BABILONIA, LA CITTA'ETERNA
di Roziel-Alexiel Aziel

 

 

 

 

 

"Ora basta, farai quello che ti dico, e ora fila in camera tua!"….. La porta si spalancò così velocemente che tutti gli scacciapensieri della sua camera tentennavano, e così velocemente come si era aperta si richiuse dopo che Vargav era passato. SBAM "E non sbattere la porta!". Vargav era disteso sul letto con gli occhi pieni di lacrime, questa era una delle solite scene che Vargav era abituato a vivere, suo padre voleva a forza farlo diventare un mercante come lo era lui e come lo era stato suo nonno prima di lui e tutti in famiglia, ma lui non voleva, a Vargav non interessava diventare un mercante, non gli interessavano i soldi, lui era interessato alla magia, alla taumaturgia in particolare. Si era accorto del suo potere, così lo chiamava lui, pochi anni prima, mentre lui e Leila, sua sorella, giocavano nella foresta attorno a Rosaltheld il loro villaggio natale. Un villaggio popolato esclusivamente da elfi, Patheroth, il padre di Vargav, era un mercante di gran fama dalle sue parti tutti conoscevano il suo nome e la sua serietà nel lavoro, qualunque cosa gli chiedessi lui la trovava, oggetti, reagenti, armi, niente era impossibile da trovare per Patheroth il mercante.

