc, sembrava quasi non riconoscermi, ma mi bastava. Gridai di gioia il suo nome, la strinsi forte, la baciai. Fu allora che sentii di nuovo quel rumore!

Era più sordo però. Sembrava un gorgoglio, un vagito proveniente da tante minuscole bocche che gridavano fuori sincrono. Alzai lo sguardo cercando la sorgente del suono. Quando la vidi la mia mente vacillò. Stavo fissando una placenta brulicante di materiale gelatinoso e purulento ricoperto di occhi e di fauci zannute che si contorcevano nel tentativo di rompere l'involucro che le conteneva. Era avvinghiato a quel che rimaneva dell'antenna satellitare. E mi fissava!

Folle di terrore mi voltai verso Alice, che tenevo tra le braccia. Si guardava intorno spaesata, e non pareva sentire ne' vedere nulla. Cercai di rimetterla in piedi, ma sembrava non riuscire a reggersi da sola. La caricai sulle spalle, e corsi. Non ebbi la lucidità di cercare le chiavi della macchina in mezzo a quel marasma. Raggiunsi l'aia, e mi gettai a capofitto dentro il pioppeto. Cercai di mettere più metri possibili tra noi e la casa, ma la mia corsa era rallentata dalla scarsa visibilità e dal peso morto di Alice sulla mia schiena. Sapevo che, per salvarci, dovevamo superare gli argini oltre il bosco e raggiungere il paese. Non ci riuscii. Non me lo permisero.

Inciampai su una radice e caddi rovinosamente. Mi alzai dopo qualche istante. Quello che vidi fece morire qualcosa dentro di me. Non ero inciampato su una radice. Qualcosa mi aveva fatto cadere, di proposito. Sembrava un albero ma non lo era. Era alto, tozzo, e si poteva muovere! Vorticava tentacoli simili a rami, ed il corpo, il tronco! , era ricoperto di fauci grinzose da cui colava bava. Era dietro ad Alice, che faticava a rimettersi in piedi, ignara di tutto quello che stava succedendo. Balbettai, gridai il suo nome, ma non se ne accorse. Fu allora che capii. Non poteva sentirmi, e non poteva camminare. Non con i timpani perforati dalla frequenza a cui era stata sottoposta in precedenza. Non riuscii a muovermi. Potei solo guardare. Alice fu avvinghiata da quei nodosi tentacoli ed innalzata fino ad una delle bocche. Poi, mentre mi fissava impaurita, l'essere la strappò!

Persi i sensi, gridai, vomitai, piansi. Forse anche contemporaneamente. Quando rinvenni la creatura era ancora lì, innanzi a me. Non potei far nulla. Mi spinse di nuovo dentro la casa. Mi voleva là! Entrai, solo per notare che la cosa al primo piano era nata . Strisciava lentamente gorgogliando. Era un'informe melma composta da agglomerati di pustole ricoperte di occhi e fauci che continuavano incessantemente a scoppiare e a riformarsi, inglobando quello che incontrava lungo il suo cammino. Quando mi vide sembrò accendersi di colori iridescenti, ed il ritmo di creazione e distruzione delle pustole accelerò. Feci per fuggire di nuovo fuori, ma l'essere che aveva ucciso Alice era lì per impedirmelo. Ero morto. Per qualche strano motivo, ero stato scelto. Dovevo morire lì, in quella casa, per mano di quella cosa strisciante. Non mi importava. Non volevo più vivere. Ma volevo sapere perché . Lo dovevo ad Alice. Almeno questo dovevo capirlo.

Corsi in garage, mi barricai dentro. Dovevo fare in fretta, la cosa non ci avrebbe messo molto a raggiungermi. L'unico indizio che avevo era quel suono tremendo. Non poteva aver avuto una durata troppo lunga, o me ne sarei accorto mentre suonavo. Mentre suonavo! Stavo registrando, dovevo avere le tracce del suono sul mixer! Le trovai. Sovrapposto ai mie brani c'era una segnale inconsueto. Mi maledissi per essere stato così bovino e superficiale.

Erano le funzioni d'onda che simulavo e analizzavo nella mia Tesi di Laurea!

Iniziai a filtrare i segnali spuri, fino ad isolarli completamente. Poi li passai attraverso speciali algoritmi in modo da diminuirne la frequenza perché non fossero nocivi per l'udito. Infine li ascoltai. Ciò che udii non aveva nulla di umano. Era un'empia nenia composta da parole inintelligibili che sembravano partorite da un linguaggio alieno e blasfemo.

Ia Ia Fhtagn! Cthulhu Fhtagn!

Ciò che mi sconvolse di più fu che la cosa strisciante rispose. Era vicina, e sembrava reagire al segnale contorcendosi e graffiando da oltre la porta. Come interruppi la riproduzione, anche l'essere smise di agitare le sue empie membra. Dovevo fare in fretta, la porta stava cedendo.

Il computer del mixer era ancora in rete. La connessione remota col server FTP del Professor Lorentini era ancora attiva. Mi collegai di nuovo, e trovai le risposte.

Pensavo di essere stato io a scegliere la Tesi. Sbagliavo. Ero io ad essere stato scelto, dopo attente valutazioni. Ero il soggetto perfetto: disinteressato, individualista, asociale.

Ero la Cavia 13!

Il Professor Lorentini aveva scoperto come il big bang non fosse altro che un'enorme esplosione di energia causata dalla risonanza di cantici rituali che esseri extraterrestri utilizzarono per imprigionare nel profondo dello spazio entità chiamate Antichi. La musica le teneva dormienti ed inoffensive. Le ricerche del Professore vertevano sullo sviluppo di un contro canto che permettesse di convogliare e controllare questi esseri dormienti. Ed io, nella mia curiosità, avevo lanciato il programma sperimentale di richiamo. Il Professore aveva gettato l'amo. Io ero caduto nella trappola. Ma non finiva qui. Quando lessi gli ultimi appunti smisi di piangere per Alice. Lei era morta, a me sarebbe accaduto di peggio.

Avrei generato una covata blasfema! Dovevo essere assimilato dalla progenie stellare che avanzava strisciando ai miei piedi, e dovevo darle intelletto. Una cavia!

La creatura mi sta lentamente digerendo. È arrivata al mio petto ormai. Ma non ha importanza, non merito di vivere. Non voglio sapere cosa diverrò. Sto registrando quanto è successo perché voglio che ricordiate. Che sappiate chi ero.

Mi chiamo Angelo Santi. Ero uno di voi.

ALESSANDRO CREMONESI

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