Lupi

Membri attivi: Sir Murtagh, Capobranco
Sargatanas Furianera
Bubak Furia d'Acciaio
Lady Carmilla, la Superba
Rahab la Tempesta
Balthazar il Gelido
Lothar Von Constantine
Karnak
Quartieri: Orchesco


Noi intoniamo il Canto del Sangue,
l'inno alla caccia, la sinfonia del dolore.
Ci guida famelico il tetro lamento:
la sete richiama il più cieco furore.


Noi siamo i Lupi...

Poche sono le Libere Compagnie che si lasciano alle spalle un così aspro ed imprevedibile cammino di costanti mutamenti, cambi di rotta e rinnovamenti interni come i Lupi, ancora meno sono le Shaddak che possono vantare un così longevo passato di unità e coesione. I Lupi sono branco, i Lupi sono furia, i Lupi sono puro istinto. Affrontiamo ogni minaccia uniti e compatti non per rigore marziale, non per disciplina, ma per il bestiale impulso a muoverci come un solo, letale cacciatore. Siamo il volto ferale e predatorio di creature della notte come Daemoni e Vampiri. Sanguinari infestatori dei campi di battaglia, ci siamo distinti tra le file di quella che fu la Fazione Oscura per la nostra ferocia in combattimento. Quartiere dopo quartiere, la nostra Shaddak non ha fatto che crescere in numero, attirando vampiri fuori-casta e diabolici mostri vomitati da portali abissali.
Se però la sopravvivenza del branco è la nostra priorità e l'unione la nostra forza, tale credo tribale è stato anche radice della nostra dannazione. Un tempo fervente orda di Micantecutli e terrificante brigata di guerrieri della Morte, le nostre anime oscure sono ora fra le gelide braccia di Ereshkigal, offerte in cambio della salvezza dei nostri fratelli caduti.
Se dunque ora ululiamo il Canto del Sangue in onore di una nuova Regina delle Nevi, se dunque adesso incrociamo le nostre lame di ghiaccio e ossa con coloro che un tempo chiamavamo compagni di fede e di guerra, la natura del branco non è certo cambiata.

Quando le altre Compagnie perdevano soldati lungo il cammino, noi accrescevamo le nostre file.
Quando l'era delle Fazioni volgeva al tramonto, noi ci stringevamo attorno al nostro vessillo.
Quando gli amici di un tempo ci additavano come traditori e infedeli, noi consolidavamo la nostra fratellanza.
Noi siamo i Lupi... e questa è la nostra storia.



Il Canto del Sangue e il Sepolcro del Lupo

Io intono il Canto del Sangue,
l'inno alla caccia, la sinfonia del dolore.
Mi guidi famelico il tetro lamento:
la sete richiama il più cieco furore.
Figlio dell'incubo, stirpe del buio,
di Tenebra e Morte io sono il parto.
Assaporo agonia, macabra estasi
a spezzare ogni vita, a strappare ogni arto.
L'eterna Non-vita, che ogni senso ha perduto,
infiammo nutrendomi di ogni peccato.
La sete è implacabile, bestiale il fremito:
per sempre immortale, per sempre dannato.
Invoco allora la benedizione
degli Oscuri Numi e della Notte più nera.
In Loro onore e per Loro volere
Il Canto del Sangue riecheggia stasera.

In principio Padre Balthazar non aveva mai dato troppo peso a quell'antica litania, scritta con sangue su una pergamena di pelle umana ed esposta nella sala dei trofei dell'aristocratico maniero del Carmen Sanguinis, il Casato minore a cui apparteneva. Certo, non poteva non trascurare l'importanza storica di tale documento, dato che era stato proprio quel salmo in onore di Micantecutli a dare il nome al clan. Si diceva fosse stato composto dal capostipite in persona, il famigerato Lord Endymion, famelico strygoi e fanatico condottiero di Micantecutli, rimembrato come il Lupo di Sangue e Acciaio per via dell'armatura di selenite nera che indossava durante le furiose crociate contro i pochi seguaci di Mitra ancora militanti per le strade della Città Immortale.
Nonostante la sua crescente fama fra la nobiltà vampirica, il capo-clan non era mai riuscito nell'intento di trasformare il Carmen Sanguinis in una Beith, una casata maggiore, e divenire così un Maestro di Tenebra. Sin dal principio, era stato osteggiato dal Consiglio degli anziani vampiri, timorosi di non poter controllare il clan per via della sregolatezza e dell'indole anarchica dei suoi membri, troppo giovani e assetati di sangue per essere inseriti nei millenari meccanismi di dominio delle Beith. Nel frattempo però, le brame del neonato clan erano diventate pressanti, i suoi affiliati imprevedibili e ambiziosi. Giunse la notte in cui le Beith optarono per una purga, al fine di eradicare il problema alla radice e preservare così lo status quo.
Dopo il massacro del clan ad opera dei sicari inviati dai Maestri di Tenebra, i versi del Canto del Sangue nichilisti divennero il mantra dei superstiti Balthazar e Drauka Rhal, che tra i vicoli del Quartiere dell'Abisso tramavano vendetta e speravano di poter ricostruire un giorno il loro clan ormai decaduto.

Per cercare valide guardie nere e cavalieri sanguinari con cui realizzare tale sogno, i due vampiri fuori-casta si arruolarono nella neonata Fazione Oscura, tra le cui file fecero la conoscenza di Konrad von Faust, uno strygoi altezzoso e fiero, giunto come viandante dalla Torre di Etemenanki. Con questo misterioso e taciturno individuo, Balthazar poté condividere la passione per lo studio della demonologia e la ricerca di conoscenze oscure e perdute, poiché oltre che un virtuoso spadaccino Konrad era anche un profondo erudito di culture antiche.
Assieme a Drauka Rhal, invece, il vampiro appena giunto su Khronos intraprese la carriera militare arruolandosi nella Legione Nera.

