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LA BESTIA DORMENTE
di Uberto Cereoli
Quando dalle tenebre affiora il parcheggio turisti, la Rover infila la sassaia a sinistra, urtando da una parte e dall’altra. I fanali tondi illuminano la carraia, i muri di pietre a secco ai lati e la notte illune. Continui ad accelerare e l’auto avanza, tra botte e scintille, finché, dall’orizzonte uniforme e indistinguibile, compare il cromlech, bruni monoliti sulla collina sdentata.
Freni di colpo e il pick-up scivola per qualche metro, ruote bloccate sul fango, ciottoli che schizzano ovunque. Il carico finisce contro l’abitacolo per inerzia; un gemito e il lunotto poste-riore si macchia di sangue. Bestemmi e scendi, lasciando i fari sul circolo di pietre, lucide a tratti.
L’odore del sangue è coperto da quello della frizione e dei freni.
Scopri che il corpo è ancora tenacemente aggrappato alla vita. Se la pazzia fosse un calice di vino, sarebbe ora di assaggiarne il gusto fruttato, ora che sei a un passo dall’epilogo, ora che mollare tutto è un azzardo che non ti puoi permettere.
Hai una torcia elettrica in mano quando la tua vittima sussulta.
Colpisci più forte che puoi.
Una volta.
Due.
Tre.
Ancora e ancora.
Denti, pelle e carne schizzano ovunque.
Butti il corpo a terra.
Lo trascini fino alla pietra orizzontale.
Il sangue ricopre l’altare di un vermiglio viscoso.
La tua folle rabbia ha decantato abbastanza, ed ansimi, esausto. Sei un diadema incastonato tra monoliti verticali e la luce dei fanali dona al tuo rito antico un sapore moderno. Sei sull’altare dei padri, su uno di quelle pietre insani e perverse dedicate ai Grandi Antichi.
Con il coltello sacro, metterai la parola fine a questa torbida storia, ma devi agire prima che la creatura si riprenda. Sorseggi del whisky, scolando avidamente la fiaschetta che nascondi nella tasca interna del giubbone. Abbassi la guardia per un istante, per un solo, singolo istante. Un istante di troppo.
La bestia allunga uno dei sui arti mostruosi.
Ti ghermisce.
Gli artigli feriscono il costato.
Dolore.
Il giubbone e la t-shirt del tuo cantante preferito sono a brandelli.
Inebetito dal sapore forte del malto attacchi furiosamente.
Gridi irripetibili insulti.
L’arma perfora il cuore della bestia. O così ti sembra quando il sangue vermiglio e putrescen-te t’invischia.
Ansimi, i vagiti della bestia scemano nel buio. Dopo venti colpi il pugnale ti scivola nell’erba, umida di rugiada. Ora che lo sai lontano dalle dolci colline dell’Aberdeenshire, noti sul volto del mostro un’espressione umana: chiedeva pietà o covava soltanto odio? Alla tua follia e alla paura subentra una rivoltante curiosità ed esamini le scaglie bluastre che ricoprono il corpo della bestia: sembra un incrocio indescrivibile e ripugnante tra un rettile e un uomo. O un pesce antropomorfo, qualcosa che la tua fantasia può comprendere soltanto tramutandosi in follia. Ti avvicini al muso, martoriato, ma non hai il coraggio di esplorarlo ancora, irriconosci-bile e disgustoso. nella tua mente si imprimono gli occhi della bestia, opali grezzi ormai spenti. Il puzzo del sangue che impregnai vestiti è insopportabile.
Hai perso sei amici per colpa di quello spietato predatore e ripensi alle ipotesi di Mick, scomparso nell’ultima battuta di caccia, alla possibilità che fosse un esperimento dell’esercito, o un animale esotico sbarcato ad Aberdeen, o un incubo del primitivo passato dell’umanità op-pure, perché no, un extraterrestre. Sembravano a tutti follie più folli della folle realtà, ma la verità era un’altra. La verità è che tu sapevi cos’è. Lo hai sempre saputo, perché sei tu che l’hai invocata. Non avresti dovuto compiere quel rituale. Non avresti dovuto leggere quella copia del libro di Al Azif. Non avresti neppure dovuto cercarla. O almeno avresti dovuto dire a tutti cos’era. Ma ormai non ha più alcuna importanza cosa hai fatto e come sono andate le cose, ora ha impontanza quello che fai. Vai al pick-up, prendi una tanica di benzina e torni all’altare.
Il cuore ti rimbalza in gola.
La bestia è scomparsa.
Rimani immobile.
Il pugnale scintilla come un diamante.
Dista cinque passi.
Molto vicino e troppo lontano.
Tremi e cerchi di carpire ogni suono all’oscurità.
Affoghi nel silenzio.
Poi la senti strusciare.
Abbandoni la tanica e ti lanci verso il pugnale.
Senti gli artigli della bestia sibilare nel freddo.
Ti mancano di un soffio.
Allora la bestia ti aggredisce, ma tu la pugnali.
La scaraventi sull’altare.
E picchi ancora.
Colpisci fino a quando sei tu a diventare una bestia.
Bestemmi in gaelico mentre inzuppi di benzina la creatura. Accendi il corpo e danzi intorno al fuoco, indemoniato, finché le forze non ti vengono meno. Millenni prima di te, in quel luogo sacro, la tua progenie druidica danzò ai Grandi Antichi invocando pietà e potere.
È una notte tormentata, sconvolta da incubi ancestrali, violenti. Ti svegli all’alba, le braccia pesanti e un fitto dolore al costato. Gioisci perché l’incubo è finito e prima di tornare alla Ro-ver, controlli per scrupolo l’altare di pietra bruna, dove giacciono i resti carbonizzati della be-stia. Ossa, cenere e brandelli di cose che il fuoco non ha divorato completamente.
Fissi i resti inorridendo, quello che vedi non è il mostro, è un corpo umano.
Follia.
Paura.
Rabbia.
Nulla appare concreto.
Scivoli a terra trafitto da un dolore lancinante alle braccia.
Sotto la pelle qualcosa cerca di uscire.
La deforma.
Le fitte diventano insopportabili.
Ti rotoli a terra.
Invochi pietà.
All’apice di quel dolore inestinguibile la pelle si lacera.
Finalmente quelle cose escono.
Luccicanti squame, bluastre.
Piangi, urli, non hai la forza di fare altro. E ogni cosa diviene chiara. Quel tuo insano rituale non ha evocato alcuna bestia, ha risvegliato quella che dorme dentro ogni essere umano, una bestia perversa che aspetta pazientemente che qualcuno sia abbastanza folle da invocarla. Ne ricordi il nome, un nome maledetto, perverso, impronunciabile.
Ridi, isterico, disperato, folle, e senti che la razionalità viene divorata dall’istinto, la paura diviene forza, ciò che è familiare diviene pericoloso, ogni cosa diviene il suo contrario.
Il sole sorge, sbocciando timidamente tra due pietre, ad est, cingendo nel suo tiepido abbrac-cio i monoliti di nuda roccia. Il tuo grido animalesco riempie la valle. Nel silenzio spettrale senti l’eco di una risposta, lontano.
Altri stanno diventando come te, altri cadono vittime delle tue sragionanti azioni. E il delirio allora diventa speranza: presto ci saranno altri come te, presto sarete in molti ad adorare i pri-mordiali Déi, caduti sulla terra eoni prima di oggi.
Questa non è la fine, amico mio, e tu lo sai meglio di me. Questo è un nuovo inizio.
UBERTO CERETOLI
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