"Vargav, aspettami" gridava Leila cercando di raggiungere il fratello che per lei era troppo veloce, "Forza Leila, se non torniamo entro cena papà si arrabbierà di nuovo" gridò mentre correva sempre più veloce, passarono il grande faggio dove pochi giorni prima avevano giocato e passarono anche il fiumiciattolo che separava i boschi intorno a Rosaltheld da quelli di nessuno, "Leila siamo quasi arrivati" disse Vargav saltando da una pietra all'altra e raggiungendo dopo cinque o sei salti la sponda del fiume opposta. Vargav si girò e non vide nessuno, un'ansia terribile s'impadronì del suo corpo e una fitta lo stava distruggendo, come se qualcuno gli avesse piantato una spada nello stomaco.
Leila non doveva essere così lontano da lui, dopotutto erano insieme fino a qualche secondo prima. Tornò sulla sponda del fiume dove si trovava prima e cominciò a percorrere la strada che stavano percorrendo lui e Leila, ma non la vide.
Stava iniziando a fare buio, gli uccelli sopra di lui cinguettavano e tornavano ai propri nidi, mentre l'ululato di un lupo si sentì in lontananza. Vargav era ormai stanco ma non poteva tornare a casa senza sua sorella, così cominciò a cercarla fra i cespugli e i rovi che circondavano la strada ma niente da fare, Leila non c'era. Vargav era ormai pieno di graffi e di ferite provocate dalle spine, il cielo era diventato scuro e le lune risplendevano nel cielo, Vargav volse lo sguardo verso l'alto, fra le folte chiome degli alberi, s'intravedeva Selene, la luna bianca, per un attimo si scordò che il suo primo compito era quello di cercare sua sorella, la luce lo trasportava in un mondo tutto suo.
Era al centro di un corridoio bianco senza finestre, ad un'estremità si trovava una grande porta anch'essa tutta bianca ricamata d'oro e pietre preziose, da quella porta fuoriusciva una luce rossastra. Vargav cominciò a correre per il corridoio in direzione della porta che a mano a mano che si avvicinava iniziava a chiudersi, allora Vargav corse a più non posso e riuscì ad arrivare alla porta, con una mano afferrò la porta per aprirla e per guardarci dentro cosa poteva mai nascondere quella porta dorata e tempestata di pietre preziose, appena fece per guardare, una grossa mano ossuta fuoriuscì e afferrò la mano di Vargav che timoroso cercò di divincolarsi da quella presa, ma non ci riuscì e pochi secondi dopo dalla porta fece capolino una figura incappucciata con gli occhi rossi che prese per il collo il giovane elfo e iniziò a stringere a più non posso. Vargav sentì mancarsi l'aria, la vista si appannava, non sentiva bene le parole, se così potevano definirsi, che la figura emetteva., chiuse gli occhi e sentì una grande forza nascere dentro di sé, "distruggilo", una voce lo consigliava, "Ascoltami……. Fidati di me, ascolta le parole che ti vengono da dentro.." la voce era sparita, la morsa al collo si stringeva sempre di più, oramai non aveva neanche più la forza di reggersi in piedi, si accasciò a terra e la figura continuò a stringere sempre di più, i suoi occhi rosso sangue diventavano sempre più grandi…."Le pa….ole che ti ven….o da dentro di sa….eranno", oramai non riusciva neanche a distinguere le parole che la voce gli diceva, con uno sforzo terribile puntò il palmo della mano contro il petto dell'assalitore e pronunciò con voce soffocata"Per il potere della vita ti distruggo!" un lampo di luce scaturì dalla sua mano e colpì in pieno petto l'assalitore che mollò la presa e cadde con un tonfo a terra.
La figura incappucciata che fino ad un attimo prima lo stava assalendo era scomparsa e lui si ritrovò accasciato a terra nel bosco a fianco del grande faggio. Una figura nera imponente davanti a lui avanzava, sembrava avesse in braccio una persona, una bambina di preciso. Il cuore di Vargav batteva all'impazzata, che fosse ancora la figura che prima aveva tentato di soffocarlo? La persona si avvicinava sempre di più fino a che non arrivò davanti a Vargav e posò la bambina a terra al fianco dell'elfo, poi si incamminò verso il fiume. Vargav girò la testa per vedere chi fosse quella bambina che aveva appoggiato al suo fianco, era Leila. La sorella era piena di graffi e con una grossa ferita sulla gamba, il vestito che portava era pieno di strappi ed i capelli pieni di rami e scompigliati, in faccia,sulle braccia e sulle gambe era piena di lividi e di sangue che fuoriusciva dalle varie ferite che riportava sul corpo. Con uno sforzo enorme Vargav si alzò, ma una fitta alla gamba lo fermò, non si ricordava di essersi ferito, così riprovò ad alzarsi, ma una fitta ancora più grossa lo riportò a terra. Vargav guardò la gamba e vide che i calzoni che portava erano tutti sporchi di sangue e poi vide la grossa ferità che continuava a sanguinare. Prese con i denti un pezzo della camicia che aveva addosso e lo strappò, lo legò stretto alla gamba in modo che gli facesse meno male, poi con un grande sforzo si alzò. Si inginocchiò di fronte alla sorella ancora svenuta e pensò a come poteva fare per tornare a casa, chi avrebbe potuto sentirlo nel fondo della foresta. Attorno c'era talmente buio che neanche la luce delle due lune filtrava attraverso le chiome degli alberi. "Aiuto, qualcuno può sentirmi… qualcuno mi aiuti…" nessuna risposta, solo il battito di un uccello e il verso incessante di un gufo e il continuo ululato di un lupo. Il verso del gufo cessò e si sentì un rumore fra i cespugli attorno a loro, Vargav si chinò vicino alla sorella, cosa poteva fare, non aveva niente con sé, né una benda né qualsiasi altra cosa potesse curare delle ferite. "Ascolta le parole dentro di te…." Ancora la voce che aveva sentito nel sogno, "Le parole…" Vargav sospirò e svuotò la mente dai pensieri, non sentiva più rumori attorno a sé, mise la mano sulla gamba della sorella e disse in tono solenne "Per il potere della vita curo questa ferita!"….. Per qualche secondo non accadde niente, poi la ferita alla gamba cominciò a rimarginarsi fino a sparire completamente, mentre una lieve luce veniva emanata dalla mano di Vargav.
"Che cosa stai facendo!" un urlo da dietro di sé fece spaventare Vargav che cercò di alzarsi in piedi scordandosi della ferita, quindi ricadde subito su se stesso. La figura che prima si era allontanata era tornata, mentre si avvicinava con qualcosa in mano che poteva assomigliare ad un secchio il cuore di Vargav cominciò a battere sempre più forte.
La figura si avvicinava sempre di più e con un soffio di vento delle foglie si sollevarono dal terreno e spostarono alcuni rami. La luce delle lune passò attraverso per qualche secondo, ma quei secondi bastarono per poter riconoscere la figura che continuava ad avvicinarsi "Padre…" urlò Vargav che con un grande sforzo si alzò e corse verso l'elfo. Quando fu abbastanza vicino, Vargav abbracciò il padre con le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi, Patheroth non si mosse minimamente, anzi, allontanò Vargav e gli piantò uno schiaffo che fece cadere l'elfo all'indietro. "Non osare mai più avvicinarti a lei!" disse Patheroth poi prese in spalla Leila e s'incamminò verso il villaggio. Vargav non sapeva cosa fare, le lacrime continuarono ad uscirgli dagli occhi, ma non erano più lacrime di gioia, erano lacrime d'odio nei confronti del padre, cosa mai aveva fatto per meritarsi tutto ciò.