Ai primi raduni delle Fazioni Imperiali, il trio di vampiri si imbatté in un eterogeneo branco di daemoniti, furie e incubi. Si facevano chiamare I Lupi, perché si muovevano in branco... e in branco cacciavano, famelici e animaleschi. Spaesati e straniti, vomitati da chissà qualche portale abissale, non ricordavano da dove provenissero di preciso: era la sete di sangue e la brama di guerra a guidarli. Li capitanava una nerboruta e minacciosa furia di nome Murtagh: egli sosteneva che Micantecutli gli avesse parlato, dicendogli che in quel nuovo mondo a lui sconosciuto, avrebbe incontrato una persona, una guida che gli avrebbe illustrato come incanalare in un obiettivo il proprio furore omicida. Murtagh riconobbe questa figura in Padre Balthazar, prete del Re Scorpione.
L'arrogante lilin approfittò prontamente della situazione per crearsi il proprio esercito personale di creature immonde, spietate e implacabili: non sapeva ancora che l'incontro con i Lupi avrebbe stravolto la sua non-vita e quella di Drauka, che nel frattempo scalava i gradi di ufficiale di Legione, spinto dall'ambizione.
Col passare del tempo, quando la coscienza e la memoria di Murtagh e dei suoi compagni si sarebbe rischiarata, avrebbero rimembrato le loro origini. Provenivano da Pandaemonium, un Infra-mondo di collegamento tra i piani abissali di Caos, Mente e Morte. Una brulla terra martoriata da burroni e crepacci, sovrastata da un cielo sempre ammantato di nuvole nere striate di rosso. Una landa sferzata da venti mefitici e tempeste di sabbia sulfurea, dove bande di demoni si affrontavano per la supremazia sul territorio. Battaglia dopo battaglia, il feroce capo-guerra Murtagh aveva infoltito il proprio contingente di furie sottomettendo diversi comandanti delle schiere avversarie, attraverso la tribale legge del più forte: fu il destino di Morsereg il Rosso e di Rubicante il Torturatore.
Un giorno però, Micantecutli aveva parlato a Murtagh e ai fedeli luogotenenti Bubak Furia d'Acciaio e Sargatanas Furianera, indicando loro un portale verso un piano sconosciuto. Il capo-guerra aveva ordinato ai suoi guerrieri di tuffarsi attraverso la soglia dimensionale. In batter di ciglio si erano ritrovati ai piedi della torre di Etemenanki. Dell'intera truppa, al viaggio attraverso i piani erano sopravvissuti soltanto un piccolo manipolo di guerrieri abissali, intontiti e scombussolati, tra cui Vikit la Scaltra, Carmilla la Superba e Samael l'Asceta, un serpentino daemonita fedele a Shiva. Altri si persero per le pieghe dimensionali e impiegarono anni per ricongiungersi al branco, sempre guidati dal ferino richiamo di Micantecutli.

Intanto, il trio dei vampiri era riuscito a ricomporre i frammenti della leggenda relativa al Lupo di Sangue e Acciaio e al Canto del Sangue. Un'antica pergamena indicò loro l'ubicazione del sepolcro di Lord Endymion: era lì che dovevano recarsi per scoprire come ricostruire il clan. Drauka, Balthazar e Konrad sfruttarono la loro affinità con il branco dei Lupi per impiegarli come braccio armato nella pericolosa spedizione. La banda di Murtagh, smaniosa di sanguinarie avventure, accettò di buon grado. Raggiunsero così la tomba del defunto capo-clan, sperduta tra le sabbie nere dello Shasbet. Un piccolo tempietto contrassegnato dall'emblema dello Scorpione, ma nessun sarcofago...
Dubbiosi, i vampiri del Casato decaduto intonarono assieme a Konrad e ai Lupi il Canto del Sangue, per dare inizio al rituale che il prete lilin aveva ideato. Non appena l'inquietante nenia riecheggiò nella tetra cappella, il pavimento impolverato si aprì sotto ai loro stivali.... e il gruppo di avventurieri precipitò per metri e metri nel buio. Si ritrovarono, ammaccati e tumefatti, in un labirinto di umide grotte e cunicoli, l'aria densa di sussurri, schiocchi e scricchiolii.
Procedettero con cautela, consci del pericolo. Appena raggiunsero una caverna più ampia, da mille nicchie e cavità nella roccia sbucarono sciami di umanoidi simili a scorpioni. Non erano vivi, soltanto esoscheletri vuoti e placche chitinose, all'interno delle quali erano state sigillate malvagie anime dannate, il cui odio per quell'eterna condanna divampava dalle orbite vuote dei loro crani sotto forma di luce cremisi.
Gli incantesimi sacerdotali di Balthazar, uniti agli sforzi combinati dei due paladini oscuri Drauka e Konrad non furono sufficienti a fronteggiare i guardiani del sepolcro, che ferirono più volte i vampiri. Il branco di demoni invece, guidati dalla possente voce di Murtagh che rimbombava tra le pareti di roccia, affrontò la minaccia unito e compatto. Non per rigore marziale, non per disciplina, ma solo per il puro e animalesco istinto di muoversi come una sola, letale creatura.
Fu così che, facendosi strada a colpi di lama tra sentinelle-scorpione, scheletrici fanti e arpie non morte che si annidavano nei più alti recessi di quelle grotte sotterranee, la compagnia trovò finalmente il vero Sepolcro del Lupo. Un catafalco di marmo nero edificato su una pila di ossa sbiancate. Il gruppo di guerrieri oscuri la scalò, ferendosi con schegge e scivolando tra i teschi. Di nuovo, recitarono il Canto del Sangue riuniti a cerchio attorno al feretro. Questa volta il sarcofago si aprì, con sorpresa di tutti i presenti.
Ne uscì una creatura mummificata, bardata con una corazza di selenite nera incrostata di sangue, un mantello di pelliccia impolverata e un elmo di scuro acciaio modellato a formare il muso di un lupo. Un'entità d'oltretomba parlo attraverso le mascelle scricchiolanti di Lord Endymion: forse lo stesso Micantecutli.
“Perché giungete qui a destarmi dall'eterna stasi?”.
Intimorito ma composto nel suo rigore di soldato, Drauka Rhal rispose alla salma del capostipite, spiegando della caduta del loro casato e del loro desiderio di farlo rinascere a nuova gloria. Il Lupo di Sangue e Acciaio si infuriò:
“Stolti, inetti, patetiche imitazioni di vampiri! Il Carmen Sanguinis è stato sconfitto perché voi, come molti della nostra razza, vi siete rammolliti! Conducendo non-vite aristocratiche fatte di eleganti ricevimenti, piaceri decadenti e sontuosi banchetti, i vampiri di oggi si atteggiano come una marmaglia di pomposi nobili effeminati! Vi siete scordati che siamo predatori, bestie feroci e senza controllo... e nell'Impero di Gotha, siamo ora all'apice della catena alimentare. Ma se i vampiri continuano a rinnegare la propria natura di cacciatori, finiranno per soccombere!”.
Padre Balthazar dunque intervenne: “Ma allora come possiamo aumentare i nostri poteri, mio signore?”.
“Volete diventare forti, letali, implacabili? Abbandonatevi all'istinto, alla furia, alla sete. Comportatevi come un branco di lupi, brutali dominatori della notte. Questa banda di daemoni che vi accompagna vi indicherà la via: è il volere del Re di Mictalampa.
Perciò io ora vi maledico, decuplicando la vostra brama di sangue: ogni notte, intonerete il Canto del Sangue, ogni notte caccerete. Seguite la sete, abbandonatevi ad essa... solo quando ciò avverrà, Micantecutli vi parlerà di nuovo e così inizierà la vostra ascesa”.

