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BUIO
di Mattia Sirocchi
Ho freddo.
E c’è buio.
O forse sono io che non riesco ad aprire gli occhi, non so.
Nella gola sento il sapore della terra umida e nel naso l’odore del legno marcio, come quel pomeriggio nel faggeto.
Tutto il mio corpo è morto, immobile come una statua di gesso.
Provo ad urlare ma non sento nulla, neanche la mia voce, soltanto un sordo ronzio nelle orecchie. No, non è freddo è qualcosa d’altro. Una sensazione oscura che morde le mie carni, entra nelle ossa e si riverbera in tutto il mio corpo.
Come se fossi bagnato da una nera e gelida acqua proveniente dalle remote profondità del tempo.
Le dita delle mani raschiano contro qualcosa di duro e ruvido, è tutto quello che riesco a fare.
Sento le unghie spezzarsi e riempirsi di schegge, i polpastrelli lacerarsi e bagnarsi del mio caldo e viscoso sangue.
Eppure non sento dolore.
Strano.
L’unica cosa di cui sono sempre stato certo era il dolore. Ero sicuro che mai mi avrebbe abbandonato, unico compagno fedele della mia esistenza.
Evidentemente mi sbagliavo.
Mi piacerebbe avere qualche altro ricordo di me a tenermi compagnia ma la mia mente è vuota, nera come il buio che mi avvolge e mi soffoca.
Ora le mie palpebre sono aperte, ne sono sicuro questa volta, ma il mondo intorno a me non cambia.
No! Mi sono sbagliato ancora.
Un’immagine si forma dietro i miei occhi vuoti. C’è un corpo, il mio, ma non mi riconosco, non ricordo come sono fatto, come la gente mi vede, ma so di essere io.
Dei tubicini piccoli e sottili s’insinuano nella mia carne, entrano nelle vene portando liquidi e togliendo sangue.
Mi sorprende il fatto di averne ancora. Di avere ancora qualcosa di caldo che scorre dentro di me.
Freddi metalli mi accarezzano con le loro lame appuntite e taglienti.
La mia pelle si tende allo spasimo ma alla fine è costretta a cedere.
Poi tutto torna buio.
Ancora una volta non sento niente. Non riesco ad abituarmi a tutto ciò, al lento disfacimento che mi assale.
Neppure il mio cuore batte, ed è peggio di tutto quanto, peggio del buio, peggio del freddo, peggio delle schegge delle mie unghie conficcate nelle dita.
Poi capisco, o almeno credo di capire.
E’ la scatola di legno in cui mi trovo, a cullarmi nel suo oscuro e umido grembo, è il suo lungo coperchio a frapporsi tra i miei occhi e i ricordi della mia mente.
Urlo ancora.
Questa volta più forte, fino a lacerarmi i polmoni, fino a sentire un dolce e rassicurante dolore, finalmente.
Ora mi sento, sento la mia voce.
Ma sono solo.
Nessuno accorre al mio grido, alla mia disperata richiesta d’aiuto, alla mia preghiera.
Vi supplico, se qualcuno di voi mi sta sentendo, fatemi uscire di qui.
Io non sono morto.
MATTIA SIROCCHI |