Vargav ricordò come il padre lo aveva trattato alcuni anni prima e prese una decisione, non poteva stare ancora lì dove nessuno a parte sua sorella gli voleva veramente bene, prese una borsa e ci ficcò dentro tutte le sue cianfrusaglie, posò una lettera sul tavolo della sua camera, poi come già aveva fatto altre volte aprì la finestra e si lanciò giù. L'ululato dei lupi copri il tonfo che fece quando cadde a terra, si rialzò, prima di andarsene doveva almeno salutare le uniche persone che gli avevano voluto veramente bene, s'incamminò così verso il cimitero del villaggio.
Una volta giunto lì oltrepassò il cancello e si fermò su di una grande tomba dove a grandi caratteri era scritto
"Alexiel Aziel, vissuta per amare morta per amore" Vargav si piegò sulla tomba della madre e iniziò a piangere, depose dei fiori che poco prima aveva raccolto in un vasetto a lato della tomba e poi si rialzò e oltrepassò la grande tomba per arrivare ad una tomba più piccola dove era inciso sulla pietra "Roziel Aka", poso dei fiori anche a fianco della tomba del suo migliore amico, ricordò che era morto qualche mese prima perché non voleva rivelare il nome di chi aveva curato con una magia la ferita che si era inferto pochi giorni prima, era stato lui, Roziel era morto per difenderlo, era l'unico che in quel villaggio credesse a lui, pochi giorni prima aveva detto che secondo lui doveva dedicarsi completamente alla magia, era l'unico nel villaggio che era indifferente alla magia, tutti gli altri avevano paura e uccidevano chiunque sapesse utilizzare un qualunque potere classificato come magico, lui per molti anni era dovuto stare zitto e sopportare tutto quello che dicevano, molte volte avrebbe voluto urlare a tutti "Io so usare la magia", ma sapeva che se l'avesse fatto sarebbe morto di sicuro, aveva paura, pianse anche davanti alla tomba di Roziel. Dopo pochi minuti si alzò e si avviò verso l'entrata del villaggio, si girò per vederlo un'ultima volta, per vedere quel posto dove era cresciuto e dove era stato educato e dove molte volte era stato picchiato e poi consolato dalla madre, dove aveva giocato e dove aveva riso assieme a Roziel e Leila. Una lacrima gli scese sul viso, l'elfo fece finta di niente e si rigirò iniziando il suo viaggio, attraversò il fiumiciattolo saltellando come faceva da bambino, oltrepassò il grande faggio e dopo qualche ora uscì dalla foresta e vide davanti a sé l'immenso deserto dello Shasbet, si rigirò e guardò anche la foresta che prima d'allora l'aveva protetto, la foresta che nascondeva il villaggio sugli alberi dov'era nato e cresciuto. Ripartì verso Babilonia, la città eterna, la città senza distinzione di razze, la città dove avrebbe potuto studiare la magia come Roziel avrebbe voluto. Poco dopo una carovana si affiancò a lui "Dove vai piccolo elfo?" chiese un signora anziano sorridendo, "A Babilonia signore…" rispose Vargav, "Anche noi. Sali, altrimenti ci metterai un'eternità, e poi non è saggio addentrarsi nel grigio deserto della Shasbet da soli ed a piedi…." Il vecchietto sorrise ancora, Vargav sorrise a lui e salì sulla carovana a fianco dell'anziano signore. Pensava a tutti quei bei momenti passati assieme a sua sorella Leila e a Roziel, pensò ai pochi momenti passati con la madre prima che morisse. Pensò a suo padre. Un'altra lacrima cadde sul viso di Vargav, il signore lo stava fissando "Ecco, quella che vedi davanti a te è Babilonia, la città eterna" Vargav alzò gli occhi e vide l'immensa torre levarsi fino al cielo e ancora più su, talmente tanto in alto che non si riusciva a vedere la fine. Il sole risplendeva sulle dune del deserto, era l'alba, chissà che avrebbe detto il padre quando non trovandolo nella sua stanza e una volta letta la lettera avesse capito che si era diretto a Babilonia per non fare mai più ritorno. Vide le enormi porte di Babilonia aprirsi di fronte alla carovana e poi richiudersi dietro di loro una volta che furono passati. "Bene, eccoci arrivati a Babilonia ragazzo…" "Non mi sembra di ricordare il tuo nome, potresti ripetermelo?" disse il vecchio fermando la carovana per far scendere l'elfo "Il mio nome…. Mi chiamo Roziel-Alexiel Aziel" disse l'elfo sorridendo "Bene, mi ricorderò di te.." "E il suo nome signore?" chiese curioso l'elfo"Il mio nome non ha importanza, non più oramai, addio ragazzo…." Così dicendo il vecchio risalì sulla carovana e sparì fra la folla di Babilonia "Addio signore… addio".

 

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