Un turbinio di pulsioni bestiali, un lampo di luce scarlatta, il desiderio di uccidere, sventrare, sbranare. I guerrieri si ritrovarono di nuovo all'esterno del sepolcro, sdraiati tra le sabbie nere dello Shasbet. Nel palmo della mano di ognuno di loro, c'era una strana zanna di daemone, con incise le parole: Carmen Sanguinis. Artefatti con un'aura mefitica e abissale, da cui non riuscivano a separarsi nemmeno provandoci con tutta la loro volontà. Erano quelle le reliquie maledette che avrebbero dato origine ad una sete di sangue incontrollabile, innaturale persino per vampiri o furie.

Frastornati da tali eventi, Balthazar e Drauka capirono di aver sbagliato tutto, che l'ambizione li aveva resi ciechi e perciò erano stati così puniti dall'anatema di Endymion. Per aver coinvolto anche il branco di Lupi in quel destino di dannazione, decisero di ripagare la brigata di daemoni inchinandosi a Murtagh e accettandolo come loro comandante. Quanto a Konrad, che nel mondo da cui proveniva era riuscito duramente a dominare i propri istinti ferini, ora avrebbe dovuto assecondarli pur di fronteggiare la maledizione.
Da quel giorno, la compagnia dei Lupi si aggira famelica per gli oscuri vicoli della Babilonia notturna. La sete implacabile, l'istinto indomabile, la furia inarrestabile.
La caccia è iniziata...



Un Branco di Furie

Sebbene ancora afflitti dalla Maledizione della Sete, le gloriose gesta dei Lupi sul campo di battaglia nei tre anni di militanza presso la Fazione Oscura permisero a Balthazar e Drauka di radunare gli altri sopravvissuti del Carmen Sanguinis e attirare l'attenzione di altri vampiri solitari con cui restaurare l'onore del Casato decaduto.
Ghash Durbul e Valk il Folle fecero ritorno al Quartiere dell'Abisso, ricongiungendosi con con i loro fratelli.
Poco dopo, uno strygoi fuori-casta di nome Zaad decise di unirsi al gruppo, accattivato dal successo della Shaddak in rapida ascesa. Lo stesso è stato per il tenebroso Karnak, un brutale vampiro che vagava per campi di battaglia come un lupo solitario intento a dipingere lo scopo della sua esistenza non-morta con il sangue dei nemici e brandendo un immensa mannaia di selenite nera. Si sa ancora poco di questo minaccioso condottiero di Micantecutli, essendo lui stesso restio a parlare del proprio passato. Le poche rivelazioni da lui concesse al branco lo raffigurano nella sua vita precedente come un fedele soldato che, assieme a tutti i suoi commilitoni, fu sacrificato dal proprio generale in una disperata battaglia. Il generale ascese poi al rango di divinità, mentre lo spirito di Karnak prese a vagare per territori di guerra come un revenant assetato di vendetta.
Altra cacciatrice notturna unitasi temporaneamente ai Lupi fu Ossidiana, vampira rinnegata dalla propria famiglia e rinchiusa in una grotta nel nero Shasbet. Condannata a scontare la punizione dell'esilio e dell'isolamento, l'incalcolabile tempo di prigionia e la totale solitudine l'aveva portata a dimenticare persino la colpa da lei commessa e il suo stesso passato. Trovata un giorno dalla Furia di nome Bubak mentre cercava un riparo durante una tempesta di sabbia, egli la condusse a Babilonia e offrendole di unirsi al branco. Fu poi la volta di Lothar Von Constantine, vampiro zepharita e vecchia conoscenza di Balthazar. Ultimo guerriero iniziato al Canto del Sangue fu Rahab la Tempesta, una Furia errante che aveva fatto della guerra e dell'omicidio la sua professione. Stanziatosi nel Quartiere dell'Abisso, gli era giunta voce delle gesta di Murtagh e della sua brigata, perciò decise di unirsi a lui.
Durante la campagna per la conquista della Città Eterna, la Compagnia subì anche significative perdite: il primo a cadere fu Ghash Durbul, perito durante una missione di Fazione per mano di un semidio della Guerra.
Successivamente, anche l'opulento Rubicante lasciò il gruppo di guerrieri sanguinari, per concentrarsi sulla sua più promettente scalata all'interno della Gilda Mercanti, continuando però a sostenere i Lupi con tutti i mezzi a propria disposizione. Vikit, Ossidiana e Morsereg si separarono dalla Shaddak per seguire altri sentieri. Pochi mesi dopo, furioso cordoglio investì gli animi del branco quando esso dovette seppellire anche la salma del daemonita Samael, a cui i Lupi avevano donato il nome di battaglia “l'Asceta” per via del suo estatico fanatismo come sacerdote di Shiva, devozione che lo aveva portato a divenire un temibile Sapiente del Signore dei Veleni.
Inviato dalla Compagnia come silenziosa avanscoperta presso il Quartiere delle Piaghe, trovò la morte per mano di una banda di infidi Monatti.
Il più inaspettato degli abbandoni giunse infine da parte di Sir Konrad, un tempo arrogante e sanguinario Cavaliere del Drago Rosso, ma poi rinato nell'umiltà come umano e scudiero di un altro Ordine, per volere del suo maestro Sir Baldovino. Rinnegata la fede in Micantecutli e il proprio legame con la razza vampira, non c'era più nulla a giustificare l'affiliazione del giovane cavaliere alla furiosa Shaddak, che lo cacciò con sommo rancore. Lo scioglimento delle Fazioni Imperiali nel 4114 d.f.B. costrinse i Lupi a riorganizzarsi come forza mercenaria, traendo profitto dall'attività che caratterizza la loro stessa natura: spargere sangue e seminare morte.


Il Trono di Ghiaccio

Il cavaliere si ergeva da solo, disarmato, fronteggiando il branco di Lupi radunatisi attorno a lui. Uno sguardo distante e freddo negli occhi, un'espressione imperscrutabile sul volto, quel viso ora tornato roseo di vita dopo decenni di cinereo vampirismo.
“Tu vedi in piccolo, Murtagh. Io vedo in grande” spiegò con distacco al capo-branco.
L'anziana Furia gli gettò un'ultima occhiata con le sue pupille color ghiaccio, un misto di rancore e rassegnazione.
“Io vedrò pure in piccolo... ma tu devi morire” sentenziò. Ad un suo cenno del capo verso il resto della brigata, in un solo istante tutti i Lupi si avventarono su Konrad, malmenandolo selvaggiamente. Il cavaliere, che aveva appena rinnegato la sua fede nel Re Scorpione ed era stato mondato dalla propria condizione di non-morto, non diede loro nemmeno la soddisfazione di reagire al pestaggio.
L'empia litania del Canto del Sangue si levò dalle labbra zannute dei membri del branco, che cantilenavano sul corpo agonizzante di Konrad, un'ultima oscura benedizione, un monito, un sospiro d'addio al compagno perduto. Se però in quel momento i Lupi piansero con lacrime di sangue e zolfo l'abbandono della Shaddak da parte di un così valoroso compagno, non sapevano ancora a quali strazianti prove quella notte gli Dei li avrebbero sottoposti.
Un assalto notturno da parte del Cavalierato dell'Apocalisse, un massacro imprevisto nella quiete e nel bivacco del Quartiere Emuriano. Quella sera, non vi fu Libera Compagnia che non dovette seppellire almeno un fratello. I Lupi avevano affrontato valorosamente centinaia di battaglie, ridendo di fronte a morte e sventure. Tuttavia, quella sera la morte era giunta fulminea, inattesa, insensata. Senza nemmeno rendersene conto, i pochi sopravvissuti si erano trovati a ricomporre le salme dilaniate di tre Lupi: la nuova recluta Lothar, la giovane Furia di nome Sargatanas e lo stesso capobranco Murtagh.
“Domani ci ricongiungeremo a voi” promise Carmilla ai corpi immoti, fissandoli con occhi vitrei.
“Cosa stai farneticando?” chiese Balthazar con un filo di voce, la rabbia e la frustrazione gli avevano strappato il fiato.
“Il branco rimane unito, in questo mondo o nell'altro” dichiarò la Furia dai biondi capelli, senza staccare lo sguardo dalle salme. “Ci scaglieremo sui civili del Quartiere, ne massacreremo a dozzine... e quando la Legione accorrerà per fermarci, ci sacrificheremo in nome del Satrapo del Sangue”.
“Credi sia questo che Micantecutli ci sta chiedendo? Ci sta forse richiamando al suo Trono di Teschi?” Balthazar balbettava, stralunato dal dolore, mente la sua mente vorticava in un gorgo di senso di colpa, odio, sete di vendetta e senso di impotenza. In otto decadi di vita e non-vita, la sua fede non aveva mai vacillato come in quel momento. Nemmeno quando il suo clan era stato distrutto, nemmeno quando Lord Endymion li aveva maledetti. L'oscuro prete tentava di cacciare via i sacrileghi pensieri che gli affollavano la testa, ma invano. Micantecutli li aveva forse abbandonati? non erano dunque degni della sua sanguinaria gloria? Konrad aveva rinnegato il branco, Drauka trascurava da tempo la Compagnia in virtù della sua vocazione di legionario. I suoi più fidati fratelli di sangue gli avevano voltato le spalle, forse il Re Scorpione aveva fatto lo stesso.
Carmilla non rispose, si limitò ad accasciarsi a terra a gambe incrociate, estraendo una pietra dalla bisaccia e iniziando ad affilare con essa la lama del suo pesante spadone a due mani. Nel frattempo, Zaad assisteva alla scena in silenzio, anche lui ammutolito dinnanzi alla dipartita del capo-branco e del suo migliore amico Sargatanas. Mentre Balthazar camminava avanti e indietro all'interno della tenda, stringendo i pugni e digrignando i denti. Karnak si alzò in piedi dallo scranno su cui sedeva e si diresse verso l'uscio.
“Dove vai?” chiese il sacerdote vampiro, agguantandogli un avambraccio. Trascorse un lungo istante, poi il nerboruto guerriero rispose, senza però voltarsi:
“C'è ancora qualcosa che posso fare per loro... ma non vi piacerà”.
Intanto che Balthazar e Carmilla ancora vaneggiavano del loro martirio in nome della Morte per potersi ricongiungere ai Lupi caduti nel sanguinario banchetto di Mictalampa, il solitario Karnak si incontrò segretamente con i tetri emissari dell'unica entità che avrebbe potuto riportare indietro tutti e tre i compagni: si trattava di Ereshkigal, divinità minore del Ghiaccio in silenziosa ascesa, gelida regina intenta a costruire un regno dei morti in grado di rivaleggiare con la stessa Lilith.
Nell'ora più buia di quella lunga notte, il più impensabile dei rituali fu celebrato, mentre voci glaciali e taglienti levavano inquietanti nenie in onore della nuova matrona dell'inverno. In cambio della resurrezione dei tre fratelli perduti, Karnak sacrificò la propria fede, condannando la propria anima di devoto soldato di Micantecutli. Per proteggere la Shaddak, immolò ciò che a lui era più caro: la furia del Re Scorpione.
Fu così che Murtagh, Sargatanas e Lothar tornarono a camminare tra le genti di Babilonia, i loro spiriti ora convertiti alla causa di un nuovo trono, il Trono di Ghiaccio. Inesorabilmente, il gelido morbo si diffuse nei cuori di tutti i restanti Lupi, che uno ad uno rinnegarono il Dio del Sangue in favore della bianca regina. Fra lo sgomento dei seguaci della Morte, il primo a condannare la propria anima e accettare la Runa dell'Infamia fu proprio Balthazar che, profondamente colpito dal sacrificio di Karnak, scelse di seguirlo in quel tortuoso cammino.
Attraverso la devastante ordalia, i Lupi avevano appreso un'importante verità su loro stessi: l'affiatamento del branco era più forte della loro fede, la Shaddak era sopravvissuta alla Morte stessa. Per mantenere unito il branco, erano stati disposti a rinnegare il Trono di Teschi, spezzando ogni alleanza con i loro antichi compagni.
Mentre Drauka Rhal, rimasto fedele a Lilith, raccoglie i seguaci della Morte per punire l'eresia compiuta da coloro che poco prima chiamava fratelli, i Lupi ora procedono soli, senza più alleati né simpatizzanti, additati come miscredenti. Ammantati da candide pellicce, servono ora la causa della Signora d'Inverno, determinata a soppiantare Lilith come regina dei morti. I loro occhi, insondabili, ora baluginano di una glaciale luminescenza azzurra.
Notte dopo notte, il Canto del Sangue ancora riecheggia. Tuttavia, ora le fauci dei Lupi non cercano soltanto prede per sfamare la loro sete. Ora, anche la loro caccia è asservita alla loro candida matrona.

Anime, per la vergine di Ghiaccio.
Anime, per il trono d'Inverno.
Anime, per i cristalli di Ereshkigal.



Il Credo dei Lupi

All'interno della compagnia non esistono particolari leggi interne o sofisticate gerarchie. La brigata di guerrieri sanguinari ha un carattere prettamente barbarico ed egualitario, a tratti anarchico. Il titolo di “Capobranco” è essenzialmente carismatico e non garantisce particolari vantaggi decisionali rispetto ad altri membri. Le scelte del gruppo vengono prese in modo unanime e tuttalpiù istintivo, in quanto la coesione tra i componenti ha un valore superiore a qualsivoglia gerarchia. Tuttavia, esistono poche semplici linee guida che riassumono la filosofia interna ai Lupi.
    · La Furia: la barbarie in battaglia, il piacere della lotta all'ultimo sangue, il furore distruttivo, il gusto della violenza anche fine a sé stessa. Concetto più animalesco rispetto al semplice coraggio, è il primo requisito di entrata per il Rito di Iniziazione.
    · Il Branco: i Lupi si muovono in branco e il branco è uno solo. Unità, affiatamento e coesione sono le armi con cui i Lupi affrontano qualsiasi asperità. Il branco è prioritario rispetto a qualsivoglia impegno di Gilda, Corporazione e persino Culto. Inoltre, non esistono segreti fra i Lupi.
    · La Faida: chiunque commetta un torto verso uno dei Lupi, offende tutti i Lupi. Salvo rarissimi casi, non esistono “questioni personali” tra un Lupo ed un esterno. La compagnia si vendica dei torti subiti muovendosi come un solo essere.
    · La Caccia: che sia vampiro o daemone, ogni membro dei lupi non deve rinnegare la propria sete di sangue ed istinto predatorio. Questo è stato l'insegnamento di Lord Endymion. Rinnegare le proprie pulsioni di cacciatore è come offendere la propria discendenza.
    · La Paura: il rispetto che altri possono provare verso i Lupi si fonda sul timore che il branco incute. Ogni membro del branco è rappresentante di tutti i Lupi e in quanto tale deve risultare il più possibile minaccioso. Recare disonore al branco significa sminuire il suo potere di deterrenza attraverso la paura.




Frammenti d'Inverno
Raccolta di racconti brevi e background personali


Rubicante, il Torturatore di Anime

Dicono che a lungo andare la torre della sapienza fa dimenticare il proprio passato a tutti coloro che percorrono le strade di Babilonia. Spero che un giorno anche io possa godere di questa benedizione. Ma andiamo con ordine. Il mio nome era ed è Rubicante.
Ricordo poco della mia vita mortale e quei pochi ricordi sbiaditi mi riportano alla mente scherzi goliardici, fiumi di sangue e una dissolutezza che mi ha trascinato a fondo negli empi gironi infernali di malebolge, luogo di estrema perdizione. Ero un truffatore della peggior specie, un mercante di speranze e promesse infrante e commerciavo nel peggiore dei commerci, la vita umana nella città perduta di Gomorra. Per questo ho pagato cento e cento volte con sofferenze inenarrabili e dolori indicibili.
Ero una tra le prime anime ad abitare quelle terre di sofferenza proprio per la esecrabile natura dei miei terribili peccati. Forse fu per questo che alla fine fui premiato dal primo tra noi empi, Gerione il traditore. Avvenne infatti che col trascorrere delle ere la desolazione di malebolge cominciò a riempirsi di condannati e fu allora che i Caduti, gli angeli ribelli, si resero conto che non erano in numero sufficiente per infliggere le giuste pene ai tutti quei peccatori. Scelsero allora tra noi, quelli che da tempi immemori subivano il loro giusto castigo, i più impenitenti ed abbietti per mutarci in esseri immondi e pieni di furia. Demoni ci chiamarono e fummo i primi tra le creature scaturite dall'inferno.
Eravamo una bella compagnia di immondi bastardi e ci spostavamo di cerchio in cerchio per torturare le anime dei peccatori. I Caduti si compiacquero e si stupirono della nostra creatività in materia di torture. Del resto che ne potevano sapere degli angeli seppur caduti di come si tortura un uomo. Le nostre pratiche per infliggere sofferenza e gli incubi e lo strazio che causavamo ai perduti raggiunsero dei picchi tali di maestria che presto i Caduti abbandonarono del tutto a noi le malebolge, disgustati dagli abissi di bassezza che solo le nostre menti umane potevano concepire. Furono secoli spensierati di incredibile divertimento e con rimpianto guardo indietro a quegli anni.
Un giorno infatti, un tremendo giorno di cui ancora oggi rifuggo il ricordo, fui accostato da due creature di bizzarro aspetto che nulla centravano coi nostri adorati dannati. Ricordo i loro volti come fosse oggi. Il primo era poco più che uno spettro, uno di quei poeti o filosofi che abitavano tanto più in su. Un animo nobile. L'altro che si accompagnava con lui era un vivente. La curiosità di avere un vivente nei nostri cerchi ci spinse a frotte a vedere come fosse un corpo mortale. Erano secoli infatti che quella vista ci era preclusa. Devo ammettere che l'impressione fu a dir poco deludente. L'uomo, quel Dante, era un essere piccolo e gobbo con un prominente naso adunco e un cuore fin troppo puro. Delusi ci avventammo su di lui per dilaniarlo come si confà alle usanze di malebolge ma ci fu impedito e lui fuggì coi nostri nomi impressi in mente. Quale terribile avventatezza ci aveva spinto a rivelare la nostra identità a quell'essere inferiore. Forse fu la curiosità o forse l'invidia per il suo stato di vivente. Quando egli riporto le nostre usanze ed i nostri nomi sul suo libercolo ci condannò tutti. I Caduti si avventarono su di noi e ci scacciarono dalle malebolge e dall'inferno ricacciandoci come anime dannate sulla terra, costretti da una terribile sete di sangue a nutrirci dei peccatori e degli empi. Ci perdemmo di vista tutti, non potevamo rimanere uniti. La nostra terribile maledizione ci avrebbe fatto scoprire dai mortali se fossimo rimasti uniti ed essi ci avrebbero catturati e bruciati sugli altari sacri. Provai a tornare nella mia città natale, la bella Gomorra, ma scoprii che era stata distrutta e vi trovai solo cenere e sabbia.
Vagai allora per molti anni come demone delle sabbie generando terribili leggende tra i nomadi e le tribù finché un giorno non venni avvicinato da miei pari. Erano strani e parlavano di altri mondi e altre realtà. Parlavano di nuova vita e un nuovo scopo, di altri Dei da servire e di una città dove poter torturare le anime come facevo un tempo. La sete, il sole cocente e la solitudine mi avevano ridotto ad una pallida ombra di quel che ero a malebolge e decisi di seguire quegli esseri che mi promettevano una nuova esistenza. Essi mi condussero ad uno strano cerchio di pietre. Lì rivolsero delle preghiere blasfeme ad un qualche dio abissale e per incanto davanti a noi si aprì un nero portale oltre al quale si intravedeva, in una sorta di nebbia oscura e fluorescente, il contorno di una magnifica città dove torme di miei simili vorticavano attorno ad un interminabile fila di dannati. Caddi in ginocchio piangendo per la gioia. Finalmente ero di nuovo qualcuno. Una legione di miei simili mi scortò fino ad un immenso trono sul quale sedeva un incredibile entità divina. Non mi ero mai sentito, in tutta la mia esistenza, tanto atterrito e pieno di rispetto. Anch'egli era un demone dalle molte braccia e in ogni mano portava un gigantesco martello. Con esso percuoteva i dannati che altri demoni portavano al suo cospetto. Quando giunse il mio turno egli mi scoccò un occhiata di fuoco che mi lesse nell'anima. Sentii che tutti i miei peccati ed i miei segreti più profondi venivano esaminati e giudicati ed infine egli stese la sua mano su di me e mi benedisse con parole che ardono ancora nella mia anima al calor bianco.
"Ti sei inchinato come peccatore e abbietto, una creatura senza vita ne scopo. Alzati ora come mio figlio e glorifica ogni giorno il mio nome."
Pieno di fervore immersi i miei occhi nei suoi e con un sussurro gli chiesi "qual'è il tuo nome, padre?". "Io sono Yama, il supremo giudice e ti comando di servirmi per la gloria mia e di tutta Erebo" "La mia anima, la mia vita e tutta la mia esistenza sono tue, Padre, fa di me il tuo strumento." Dopo quel giorno, fui mandato in lungo e in largo a punire le anime degli empi con le sue schiere e mille e mille notti feci guardia ai neri cancelli di Erebo da cui si entra facilmente ma dai quali nessuna anima può e deve sfuggire prima del Suo giudizio. Infine fui scelto per portare il suo nome tra le genti di Khronos, perché anch'Egli avesse il suo rappresentante nelle guerre tra le fazioni Elementali come suo paladino e seguace. Mandato allo sbando per unirmi ai glorificatori della Morte incontrai Murtagh, un brutale demone, unendomi a lui e a Morsereg il Rosso. Molti altri si unirono a noi e nacque così la ferale famiglia dei Lupi, nome di cui tutti ora temono il solo suono per via della nostra incredibile ferocia e abilità in battaglia.


Cronache del Carmen Sanguinis

Le vicende legate alla nascita dei Lupi affondano le radici nella caduta di un Casato minore di vampiri noto come Carmen Sanguinis. Si tramanda fosse stato fondato da Lord Endymion, famelico strygoi e fanatico condottiero di Micantecutli. Adunò attorno a sé vampiri seguaci dei culti oscuri più violenti e anarchici per spadroneggiare nella notte di Babilonia nella più efferata crudeltà.
Endymion ascese allo stadio di vampiro maggiore, premiato da Micantecutli per essere stato suo Avatar e aver sterminato innumerevoli dissidenti di Mitra per le strade della Città Immortale durante il primo ventennio di dominio lilithiano. Per l'occasione, si fece forgiare un'armatura di selenite nera con un elmo dalla foggia di lupo, guadagnandosi così l'epiteto di Lupo di Sangue e Acciaio.
Il clan crebbe e acquistò prestigio, attirando a sé vampiri rinnegati da altre famiglie così come “neonati” appena risvegliati e resi isterici dalla sete. Fra questi, i più noti erano Ghash Durbul, vampiro assassino fedele a Shiva, e Valk il Folle, psicotico cainin noto per aver sacrificato il proprio senno alla dea Zephar. Tale gesto di fanatismo era stato ripagato dalla Macabra Danzatrice con un'incontrollabile schizofrenia che faceva assumere al giovane vampiro altre tre personalità. La conoscenza dei veleni di Ghash, congiunta all'incapacità di Valk di ricordare qualsivoglia atrocità avessero commesso i suoi vari alter-ego, aveva rapidamente reso la coppia di cainin un letale duo di sicari e incursori, altamente proficuo per le casse del Carmen Sanguinis.
Lord Endymion non riuscì nell'intento di trasformare il clan in una Beith e divenire un Maestro di Tenebra, poiché osteggiato dal Consiglio degli anziani vampiri delle Casate dominanti, che temevano di non poter controllare il Carmen Sanguinis per via della sregolatezza e dell'indole anarchica dei suoi membri, troppo giovani e assetati di sangue per essere inseriti nei millenari meccanismi di dominio della razza vampirica. Il clan continuò però a crescere in numero, raggiungendo quasi un centinaio di membri, in ampia maggioranza strygoi. Per ospitarli tutti, Lord Endymion fece edificare il proprio maniero nel Quartiere dell'Abisso.
In una furiosa crociata contro i pochi dissidenti della Vita ancora latitanti in città, il Lupo di Sangue e Acciaio incontrò la morte ultima per mano di un militante di Mitra che, in stato di Avatar, si sacrificò in un lampo di luce bianca, portandosi con sé il maggior numero di nemici possibile. Le perdite per il clan furono ingenti.
Nel decennio successivo, il Carmen Sanguinis si rimise faticosamente in sesto grazie alla guida di Lady Vilandra, una lilin maggiore di letale bellezza e dai crudeli appetiti. Giovane sacerdotessa di Micantecutli dai capelli scarlatti e occhi di ghiaccio, era stata allevata da Endymion come figlia ed erede. il clan ridisegnò le proprie ambizioni così come le leggi interne. Vilandra si adoperò per una maggiore formalizzazione del Carmen Sanguinis, affiancata dal cerimoniere del clan, un colto sacerdote assetato di conoscenza e potere chiamato Padre Balthazar, che provava per la seducente capo-famiglia un amore oscuro e morboso.
Gli anni passarono, si inaugurò una nuova era di stabilità e gloria per le Casate della notte con l'incoronazione di Mors Gotha I come Imperatore di Babilonia. Il clan diveniva sempre più forte e numeroso, ma le brame per il riconoscimento ufficiale tanto desiderato da Lady Vilandra ancora rimanevano inappagate. Il dissenso verso la matrona cominciò a serpeggiare tra le file del Carmen Sanguinis, soprattutto tra i membri più anziani che, delusi dalle politiche restrittive e dall'approccio eccessivamente diplomatico della capo-famiglia, premevano per un ritorno ai vecchi e brutali fasti di Lord Endymion. Il circolo dei sostenitori di Vilandra si strinse attorno a Balthazar, Ghash, Valk e Drauka Rhal, abilissimo spadaccino e guardia del corpo della matrona. mentre la maggioranza degli strygoi del clan diveniva rapidamente incline alla disobbedienza e nel maniero del Carmen Sanguinis si sussurravano voci di una congiura per detronizzare l'erede del Lupo di Sangue e Acciaio.
Una notte, mentre Vilandra e i vampiri a lei leali si barricavano nella residenza in attesa del golpe, i membri del clan ostili alla sua leadership presero la spontanea iniziativa di imperversare nel Quartiere dell'Abisso con lo scopo di strapparne il controllo alle altre famiglie di vampiri minori. La notizia giunse rapida alle orecchie delle Beith che decisero di schiacciare una volta per tutte l'imprevedibile Carmen Sanguinis ordinando una repentina repressione.
Non si è mai saputo il nome delle Beith coinvolte nell'annientamento del clan, ma prima dell'alba la residenza di Lord Endymion ardeva in fiamme e le ceneri dei corpi di tutti coloro che presero parte all'insurrezione lordavano le strade del Quartiere dell'Abisso. I sostenitori di Vilandra, invece, si erano messi in fuga per i vicoli di Babilonia sventando la stessa sorte dei loro fratelli di sangue. Balthazar non riuscì però a trarre in salvo la sua amata signora, dispersa nell'incendio del maniero e con tutta probabilità catturata dagli agenti delle Beith... di lei non si ebbe più notizia.


Balthazar e Lothar: la Crudele Ordalia

L'Epoca del Tramonto si affacciava al suo primo trentennio quando la famiglia Lion Noir fece tragicamente ingresso nelle trame di potere del clan vampirico noto come Carmen Sanguinis. Facoltosi mercanti umani del Quartiere delle Luci, fedeli al culto di Zephar, si erano arricchiti nei primi trent'anni di dominazione lilithiana per aver prontamente agito come “collaborazionisti” del nuovo regime. Avevano rapidamente scalato i gradini della nobiltà acquistando un titolo dopo l'altro. Il figlio primogenito, Lothar de Lion Noir, era prossimo a prendere in mano le redini della famiglia in veloce ascesa, mentre il secondo, Vincent, fu spronato dai genitori agli studi sacerdotali, nella stolta speranza che ciò avrebbe portato maggiori connessioni con l'alta società dei vampiri oltre che per prevenire una futura lotta per la spartizione dei possedimenti fra i due fratelli. Intellettualmente dotato ma non particolarmente devoto, Vincent de Lion Noir prese i voti come sacerdote di Zephar, iniziando così a frequentare la chiesa della Morte. In tale contesto fece la conoscenza di Lady Vilandra, giovane sacerdotessa di Micantecutli dai capelli scarlatti e occhi di ghiaccio, che era stata allevata da Lord Endymion come sua figlia ed erede. La seducente capo-famiglia del Carmen Sanguinis, stranamente intrigata dal giovane umano in cerca di un destino tutto suo, iniziò con lui una segreta e perversa relazione che vedrà rapidamente Vincent divenire il suo servo e amante più devoto. Totalmente dominato dalla seducente vampira e spinto da oscura ambizione, il rampollo dell'opulenta famiglia cominciò a smaniare il proprio risveglio come vampiro, per unirsi a Vilandra nella sua brama di potere e scalata al successo tra le casate della notte. La signora del Carmen Sanguinis, che invece vedeva in Vincent nient'altro che un divertente giocattolo e una pedina facilmente sacrificabile, decise di metterne alla prova la fedeltà con una serie di ricatti, per prima cosa convertendolo a Micantecutli. In seguito all'ennesima richiesta di abbracciare il vampirismo, Vilandra gli impose la più brutale delle ordalie: sacrificare il fratello maggiore nel rituale di Risveglio. Vincent ordì prontamente un piano per il rapimento di Lothar de Lioncourt, conducendolo con l'inganno nel maniero del Carmen Sanguinis e poi trafiggendogli il cuore con un pugnale rituale mentre intonava lodi in onore di Micantecutli, sotto gli occhi compiaciuti di Vilandra. Tramite il macabro rituale Vincent ottenne il proprio Risveglio, vendendo trasformato in lilin dalla matrona del clan. La famiglia de Lioncourt cadde così in rovina perdendo in una sola notte entrambi i figli. Da quel momento infatti, Vincent si diede per morto tagliando tutti i legami con la propria vita da umano e rispondendo solo al suo nuovo nome da risvegliato: Balthazar. Trascorsero i decenni, il Carmen Sanguinis passò attraverso alla sua estrema catarsi, sterminato dalle Casate maggiori. I quattro sopravvissuti, Balthazar, Drauka, Gash e Valk, confluirono poi nei Lupi. La cruenta fama di questa Shaddak ricondusse per le strade del Quartiere dell'Abisso un nome che sarebbe dovuto appartenere all'oltretomba. Lothar de Lion Noir è ora un vampiro di etnia lilin, risvegliato da Lady Vilandra che ne aveva conservato la salma e l'aveva custodita come un asso nella manica. A quanto pare, anche Vilandra è scampata allo sterminio del Carmen Sanguinis e negli ultimi anni ha tramato nell'ombra. Ora si è fatta capostipite di una famiglia di vampiri tutta sua, i Von Constantine, di cui Lothar è stato insignito primo condottiero, tornato a Babilonia per difendere il nome della propria matrona combattendo come duellante.



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